Serbia

Il criminale di guerra Radovan Karadzic è ancora un eroe in questo bar di Belgrado

L'avventore barbuto del Crazy Horse era ricercato per genocidio. I suoi compagni di bevute non conoscevano la sua identità — ma se avessero saputo chi fosse, lo avrebbero aiutato a nascondersi.
25 marzo 2016, 12:10pm
Il murales di Novi Beograd raffigurante Radovan Karadzic, identificato come "Dr. Dabic." [Foto di Aleksa Vitorovic/VICE News]

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Anche chi transita per la prima volta da Novi Beograd, uno squallido sobborgo della capitale serba, non può fare a meno di notare l'immenso murales raffigurante un uomo barbuto accanto all'entrata di un piccolo bar, il Crazy House. Quell'uomo, il protagonista della gigantografia, era uno dei clienti abituali.

Si tratta del "dottor" Dragan Dabic, un guaritore New Age rivelatosi poi essere uno degli uomini più ricercati al mondo: l'ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadzic, accusato per avere commesso genocidio, crimini di guerra e crimini contro l'umanità durante la guerra in Bosnia dal 1992 al 1995.

Karadzic è riuscito a sfuggire alla legge per 11 anni, trascorrendo la maggior parte delle sue notti proprio al Crazy House. Ed è qui che i suoi vecchi compagni di bevute si sono ritrovati giovedì sera, quando il loro amico - arrestato nel 2008 - è stato condannato a 40 anni di prigione dal Tribunale Criminale Internazionale dell'Aia.

Karadzic è stato dichiarato colpevole di aver istigato, nel 1995, il massacro di Srebrenica, in cui 8000 uomini e bambini musulmani bosniaci furono uccisi dall'esercito della repubblica Bosniaco-Serba di cui lui stesso era presidente.

Tra la fitta coltre di fumo di sigaretta e gli shot di "rakija", la potente grappa serba, cinque uomini sulla cinquantina siedono in silenzio sotto a un ritratto del criminale serbo. All'epoca non sapevano chi fosse, dicono.

"Se ne stava spesso seduto qui da solo, beveva caffè o vino rosso. A volte veniva con due amici, viveva in zona," racconta Nebojsa Jevric, un uomo che porta la barba lunga e indossa un cappellino da baseball con la scritta "Alaska".

Nebojsa Jevric e altri avventori abituali del Crazy House. [Foto di Aleksa Vitorovic/VICE News]

Secondo Jevric, che dice di essere stato un "reporter di guerra" e aver scritto per giornali e riviste nazionaliste serbe negli anni Novanta, nessuno sapeva che l'uomo con la barba bianca era Karadzic. Un altro avventore, che si presenta a noi come "Jesus", concorda con lui.

"Quando ci siamo resi conto di chi era, ci siamo infuriati. Se lo avessi saputo, sarei stato il primo a offrirgli un nascondiglio," dice.

Il verdetto dell'Aia è stato trasmesso in diretta in televisione, ma gli amici del bar non hanno seguito l'emissione della sentenza.

Nel locale, infatti, non c'è la televisione; il cameriere dice che hanno deciso di disfarsene. Il bar era comunque pieno: i sei tavoli disponibili erano pieni di giornalisti, tutti decisi a incontrare le persone che ancora ritengono che Karadzic un eroe serbo e che pensano siano i serbi-bosniaci i veri perseguitati della guerra.

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"Radovan è la vittima e i suoi accusatori sono i carnefici. E faranno quello che fanno i carnefici," conferma uno dei clienti del bar, Miroslav Kovijanic, mentre lui e i suoi amici aspettano la sentenza.

Poi, tutti si alzano per brindare a Karadzic. Un pensionato di nome Dusan Randjelovic, con le lacrime agli occhi, comincia a cantare: "Volevo dirti con questa canzone quanto ti voglio bene, Radovan."

"Ti ringrazio, le mie lacrime sono per te, e la mia tristezza non si può esprimere negli articoli e nelle foto," dice Randjelovic ai giornalisti.

Un uomo beve al Crazy House, in attesa del verdetto. [Foto di Aleksa Vitorovic/VICE News]

Karadzic è l'ufficiale di più alto grado a essere condannato per genocidio durante la guerra in Bosnia, in cui 100.000 persone sono state uccise e più di 2.2 milioni hanno dovuto lasciare la propria casa. È stato ed è tuttora il conflitto più sanguinoso che l'Europa abbia vissuto dal termine della Seconda Guerra Mondiale.

Per gli uomini in questo vecchio bar, Karadzic è una figura da venerare, al pari delle altre i cui ritratti stanno appesi alle pareti — il presidente russo Vladimir Putin, considerato da molti serbi come un "protettore" contro "l'imperialismo" dell'Occidente; il comandante militare di Karadzic, ai tempi della guerra, Ratko Mladic, anche lui sotto processo al tribunale per i crimini di guerra delle Nazioni Unite; e l'ex leader serbo Slobodan Milosevic, considerato uno degli architetti delle guerre degli anni Novanta in ex-Jugoslavia, morto nel corso del processo alla corte del tribunale dell'Aia.

A fianco di questo trio di eroi slavi, sui muri del Crazy House, si trova l'inaspettato ritratto di un quarto uomo: lo scomparso dittatore libico Mu'ammar Gheddafi.

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Anche durante le rivolte in Libia, molti in Serbia vedevano Gheddafi come un eroe, e non solo a causa del diffuso sentimento anti-occidentale scatenato dai bombardamenti NATO del 1999 che contrastarono la repressione degli albanesi in Kosovo. I nostalgici del vecchio regime ricordano di quando il leader della Jugoslavia comunista, il maresciallo Tito, era riuscito a stabilire un equilibrio durato decenni tra Est e Ovest — facendosi amici in Africa e Asia, all'interno del cosiddetto Movimento dei paesi non allineati. A quel tempo, la Jugoslavia e la Libia erano alleate.

Lontano dal Crazy House, nel centro di Belgrado, il verdetto contro Karadzic è l'occasione per i venditori di strada di esporre spillette e bandiere con la bandiera serba; dopo la sentenza, si è tenuta una manifestazione indetta da un altro sospetto criminale di guerra, il politico estremista Vojislav Seselj.

Seselj, la cui sentenza è prevista per il 31 marzo, afferma convinto che la manifestazione è una protesta "contro il verdetto per Radovan Karadzic," avvenuta, per caso, lo stesso giorno in cui la NATO cominciò a bombardare la Serbia, 17 anni fa.

Vanja, uno studente di 21 anni che non ha voluto fornire il suo cognome, trova "inappropriato" che Karadzic venga condannato nello stesso giorno dell'anniversario della campagna NATO.

Savo Velikic, 18 anni, ha saltato la scuola per unirsi alla manifestazione. "Il verdetto è una vergogna, perché a quell'epoca tutti uccidevano tutti. Solo i serbi vengono processati all'Aia, e questo prova che la sentenza sia ingiusta," dice.

La sua ragazza, Aleksandra Gligorin, ha 18 anni. Anche lei ha saltato la scuola. "Credo che il verdetto avrebbe senso se anche gli altri, e non solo i serbi, venissero processati per crimini di guerra," dice.

Questo è un pensiero comune in Serbia, dove molti credono che la corte delle Nazioni Unite abbia un pregiudizio contro la nazione balcanica. Anche il Ministro della Giustizia Nikola Selakovic ha detto alla TV serba di stato che il verdetto non "aiuta in nessun modo il processo di riconciliazione, che era l'intenzione primaria del Tribunale."

Velikic, Gligorin e un amico alla manifestazione nel centro di Belgrado. [Foto di Aleksa Vitorovic/VICE News]

Dall'altro lato, nemmeno le famiglie di alcune delle vittime della guerra in Bosnia sono soddisfatte del verdetto. Munita Subasic, presidente del gruppo Madri di Srebrenica, ha detto che le associazioni "sperano che più avanti [Karadzic] riceva una condanna adeguata," una che riconosca il ruolo che Karadzic ha avuto nei diversi episodi di guerra, e non solo nel massacro di Srebrenica.

"La durata della condanna non è la cosa più importante," ha detto, "è una questione di principio."


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