Perché le app urbane per 'la sicurezza delle donne' non sono una soluzione

Mappare una città dividendola in "zone sicure" e "zone pericolose" non risolve certo il problema della violenza, anzi.
Giulia Trincardi
Milan, IT
11.10.17
Immagine via Pixabay

Qualche anno fa, dopo una serata passata tra amici in un locale non troppo lontano da dove vivevo allora, sono tornata a casa da sola e — per accorciare di un po' la strada — sono passata per un parchetto. Non proprio una mossa da manuale in teoria, ma conoscevo bene la zona e il verde illuminato mi ispirava più sicurezza del marciapiede sporco della circonvallazione di Milano. Arrivata a casa, ho spiegato il percorso alla mia coinquilina che, allarmata, mi ha detto di non farlo mai più, perché "ci hanno accoltellato una ragazza poco tempo fa."

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La percezione del pericolo nel contesto urbano — specialmente per una donna — è una sorta di sesto senso allenato sulla base di esperienze personali e di seconda mano. Ma, come molti altri argomenti sociali, fatica a essere oggetto di una conversazione più ampia, soprattutto oggi che la tecnologia sembra offrirci soluzioni rapide per tutto.

Una app nata da poco e che comincia il proprio rodaggio proprio questa settimana a Bologna, vuole mappare e recensire le strade della città "per far sapere alle donne se sono sicure o meno da percorrere, di giorno o di sera," riporta il sito BolognaToday.

La start-up, chiamata Freeda (ma che non ha correlazioni con la nota rivista online), è stata fondata a Torino l'anno scorso per opera di due informatiche, Eleonora Gargiulo e Ilaria Zonda, con lo scopo di aggregare "realtà cittadine, associazioni del territorio e donne che vogliono creare città a misura di donna," si legge sul sito.

App come questa sono sicuramente armate delle più nobili intenzioni e possono rivelarsi uno strumento utile nell'immediato. Poter far affidamento sule opinioni di altre persone prima di recarsi in determinate zone di una grande città è comodo, così come lo è controllare le strade più consigliabili quando ci si trova già in quelle aree.

Eppure c'è un discorso di fondo che tende a zittirsi quando la tecnologia interviene in questioni molto più sociali e culturali che meramente tecniche. Lo stesso discorso che altre soluzioni estemporanee alla violenza contro le donne — come gli smalti e le cannucce "anti-stupro" — evitano di affrontare: sentirsi al sicuro per strada di notte, per una donna, è impossibile perché la società stessa di cui facciamo parte non lo permette. Non esistono strade sicure, perché la sicurezza stessa è, almeno per ora, un concetto illusorio.

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Se è vero che evitare determinate zone di una città — come il parco di cui parlavo all'inizio dell'articolo — è preferibile sulla base di una saggezza empirica sviluppata negli anni, la costruzione di una mappa che certifichi in via ufficiale le zone "rosse" e quelle franche di una città favorisce al contempo una sorta di ghettizzazione in realtà aumentata.

Nessuna mappa è mai solo una mappa: c'è sempre un discorso politico implicito nella raffigurazione semplificata di un territorio e delle sue informazioni, che racconta significati e pregiudizi relativi allo spazio urbano stesso.

I quartieri popolari — nel momento in cui si crea una mappa sulla base della percezione del pericolo — rischiano, per esempio, di diventare zone escluse da un'integrazione dovuta e auspicabile perché nel giudicarne la sicurezza intrinseca ignoriamo magari fattori condizionanti come i pregiudizi razziali.

Allo stesso tempo, i percorsi segnalati come più sicuri possono finire per diventare gli unici dove — paradossalmente — è permesso recarsi in quanto donna: consentendo a una frase giustificatoria come "lo sapevi che quella zona è pericolosa" di elevarsi a scienza esatta, perché comprovata da una tecnologia falsamente oggettiva.

Mappa della città di Bologna riportata sul sito della app. Screenshot via: Freeda

Quello che nasce come strumento per aiutare una parte della società rischia — per tragica ironia — di trasformarsi in un'arma a doppio taglio: non solo perché (se vogliamo pensare al più tetro degli scenari futuribili) chiunque può scaricare una app come Freeda e usarla per il fine opposto a quello previsto, ma perché, più in generale, fallisce nell'affrontare direttamente il problema del sessismo nella nostra società e cultura.

C'è molto di cui parlare quando si affronta la struttura e composizione degli spazi urbani nei confronti delle donne e — in questo senso — una app come Freeda, che permette di segnalare le strade non illuminate, può sicuramente rivelarsi uno strumento utile se non altro per convincere le amministrazioni comunali a mettere qualche lampione in più, pensando alla sicurezza dei propri cittadini.

Se poi — come sembra suggerire per ora la mappa di Bologna a disposizione sul sito della app, completamente marcata di rosso — nessuna zona del tessuto urbano è segnalata come sicura, magari questo strumento spingerà anche l'intera cittadinanza a un esame di coscienza collettivo.

Il messaggio che non deve passare assolutamente e che è stato invece ribadito su alcune testate, però, è che una app — la tecnologia — offra effettivamente la soluzione a una mancanza di sicurezza. Non si combattono stupri e aggressioni per le strade marcando ogni centimetro della mappa urbana come più o meno sicuro e fabbricando una sorta di zona di esclusione in realtà aumentata, li si combatte prendendo sul serio le vittime e ammettendo che, come società in generale, dobbiamo operare un cambiamento il più in fretta possibile, prima di parlare di "città sempre più a misura di donne."

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