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Secondo questo antropologo l'abitare illegale ci insegna l'urbanistica del futuro

"I modi di vivere alternativi sono un modo di chiamarsi fuori da un sistema che si sta autodistruggendo."

di Antonella Di Biase
28 giugno 2017, 9:56am

La popolazione mondiale ha superato da tempo i sette miliardi, la percentuale di anidride carbonica nell'atmosfera ha raggiunto livelli irreversibili, Shangai conta 27 milioni di abitanti. E se è vero che le risorse e gli spazi sono limitati, mentre i bisogni non finiscono mai, la crescita demografica e l'urbanizzazione esasperata sono tra le sfide più importanti da affrontare in questo Antropocene per rendere il pianeta più vivibile ed evitare di estremizzare le disuguaglianze.

A livello macroscopico, l'abitare è un problema da gestire in senso sociale e logistico, per cui è necessaria una nuova coscienza critica che tenga conto dei flussi migratori, e delle condizioni ambientali ed economiche globali. A livello individuale, invece, è innanzitutto una necessità e un diritto. Per chi ci vive, infatti, la casa non è soltanto un edificio ma un luogo di appartenenza che ha a che fare con la propria identità e con un certo modo di collocarsi nel mondo e nel sistema globale. Una cosa è certa, che i modi di vivere alterativi sono una maniera più o meno lecita di chiamarsi fuori da un sistema che si sta autodistruggendo.

Se si vuole trovare una soluzione per far coincidere la dimensione macroscopica e quella microscopica dell'abitare, ed evitare scenari apocalittici da sovraffollamenti urbani, invasioni zombie e mancanza di risorse, bisogna studiarne le problematiche e allo stesso tempo proporre soluzioni fuori dagli schemi. Andrea Staid, antropologo classe 1982, ha studiato a lungo il fenomeno della marginalità urbana milanese, e ha dedicato i suoi ultimi anni a una ricerca sui modi alternativi di vivere la casa in Italia e nel mondo, raccolti nel libro Abitare Illegale, edito recentemente da Milieu.

Una casa che compone un ecovillaggio.

Il lavoro di Staid indaga le motivazioni e gli stili di vita di chi vive in maniera non convenzionale per scelta, per cultura o per necessità. Dalle case occupate delle capitali europee ai villaggi sinti e rom passando per il Nepal e le zone terremotate, nella sua ricerca questi luoghi diventano un modo per studiare e capire i limiti della nostra dimensione urbana occidentale — che è solo uno degli infiniti modi di vivere anche se, standoci dentro, ci sembra l'unico.

L'abitare informale, infatti, è un modo di vivere al di fuori della convenzione di dover affittare un appartamento in centro nella città in cui si lavora perché "è così che funziona". Il luogo in cui abitiamo ha un significato sociale e culturale anche quando lo viviamo acriticamente. Il fatto stesso, banalissimo, di vivere in una casa in affitto che non è stata costruita da noi o dai nostri avi, è il risultato di un lungo processo storico che ha a che fare con la rivoluzione industriale.

Ripensarsi anche nel modo di abitare in modo ecologico, decentrato e partecipativo può dare risposte concrete

"Nella storia dell'uomo ci si è sempre autocostruiti una casa, per millenni. Dalla rivoluzione industriale in poi, invece, la casa è diventata una merce come le altre," mi ha detto Andrea Staid in un bar della periferia milanese. "Si tratta del prodotto di una società, non di una condizione naturale: l'architettura ha un valore prima di tutto identitario e culturale, e non dovrebbe avere a che fare con le possibilità economiche. Alla base di quella che si definisce architettura vernacolare, che è il modo più originario di vivere, c'è la consapevolezza molto profonda dell'autocostruzione."

Nel libro, Staid cita diversi esempi di autocostruzione in Italia, riconducibili più o meno tutti a una situazione di emergenza. In Friuli, in Abruzzo e in Emilia, l'impulso all'autocostruzione per molti è stata un'alternativa alle tendopoli e alla speculazione edilizia post-terremoto. In molti casi, le abitazioni costruite dagli abitanti stessi si sono dimostrate molto più efficienti, resistenti e sostenibili di quelle fornite dallo stato.

La costruzione di una casa fatta di canapa.

Il caso più interessante citato in Abitare Illegale è quello di Mina, architetto emiliano, che dopo il terremoto si è costruita un prototipo di casa fatta di canapa; "un modo di abitare ecocompatibile, a bassi consumi energetici e anche antisismico," spiega Staid, "che però è al limite della legalità, senza che ce ne sia un vero motivo." Il fatto che alcuni modi alternativi di abitare siano illegali in occidente da un lato ha a che fare con sicurezza e ordine pubblico, ovviamente, dall'altro però è una forma di controllo che forse è necessario superare. "Vietare l'autocostruzione a mio parere è scorretto. Bisognerebbe controllare, non vietare," osserva Staid.

"Per esempio sono stato a Kathmandu, in Nepal, dopo il terremoto del 2015, e lì ognuno era libero di costruire la sua abitazione — vietarlo sarebbe stato semplicemente impossibile e controproducente," continua. "Invece in Italia, nonostante sia il paese delle speculazioni edilizie, delle morti sul lavoro e delle infiltrazioni mafiose, una cosa del genere sarebbe semplicemente impensabile. Ci sono forti restrizioni legislative a riguardo, eppure chi costruisce la propria casa non ha alcun interesse a farla cadere."

Sovrapproduzione, produttivismo e consumismo sono quindi i sintomi e non le cause di problemi più profondi

Poi c'è l'architettura DIY di chi si posiziona ai margini delle metropoli, che non si trova in una situazione di emergenza ma di indigenza economica. "Ovviamente questi spazi sono meno ecologici, ma li possiamo considerare dei rituali di resistenza all'esclusione sociale creata dal sistema dominante, dove permettersi la casa non è un diritto, ma un lusso," aggiunge.

Un esempio italiano sono i villaggi rom, luoghi che spesso animano il dibattito politico, ma che è necessario studiare per permettere ai suoi abitanti di integrarsi: conoscere i luoghi dell'abitare illegale che ci circondano, insegna il lavoro di Staid, è anche un'occasione per far cadere degli stereotipi e creare un dialogo con le componenti del tessuto urbano che non ha senso ignorare.

Un teepeeland quasi nel centro di Berlino

Gli ecovillaggi, invece, in un momento storico come quello che stiamo vivendo, vogliono essere una risposta palese contro lo spreco e l'inquinamento, dei veri e propri progetti di ecologismo sociale. "Gli abitanti di questi villaggi non scelgono solo di costruirsi una bella casetta nel bosco, ma attuano una critica radicale alle politiche anti-ecologiche e lo fanno in modo creativo, con un nuovo approccio alla società: ricostruttivo, ecologico, comunitario ed etico," mi racconta Staid.

Poi ci sono gli auto-costruttori ecologisti convinti che l'attuale crisi ecologica sia un prodotto del capitalismo, "e come dargli torto", sorride Staid. "Sono critici dell'ecologia profonda, e credono che non sia la sovrappopolazione il problema, ma il modo in cui le persone si relazionano fra di loro. Questo modo gerarchico ed estremamente inquinante ha generato le crisi economiche, sociali ed ecologiche che caratterizzano il mondo di oggi," ha continuato.

"Sovrapproduzione, produttivismo e consumismo sono quindi i sintomi e non le cause di problemi più profondi che riguardano le relazioni sociali. Ripensarsi anche nel modo di abitare in modo ecologico, decentrato e partecipativo può dare risposte concrete," conclude.