Quella volta che Diego Abatantuono ha recitato in un film cyberpunk

“Vita autonoma un cazzo.”
Giulia Trincardi
Milan, Italy
2.10.17

La bellezza di vent'anni fa, usciva nei cinema il film Nirvana, un capolavoro di distopia cyberpunk all'italiana diretto da Gabriele Salvatores. Protagonista della pellicola è Diego Abatantuono, che interpreta il personaggio di un videogioco diventato senziente per colpa di un virus, mentre Christopher Lambert veste i panni del designer depresso che accetta di cancellare l'esistenza del suo protagonista per non imporgli più del dovuto quel mare di sofferenza che è la vita.

Ora, Nirvana è un film relativamente di nicchia, ma sicuramente conosciuto dai cultori del genere: uscito in anticipo di due anni rispetto al ben più famoso Matrix, ne precede alcune delle tematiche fondamentali — dall'avvento delle macchine senzienti all'idea di uno stato di meditazione profonda ("nirvana" non per niente) come chiave del superamento delle difficoltà umane — che sono, in realtà, comuni un po' a tutta la corrente del cyberpunk degli anni Novanta.

Ma il cinismo tanto becero quanto nobile del protagonista Solo (Abatantuono) rende Nirvana un film assolutamente unico.

In una delle sequenze iniziali del film, il computer intelligente del designer avverte l'uomo di un'anomalia in corso, mentre il creatore sta già parlando faccia a faccia — e allibito — con la sua creatura. "[Un virus] ha infettato il protagonista del tuo gioco. Gli ha fornito una specie di coscienza," spiega la IA al designer. "Così adesso gioca da solo e non risponde più ai comandi, come se avesse acquistato una vita autonoma."

"Autonoma un cazzo," risponde secco Solo. "Lo sai cosa vuol dire essere il personaggio di un videogioco di merda? Jimmy, dobbiamo parlare."

Nirvana ha milioni di dettagli che lo rendono una perla di cinema italiano d'avanguardia. Dalla simil-porta USB che la hacker interpretata da Stefania Rocca ha piantata in fronte, al mercato nero di organi dove il personaggio di Joystick (Sergio Rubini) si fa installare un paio di bulbi oculari artificiali, passando per sottili citazionismi della cultura popolare italiana come la pubblicità dei rigatoni "perché sei quello che mangi," trasmessa in una televisione dentro al furgone sgangherato con cui viaggiano i personaggi del film.

A distanza di vent'anni, Nirvana fa riflettere su che tipo di futuro e di disagio tecnologico ci immaginavamo e possiamo ancora immaginare, magari uno dove un personaggio come Solo ci ricorda che la realtà virtuale non è che un altro posto di merda in cui restare incastrati.