Nessuno cantava la tristezza meglio di Luigi Tenco

Se uno come Achille Lauro si immedesima in Tenco è perché tutti, rapper o cantautori, da giovani sono incompresi, incasinati e tristi.
Demented Burrocacao
Rome, Italy
25.11.19
luigi tenco parte due
Luigi Tenco in Piazza San Pietro nel 1967 // Foto via Mondadori by Getty Images

Come sta messo il cantautorato italiano oggi? Beh, guardando la passerella della serata in onore di De Andrè viene da dire che non sta benissimo. La cosa peggiore è sicuramente il pubblico di questo fantomatico “cantautorato”, che critica per hobby ma è poco attento a proporre e sostenere alternative. Ora che, tra mille polemiche, il premio Tenco è passato, possiamo usarlo come cartina tornasole della questione.

In un certo senso pare che in Italia essere cantautori sia quasi godere dello status di dinosauri, perché, con tutto il rispetto, ospiti come la Nannini o Curreri non è che rappresentino la nuova linfa vitale della penisola in fatto di canzoni. E, in effetti, anche l’apparizione del giovane Achille Lauro in veste di inusuale interprete di “Lontano Lontano” ha rappresentato l’eccezione che conferma la regola: lo sapete tutti come è andata. Criticatissimo per l’esibizione stentorea, l'ex-rapper si è ritrovato in difficoltà perché forse per la prima volta il look e i lustrini non combaciavano con il resto e forma e sostanza erano mille miglia lontane tra loro. Pesce fuor d’acqua, certo; ma già prima di salire sul palco, dicendo “io incompreso come Tenco”, stava mettendo le mani avanti.

Achille ha toppato nel cantare il pezzo, l’hanno ammesso tutti—Morgan, suo padrino, incluso. Per cui quello che ha fatto è stato compreso fin troppo bene. Anche la famiglia Tenco si è incazzata, ma in realtà si era già dissociata dal cartellone prima di ascoltare una sola nota. Il problema è che ad Achille hanno accollato il fallimento di un’intera manifestazione, un po’ come un atto di nonnismo verso l’ultimo arrivato, che in questa situazione ha rivelato una fragilità e se vogliamo un’attitudine ingenua rispetto ai meccanismi stritolanti dello showbiz (già evidente nei botta e risposta con Valerio Staffelli di Striscia La Notizia).

Però ecco, ora che è passato un po’ di tempo e del fuoco dell’indignazione non resta che cenere, quello che rimane è questa empatia tra il vissuto di disagio dei giovani che provano a mutare il concetto di cantautorato mainstream, che sia tramite la trap o l'itpop (vedi anche una splendida cover di Calcutta) e il fantasma di Luigi Tenco, che se da un certo punto di vista è curiosa, dall’altra offre spunti inediti per uno sviluppo della musica italiana su nuove basi.

Perché uno come Achille Lauro e giocoforza quelli della sua generazione s’immedesimano in Tenco?

Innanzitutto, perché uno come Achille Lauro e giocoforza quelli della sua generazione s’immedesimano in Tenco? Per lo stesso motivo, evidentemente, per il quale noi della classe ‘75 rimanevamo fulminati da “Lontano lontano” e la sua cifra esistenzialista, sull’orlo del nichilismo, che è in qualche modo una versione meno frastornata di quella di Piero Ciampi (non a caso i due premi più importanti in questo settore hanno i loro nomi, i nomi di due amici veri per ovvie ragioni). Usiamo "tristezza" semplificando—quello di Tenco come "triste" è un luogo comune, ma ci permette di toccare la banalità dei sentimenti online che caratterizza la nostra eopca. Tenco era propriamente un cantore dell'esistenza, dei turbamenti. Questa suggestione ce lo faceva mettere negli scaffali accanto ai Joy Division, ai Nine Inch Nails e—per restare in Italia—ai Diaframma, che la lezione di Tenco l’avevano bene in mente.

Insomma, il suo era un cantare trans-generazionale, in quanto ogni nuova generazione vive un trauma nel doversi inventare la vita ogni giorno, catapultata in un mare di contraddizioni difficili da sanare, e ha plasmato sicuramente l’immaginario alternativo degli anni Novanta. Da questo punto di vista, la performance di Lauro e le critiche a pioggia ricordano, è vero, quel mesto Sanremo del 1967 nel quale Tenco, convinto da Dalida allora sua compagna, presentò "Ciao amore ciao", un brano sull’emigrazione che nonostante il tema scomodo e impegnato fu considerato da subito un brano minore. In quel Sanremo l’interpretazione di Tenco fu criticata e lui fu accusato di aver abusato di alcol e psicofarmaci: l’orchestra faceva effettivamente fatica a stargli dietro e Dalida, dietro le quinte, esclamò un esplicito “Così mi rovina la canzone!”.

Quello di Tenco era un cantare trans-generazionale, in quanto ogni nuova generazione vive un trauma nel doversi inventare la vita ogni giorno.

Insomma, Lauro e Tenco si gemellano nel diritto all’imperfezione, ma non nella necessità di essere compresi: le canzoni di Tenco facevano sensazione e, avendo sempre dichiarato che i soldi e il successo non gli interessavano, non era quello che il genovese andava mendicando. A Sanremo ci andò, tra l’altro, controvoglia, una situazione un po’ differente dalle dinamiche pop di oggi che necessitano sempre di un occhio di bue a illuminare fatti e situazioni dell’io.

Se ci stava dentro era solo per provare a cambiare strategia e rivoltare tutto dall’interno usando una maggiore visibilità, non per cambiare pelle e stile. E allora perché scomodarlo in un modo così “prevedibile”? Forse per i medesimi intenti nonostante le apparenze? Forse per le stesse ingenuità e fragilità? Vediamo se ci raccapezziamo analizzando l’ultimo disco di inediti del cantautore genovese, ovvero Tenco del 1966.

luigi tenco 1966 album

Ultimo disco perché, se ci fosse bisogno di ricordarlo, Tenco morì suicida in camera d’albergo dopo l’esclusione proprio da quel Sanremo 1967. Sulla sua morte sono state fatte teorie e controteorie a metà tra inchiesta e complotto: Tenco aveva denunciato di essere spesso seguito da personaggi che tentavano di farlo fuori, e portava quindi con sé una pistola. Al suo amico produttore Paolo Dossena avrebbe detto: “Sei così amico da metterti fra me e il whisky, ma saresti così amico da metterti fra me e la pallottola di un mio nemico?”

La sera stessa dell’eliminazione, poi, Tenco avrebbe detto al telefono alla sua ex, Valeria, che aveva scritto i nomi di "chi dettava legge nella musica italiana" in una lettera. Secondo queste illazioni Tenco sarebbe stato “suicidato”, così da preservare i sistemi corrotti dell'industria dello Stivale—soprattutto all’interno dello stesso Festival, minati e sabotati solo da operazioni “situazioniste” come quella di Pupo, che smascherò il giochetto con le sue stesse regole.

Tenco non era uno a cui interessava lo showbiz, né tantomeno comprarsi i successi: gli interessava combattere a modo suo, il più delle volte disertando.

Ecco, Tenco non era uno a cui interessava lo showbiz, né tantomeno comprarsi i successi: gli interessava combattere a modo suo, il più delle volte disertando. E questa sua singolare anima militante emergeva anche dalle sue canzoni, dal punto di vista testuale ma anche musicale, in quanto la forza del messaggio triplicava nella somma delle due cose. Tenco non era uno a cui interessava la sicurezza di linguaggi precotti, men che meno pensare alle mode: nella sua musica sperimentava delle soluzioni inedite mescolando beat, rock, strumenti classici, con il piglio di uno che sta guardando oltre. Non ci sono sintetizzatori disponibili nel 1966, almeno non alla portata di tutti: per cui è come se, con gli strumenti che passava il convento, suonasse la musica italiana del futuro.

Non si può dire altro ascoltando brani micidiali e taglienti come “Ognuno è libero”, un inno alla libertà di espressione e di costume contro i benpensanti e repressi di qualsiasi colore politico e classe sociale, quasi un testamento glam ante litteram. E poi c'è "Io sono uno": anche se sembra debitore di Dylan, Monkees e soci, è anche vero che presenta una spinetta e un organo appositamente trattato che prefigurano scene elettroniche inedite. Il testo, un atto d’accusa verso chi è “fake”, quasi un tipico dissing rap, dice: “Nel mondo c'è già tanta gente che parla, parla, parla sempre. Che pretende di farsi sentire e non ha niente da dire". Molto chiaro che si riferisce anche e forse soprattutto ai suoi colleghi.

Achille Lauro ha cantato "Lontano lontano", ma ha perso l’occasione per far ascoltare al pubblico pezzi di questo disco probabilmente più nelle sue corde e soprattutto sconosciuti alle masse. Se Lauro, infatti, da un inizio promettente e originale, è tornato alla formula canzone stile Ottanta di scuola Nannini/Vasco per poi riprendere paro paro i Novanta, tu ascolti il Tenco di "Un giorno di questi ti sposerò" e ti rendi conto che è una roba senza tempo, che va oltre la tecnica e il periodo storico—parla a tutti (e quell’organo, quei testi crudi nella loro schiettezza, quel piano sarebbero piaciuti a XXXTentacion come a FKA Twigs). Ecco perché quando Morgan faceva quei DJ set chiamati “da Tenco alla techno” portava avanti un’operazione tutto sommato esatta.

In effetti, Tenco dava gas al suo motore pensando alla generazione dei "Dum Dum Boys" di Iggy Pop, quelli per cui le emozioni sono confuse, l’amore è un hobby, il mondo un incidente di percorso e la musica va vissuta con il fuoco creatore dell’urgenza. Ed ecco quindi "Se sapessi come fai", una canzone per un amore di oggi, complicato, periferico, arrangiato con “sbarattolate” di batteria. Ecco, magari se Lauro avesse cantato questo pezzo avremmo gridato al miracolo.

"Noi che non abbiam finito ancora di contare / Quelli che il fanatismo ha fatto eliminare, Noi risponderemo no!"

Lauro si definisce un cantautore, in questo provando a rappresentare un po’ tutta la categoria delle nuove realtà: è vero, il Lauro che ci piace è in grado di scrivere testi particolarmente sentiti, ma mentre lui e gran parte dei suoi colleghi ci girano intorno, in Tenco l’impegno sociale è fondamentale ed esplicito. Basti pensare al discorso di "E se ci diranno", antimilitarista e schierato contro ogni tipo di soprusi, ma senza retorica.

La poetica dei ragazzi tumulati vivi nelle città è però molto vicina a Tenco quando egli canta brani come "Io vorrei essere là", con testi come “Io vorrei essere là dove i bambini imparano che il mondo in cui viviamo è tanto, tanto grande / Vorrei essere là per dire a quei bambini che pure tanta gente non ha un posto per vivere / Vorrei essere là, però io non ci posso essere, perché non ho trovato ancora il mio posto nel mondo…” Non sembra uno spaccato giovanile targato 2019?

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L'artwork di Per Sempre, compilation di brani di Luigi Tenco tra cui molti di quelli dell'album di cui stiamo parlando, cliccaci sopra per ascoltarla su Spotify

Tenco è romantico nel suo disagio, disagio a volte crudissimo: sono le introspezioni quasi di un Tyler, the Creator de noantri. Ascoltare "Amore, amore mio", con quell’incalzare ritmico, ti catapulta subito in un'era che si intuisce stia per arrivare. Basterebbe sostituirlo con un battere di kick e un levare di clap ed ecco qui il futuro: con quei testi fatti di mani vuote e di vita alla giornata non sembra distante dall’esperienza-tipo di un teenager.

Un aspetto interessante, già che ci siamo, è anche il rapporto di Tenco con gli eccessi. La sera in cui morì assunse del Pronox, un sonnifero, buttandolo giù con generose dosi di alcol. Era un giocatore d’azzardo e (come accennato sopra) un amante delle armi, che possedeva in diversi modelli: un gangsta sui generis, prima maniera.

Tenco è ancora qui, nell'attualità dei suoni del mondo. Ed è soprattutto nel DNA di chi vorrebbe cambiare le regole del gioco della musica italiana.

Con i temi delle sue canzoni anticipò il Sessantotto e in un certo senso anche il punk, come in "Ma dove vai", che è un po’ la sua "Pretty Vacant" contro l’arrivismo e la sete di potere e che nella sua progressione ha già dentro se il seme del rock “di rifiuto” che verrà. Addirittura in "Come tanti altri" sembra quasi di sentire Shaun Ryder o qualche rapper sfasato, soprattutto per la cadenza del cantato in leggero e straniante asincrono.

Insomma, Tenco è ancora qui, nell'attualità dei suoni del mondo. Ed è soprattutto nel DNA di chi vorrebbe cambiare le regole del gioco della musica italiana: la differenza tra lui e chi vorrebbe esserne erede è contenuta in “Un giorno dopo l'altro”, con quell'hi-hat che pare quasi digitale e perfettamente programmato. Il testo recita: “I sogni sono ancora sogni e l'avvenire è ormai quasi passato. Un giorno dopo l'altro la vita se ne va. Domani sarà un giorno uguale a ieri”. Ma tu che leggi vedrai, vedrai che cambierà: forse non sarà domani, però.

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