'Ventura' è un’altra sfaccettatura del diamante Anderson .Paak

Con Oxnard il protetto di Dr. Dre ha liberato la sua vena rap, adesso si è di nuovo tuffato a bomba nelle profondità del soul.
LC
Berlin, DE
anderson paak live
Fotografia di Tim Mosenfelder via Noisey

Anderson .Paak è un Golden Boy. È il ragazzino che per strada impara a giocare a pallacanestro e sbaraglia quelli più alti di lui, che si perde nei suoi pensieri seduto in fondo alla classe mentre batte un ritmo sul banco con due matite al posto delle bacchette da batterista. Anderson .Paak si nasce, quel groove brillante e sicuro di sé non si può improvvisare. È il biglietto d’oro che trovi nella tavoletta di cioccolato di Roald Dahl, è un talento da uno su un milione, la stoffa dei campioni.

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Figlio della California, cresce incarnandone i tratti caratteristici: il godersi la vita edonisticamente (una buona parte della sua composizione celebra il sesso più o meno spinto e le sue gioie); il guardare alle cose e coglierne il lato migliore; l’immergersi nel bello irradiandolo, muoversi dal basso alla conquista della vetta. È un padre innamorato, un ragazzo giovane che, da appassionato ammiratore di Jay Z e del Kanye di The College Dropout, si è ritrovato a lavorare niente meno che con Dre, a produrre due album nel suo studio e a infilare una serie di successi impressionante. Dove un elenco di lunghezza telefonica di featuring stellari rischierebbe di oscurare la performance personale, Paak esplode su disco e sul palco, pastore di una celebrazione black da cui lasciarsi travolgere in un inno all’amore.

Sono passati solo pochi mesi da Oxnard, il suo ultimo album, ma Paak ha appena svelato dalla manica un’asso nascosto che si chiama Ventura: un nuovo album che supera il suo predecessore, recensito bene ma non benissimo: "un talento formidabile, ma anche in divenire", lo ha definito Vulture; Rolling Stone ha parlato di "grandi momenti", ma anche di "opportunità mancate". Ventura invece aveva quasi passato l’esame prima ancora di uscire, data la qualità del primo estratto "King James", hit dalle prime linee di basso e ritratto del sociale quotidiano di cui l’artista e gli Stati Uniti sono testimoni. Il testo omaggia icone come Lebron James e Colin Kaepernick, moderne leggende che dagli annuari sportivi sono entrate a far parte delle pagine di storia afroamericana.

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anderson paak ventura

La copertina di Ventura di Anderson .Paak, cliccaci sopra per ascoltarlo su Spotify.

Ventura è un prodotto morbido, fluido e senza soluzione di continuità: un disco circolare da lasciare andare in sottofondo senza preoccuparsi che l’atmosfera sia spezzata all’improvviso. Comincia col botto, arriva all’ascolto a gamba tesa come il Jim Carrey di “The Mask” in abito da gangster e cappello calato mentre apre la porta con un calcio. "Come Home" accoglie il velocissimo rap di André 3000 su una base di piano à la John Legend, sensuale e paradisiaca come i cori che la incorniciano. Le tracce sono vellutate, l’album è un tramonto arancione che diventa sera davanti a un drink in un bicchiere di cristallo, tintinnando i cubetti di ghiaccio al suo interno. È un momento di piacere, fisico e emotivo, che Anderson in primis si gusta da ottimo padrone di casa nel cui salotto fa rilassare i suoi ospiti.

Amministra i ritmi alternandoli, da melodie dense come melassa a beat più scanditi e ammiccanti. Ogni brano è una tavolozza di elementi, mescolati e incastrati in più combinazioni nell’arco degli stessi cinque minuti, continua jam session in cui lasciarsi ispirare dalla creatività dell’attimo. Seducente, parla di emozioni e attribuisce alle melodie un ruolo d’onore, godendo queste di pieno spazio oltre la personalità vulcanica del loro interprete. Come una collana che decora la nuca di una donna affascinante, di anello in anello le tracce della scaletta scivolano fra le dita, giocando in un saliscendi di archi e fiati.

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Ventura è meno hip-hop di Oxnard, sebbene nel finale compaia la voce di una leggenda scomparsa come Nate Dogg. È governato dalle sezioni vocali, cavalcate come onde; si muove in varie direzioni, all’interno di una bolla di vapore soffusa come il calore di una doccia in cui fare l’amore. Il sound è vintage, soul anni Settanta con tinte del primo Michael Jackson ("Reachin 2 Much"), e del connubio Keys/Jay Z di "Empire State Of Mind" ("Chosen One"). Infatti, all’elemento maschile si fonde l’essenza intensa e delicata delle splendenti Brandy, Jazmine Sullivan, Lalah Hathaway, fiori che sbocciano di femminile ricchezza.

"Make It Better" aggiunge a questa rubrica d’eccellenza il nome illustre di Smokey Robinson, profeta della Motown e di una scuola rhythm and blues d’altri tempi: atmosfera da vecchia Hollywood, il pezzo è un incanto di violini che disegnano una scena di un film in bianco e nero in cui due amanti si scorgono da lontano per corrersi incontro e abbandonarsi ad un bacio da finale di Casablanca.

"Jet Black" potrebbe ben chiudere il tutto, come una fase di defaticamento. Decomprime i toni che, abbassandosi, sembrano un saluto sul palco prima di concedere bis. Pubblicare due album a così breve distanza uno dopo l'altro avrebbe potuto generare confusione, errori di distrazione. Invece Anderson con Oxnard ha liberato la sua vena rap, con Ventura si è tuffato ed immerso nelle profondità del soul, come faceva all'inizio. Sfaccettature diverse di uno stesso diamante che ha mille spicchi e scintilla accecante da qualsiasi angolo lo si ammiri. Può essere bello per chi aveva nostalgia di Malibu, ma anche un peccato per chi voleva sentire Paak esplorare nuovi territori: si tratta di una questione di parti e della loro somma. Laura è su Instagram. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.

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