chemsex

GHB, Grindr e viagra: in Italia il chemsex è diffuso, anche se non se ne parla

Si tratta di feste private in cui gruppi di ragazzi si incontrano per consumare sostanze e fare sesso a oltranza, molto spesso non protetto.

di Antonella Di Biase; illustrazioni di Massimiliano Marzucco
18 giugno 2019, 9:03am

Illustrazione di Massimiliano Marzucco.

Tutta la nostra vita sociale gira attorno ai rapporti interpersonali e al consumo di sostanze, se includiamo ovviamente anche l’alcol. Stare svegli molte ore, socializzare, bere, assumere droghe, ascoltare musica, magari conoscere qualcuno con cui fare sesso sono attività che fanno parte dell'esistenza di molti. Il chemsex unisce tutte queste cose, e negli ultimi anni ha assunto le sembianze della tempesta perfetta per tre motivi principali: una comunità sempre più affiatata come quella MSM—ovvero men who have sex with men—nuove droghe al confine tra legalità e illegalità, e la diffusione capillare delle app di incontri.

Per chemsex si intendono infatti feste private in cui gruppi di ragazzi, tendenzialmente gay maschi, si incontrano per consumare upper ed empatogeni e fare sesso a oltranza. Se in altre parti d’Europa il tema è trattato da diversi anni, qui in Italia il chemsex è ancora piuttosto sconosciuto, sia nell’opinione pubblica che all’interno della stessa comunità LGBTQ. I media italiani ne hanno parlato in occasione di episodi di cronaca come il caso Varani, ma con i soliti termini scandalistici e superficiali, senza cercare di approfondire la questione.

Per alcuni praticare chemsex è un’attività principalmente edonistica e aproblematica, non molto diversa dal perdersi tra un after e l’altro durante il weekend. E per quanto il consumo di droghe non sia mai salutare, rientra pur sempre nella libertà individuale e nel sacrosanto diritto alla psichedelia. Per altri però il chemsex può diventare una forma di dipendenza molto ingombrante, che mette in crisi il rapporto con se stessi e con gli altri, e allo stesso tempo facilita la diffusione di malattie sessualmente trasmissibili, perché i rapporti sono molto spesso non protetti.

“Ci si ritrova in gruppi che possono andare dalle tre alle 20 persone. A volte si continua anche per più di tre giorni: si va avanti finché si regge, con i soldi e con le forze. Fino a una decina d’anni fa c’erano i cosiddetti chill, ci si vedeva a casa di qualcuno dopo le serate e si faceva sesso tutti insieme. Ma ora è la componente droga a essere predominante,” mi ha detto Mario*, 35enne che frequenta i circuiti milanesi di chemsex da molti anni e che sta cercando di allontanarsene per qualche tempo.

Le sostanze assunte durante le feste sono principalmente GHB—quello che spesso viene definito "droga dello stupro"—coca basata, mefedrone, crystal meth e il cosiddetto PV—ovvero l’MDPV, un empatogeno con effetti che ricordano un misto tra MDMA e speed. E poi si ricorre anche al viagra, perché uno degli effetti collaterali di queste sostanze è quello di inibire l’erezione. Questo è anche il motivo per cui spesso da un certo punto della festa in poi si utilizzano cockring e sex toy, o si apre Grindr per cercare qualcuno in grado di avere un’erezione che possa unirsi al gruppo.

“Si passa il tempo prevalentemente nudi, ma non è proprio un'orgia. Le situazioni possono essere più o meno spinte a livello di fetish, ma la costante è la ricerca di droghe e di gente. Tutto gira intorno all'attesa: l'attesa di trovare qualcuno su Grindr, l'attesa che mandi le foto, l'attesa che porti qualcosa, l'attesa che arrivi il pusher, l'attesa di poter rifare un giro di G,” ha continuato Mario. “Sulle app chi cerca chemsex si riconosce facilmente perché usa nomi in codice come chem sex now, chmsx, kmsx4u. Il sesso, comunque, è non protetto anche tra sconosciuti. Se uno chiede il preservativo viene messo da parte.”

“Ormai è molto diffuso in Italia ed è praticato dalle persone più insospettabili. A Milano, in particolare, è diffusissimo. Di solito ci si incontra alle serate frequentate dal carrozzone dei ragazzi del circuito dei party italiani ed europei. Puoi trovare il neolaureato alla Bocconi, lo spacciatore nordafricano, il personal trainer, l'infermiere 50enne che smette giusto in tempo per il turno, il maestro delle elementari, e il visual merchandiser in malattia da cinque mesi. Io mi sono allontanato da questi circuiti perché voglio riprendere in mano alcune priorità. Ma non credo di voler smettere. Ho solo capito di avere esagerato, e vorrei avere di nuovo la situazione sotto controllo.”

“Io sono un consumatore, pratico chemsex e non ho sviluppato nessun tipo di problematicità,” mi ha detto Giulio Corbelli, vicepresidente della onlus Plus Bologna, che si occupa di persone LGBTQ sieropositive. “Anzi, per una certa nicchia gay si tratta di un vero e proprio rituale sociale, un modo per entrare in contatto con altre persone. Le feste hanno spesso delle dinamiche ritualizzate precise: la parte in cui si comincia, la lenta salita delle droghe, il sesso, le pause, le chiacchiere per conoscersi. Una volta a una festa un ragazzo si è sentito male dopo aver assunto troppo GHB, io mi sono preso cura di lui e poi lui si è aperto con me raccontandomi i suoi problemi con la coca basata.”

“Con Plus abbiamo fatto un’indagine su un campione di 500 persone, ed è emerso che il 70-80 percento di chi fa chemsex non ha problemi di dipendenza. Io non avrei un approccio troppo allarmistico in proposito, rischia di andare a discapito di chi fa uso, che potrebbe venir subito additato socialmente come ‘drogato’,” ha continuato Giulio. “Per quanto riguarda la questione del sesso non protetto, invece, direi che non è una prerogativa del chemsex. Purtroppo succede in molti altri contesti, e penso sia ingiusto collegare troppo le due cose. Sono andato anche a feste in cui si faceva sesso protetto, con preservativi, guanti e tutto, ma certo non sono la maggioranza.”

“Il chemsex, per quanto riscontrato finora, è un’esclusiva della comunità MSM. Ma sono sicura che se anche gli etero avessero libero accesso a tutte le proprie fantasie di sesso e droga senza sentirsi giudicati, lo farebbero molto di più,” mi ha detto la Dottoressa Giorgia Fracca, psicanalista ALIpsi, che da due mesi gestisce un gruppo di autoaiuto per l’abuso di chemsex all’ASA, Associazione Solidarietà AIDS di Milano. “L’esigenza di far partire il gruppo è nata dal fatto che negli ultimi mesi ho visto un forte incremento di chemsex. Per il mio lavoro di psicoterapeuta mi occupo da anni di orientamento di genere, e tengo un po’ il polso della comunità milanese. Al gruppo partecipano persone con un problema specifico di dipendenza da chemsex, che magari gravitano già intorno all’ASA oppure sono venute a conoscenza del gruppo tramite altri.”

“Le sostanze hanno un effetto disinibente, vagamente psichedelico e di aumento della percezione: i contatti fisici vengono sentiti in modo molto più intenso. La meth, ad esempio, incrementa la quantità di dopamina del 120 percento rispetto agli stati normali. Questo piacere aumentato sul corpo e il superamento di alcuni tabù diventano la via d’accesso a una sessualità più trasgressiva e ci si sente più sicuri di sé. È anche questa sensazione che può creare dipendenza. Il paradosso è che quando si consumano quelle sostanze non si raggiunge quasi mai l’orgasmo. E per questo motivo si va avanti per giorni.”

Alle sedute i ragazzi sono seduti in cerchio e l’analista si occupa principalmente di far circolare la parola e di facilitare l'interpretazione di quanto viene detto. Per le dipendenze spesso il piccolo gruppo monosintomatico è lo strumento più efficace, mi ha spiegato, perché nel rapporto a tu per tu con il terapeuta entra in gioco il transfert, che può essere da ostacolo alla cura. “Inoltre, il chemsex non è molto conosciuto. Anzi, spesso è stigmatizzato all’interno della stessa comunità LGBTQ. I ragazzi che hanno sviluppato una problematicità hanno l’esigenza di confrontarsi con chi condivide la loro esperienza. Il dialogo infatti avviene in modo piuttosto spontaneo, c’è una gran voglia di aiutarsi aiutando gli altri,” ha continuato.

L’abuso da chemsex non dà l’immediata consapevolezza di essere tossicodipendenti, anche perché il consumo avviene in momenti e luoghi circoscritti. Ma per una serie di ragioni contingenti—traumi, delusioni amorose, periodi senza lavoro—si può passare dall’uso sporadico alla dipendenza. “Molti dei ragazzi sono professionisti con un alto profilo socioeconomico, e si accorgono di esagerare solo quando la loro vita inizia ad andare a rotoli. Sono sostanze con cui è facile andare in overdose, o che possono avere conseguenze gravi, tra cui il suicidio, per la depressione dovuta al down,” ha continuato la Dottoressa.

Il down dopo le feste e l’astinenza sono i problemi più diffusi. Ma in alcuni casi la combinazione sesso-droghe può agire in maniera molto profonda sui profili psicologici più fragili. “La reazione della psiche e del fisico dopo le feste è molto soggettiva. Di solito l’astinenza, nel brevissimo, genera sonno—visto che si passano molte ore senza dormire. Poi arrivano la depressione e l’ansia. A volte le sostanze slatentizzano delle psicosi, mettono alla prova le personalità più fragili che perdono il contatto con la realtà: si possono sviluppare stati paranoici e manie di persecuzione,” ha continuato.

In altri paesi si parla di chemsex da tempo anche a livello istituzionale. Nel 2014 la città di Londra ha commissionato una ricerca per capire la dimensione del fenomeno, e un quinto del campione ha dichiarato di aver praticato chemsex almeno una volta negli ultimi cinque anni. Sono state adottate delle misure di riduzione del danno che vanno dall’educazione sui rischi a un monitoraggio specifico per le malattie sessualmente trasmissibili. Sostanze come il mefedrone sono state dichiarate illegali. In Italia, a fare informazione e dare assistenza sono principalmente le associazioni che si occupano di HIV, tra cui i già citati Plus di Bologna e l’ASA di Milano.

“La decisione di smettere dipende molto da persona a persona, alcuni ragazzi vanno avanti per anni senza grossi problemi. Altri invece vivono brutte esperienze fin da subito e cercano di smettere dopo pochi mesi. Sicuramente è una realtà di cui in Italia bisognerebbe parlare un po’ di più, sia in termini generali che all’interno della comunità LGBTQ. Sfatare il tabù è l’unico modo per informare i soggetti a rischio, e aiutare chi fa abuso di chemsex e non ne è ancora del tutto consapevole” ha concluso la Dottoressa.

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