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politica

Per la prima volta, la Lega sarebbe il primo partito anche tra i giovani elettori

Secondo una rilevazione Swg, il 28 percento dei millennial e il 38 degli zoomer andati a votare lo ha fatto per Salvini.

di Leonardo Bianchi
30 maggio 2019, 10:18am

Foto di Federico Tribbioli.

Qualche anno fa, il referendum per Brexit e le presidenziali americane—ma si potrebbero fare anche molti altri esempi, tra cui la recente ascesa dei Verdi in Germania—sembravano aver confermato per l’ennesima volta l’assunto che i vecchi sono conservatori, e i giovani sono progressisti.

A ben guardare, però, si tratta di poco più di un mito. Anche perché gli unici dati certi sono il maggior tasso di astensionismo dei giovani rispetto ad altre fasce d’età (questo era proprio il caso della Brexit), e un’elevata volatilità elettorale. Nel senso che il voto può cambiare molto velocemente, e andare in direzioni radicalmente diverse tra loro.

In questo, l’Italia è un caso piuttosto significativo a livello europeo. Nel 2013, ad esempio, il Movimento 5 Stelle aveva fatto il pieno nella fascia d’età che andava dai 18 ai 35 anni; l’anno successivo, alle europee del 2014, era toccato al Partito Democratico guidato da Matteo Renzi; alle politiche dell’anno scorso i sondaggi dicevano che circa il 40 percento dei giovani andati alle urne aveva votato M5S; e alle ultime europee, secondo due rilevazioni, per la prima volta una fetta consistente ha votato Lega.

Per Swg, il 28 percento dei millennial andati a votare ha votato Salvini—un aumento di 11 punti rispetto alle politiche del 2018. Le percentuali salgono considerevolmente presso la generazione Z (i maggiorenni nati dopo il 1997): in questa fascia, con astensione del 51 percento, la Lega ha preso il 38 percento; un aumento di ben 21 punti. Un altro dato significativo è che il M5S ha perso il 15 e il 26 percento in un solo anno.

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Tabella di SWG, via.

Secondo Ixé, invece, la Lega è di gran lunga il partito preferito dai boomer (45-55 anni) con il 45,8 percento. Poi, per quanto riguarda le fasce 18-24 e 25-34, la situazione è invertita rispetto a quanto rilevato da Swg: il 37 percento dei millennials ha votato Lega; mentre il dato scende a 24,2 percento presso gli zoomer, molto vicino al PD (23.6).

Queste rilevazioni—sempre limitandoci al voto del 26 maggio—sembrerebbero inoltre confermare la tendenza fotografata da una ricerca del 2018 dell’istituto americano Pew Research Center: ossia che i giovani italiani sono generalmente più conservatori rispetto ai loro omologhi in Germania, Danimarca, Francia, Olanda, Spagna e altri paesi.

In Italia, infatti, gli under 30 che si dichiarano di “sinistra” sono il 28 percento; sui diritti civili sono più progressisti rispetto agli adulti italiani, ma meno rispetto ai giovani di altri paesi; e sono più euroscettici degli adulti.

Tuttavia, e qui torno sulle Europee della scorsa domenica, rilevazioni del genere vanno necessariamente calate nello specifico contesto italiano, che in realtà è pieno di sfumature e contraddizioni. La più palese è sicuramente quella che riguarda l’ambiente e l’emergenza climatica.

Come osserva sul Sole 24 Ore il professore Alessandro Rosina—coordinatore del “Rapporto giovani” dell’Istituto G. Toniolo—se in Europa la cosiddetta “onda verde” è stata “mossa dal basso,” questo è completamente mancato in Italia. Eppure, secondo i dati del “Rapporto giovani,” l’attenzione verso i temi ambientali è molto forte nelle nuove generazioni—e la mobilitazione dei #FridaysForFuture ne è il segno più visibile.

Qualche esempio: l’83 percento tra i 18 e i 32 anni è interessato a “promuovere il bene della propria comunità,” e due intervistati su tre si dicono “indignati per quanto poco si fa per lo sviluppo sostenibile.” Oltre l’80 percento, però, “non ha mai avuto contatti con associazioni impegnate su questo fronte.”

In altre parole, dice Rosina, “manca quasi del tutto attenzione autentica alla domanda che i giovani esprimono, compresa quella politica.” Tutto ciò che viene richiesto ai giovani italiani, continua il professore, è di “conformarsi alle attese dei genitori,” ad “adattarsi a quello che il mercato offre,” e ad essere “elettori a cui i partiti rivolgono attenzione solo nel momento in cui è richiesto il voto.”

Tutto ciò testimonia insomma quanto sia debole in Italia la “forza giovani,” con un peso demografico (e dunque elettorale) ridotto e completamente schiacciata “sulle preoccupazioni dell’oggi.” L’estrema volatilità del voto giovanile è lì a dirci che il problema non sta tanto nella domanda, quanto nell’offerta politica. E se a questo giro è andata così, nulla lascia presagire che sarà così anche nella prossima tornata elettorale.

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