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Campania

Prostituzione, schiavitù, abusi: nella società parallela dei migranti a Castel Volturno

VICE News ha visitato l'area della provincia di Caserta diventata un luogo simbolo del fallimento della gestione dell’immigrazione e delle politiche d’integrazione italiane.
18.5.16
[Foto VICE News]

L'area litoranea che collega Castel Volturno a Mondragone, sulla costa campana, ha un che di post-apocalittico.

Interi edifici abbandonati o occupati, stabilimenti su spiagge erose dal mare, la spazzatura che riempie i lati delle strade: l'impressione è che qui i luoghi più confortevoli siano i centri commerciali, e una clinica privata in cui si vengono a curare da tutta la regione.

La Domitiana, la strada che il sovrano romano Domiziano volle per collegare meglio Pozzuoli ai territori dell'Impero, dei fasti antichi non conserva nulla — se non la dimensione, e un nome evocativo.

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Le ville, con statue squarciate, fontane abbandonate e scheletri di strutture incomplete, richiamano costantemente la fine del sogno borghese degli anni Sessanta.

Là dove doveva villeggiare la Napoli bene, ora vivono ammassati migliaia di africani che spesso non hanno neanche l'acqua corrente.

Pierino Letta è uno dei pochi italiani che gode ancora della propria seconda casa, comprata con i soldi della pensione: "I miei figli e i miei nipoti non ci vogliono venire. Per loro non è un bel posto," racconta a VICE News dal cancello del suo giardino, guardando davanti a sé le villette a schiera di cemento.

Lì dentro, oggi, abitano soltanto ghanesi. Per andare in bagno camminano oltre la strada sterrata e si addentrano nei campi di giunchi da palude. Per bere fanno affidamento su Pierino, che gli offre l'acqua che usa per innaffiare il prato.

E così si forma questa breve carovana di africani che entrano e escono con i secchi in quell'oasi strappata all'abbandono. "Dicono che dovrebbero tornarsene a casa, che è colpa loro se le nostre abitazioni non valgono più niente, che sono criminali. Ma i miei vicini sono poveri cristiani e pure loro dovranno bere, no?"

I migranti presenti sul territorio di Castel Volturno sono ufficialmente quasi quattromila. Tuttavia la Caritas, in un rapporto del 2015, stima che siano oltre diecimila — poco meno della metà della popolazione complessiva.

Prevalentemente senza documenti, vivono in edifici abbandonati e fatiscenti di cui spesso pagano affitti incongrui ai proprietari. Alcuni raccontano di essersi spostati qua perché richiamati dalla presenza massiccia di una comunità di connazionali.

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Altri dicono di essere stati mandati dalle stesse autorità italiane che in Sicilia, a Milano, a Trieste, hanno consigliato di raggiungere questa terra "perché là non vi fanno i controlli."

Ma Castel Volturno è, soprattutto, un limbo in cui gran parte degli africani restano intrappolati, conducendo una vita precaria, senza documenti e con un lavoro irregolare e saltuario.

Entrando in una delle ville abbandonate, incontriamo un gruppo di africani che vivono dividendo pochi metri. Scalinata di un lusso decadente e interni da baracca.

Qui c'è gente che dorme su brandine con il corpo avvolto nelle lenzuola fino a sopra la testa, come fosse un cadavere. Sedie rotte, un fornello da campo incrostato, il frigo che sembra uscito da una discarica: tutto è logoro e di fortuna.

Alcuni degli inquilini sono infastiditi dalla nostra presenza: siamo estranei, e per di più giornalisti. Altri, invece, sono disposti a parlare. Un ragazzo africano con una sacca di plastica attaccata alla pancia racconta: "Ero uscito per comprare del latte quando davanti a me ho visto un'auto con dentro due uomini. Uno mi ha sparato." "Perché?" "Non ho idea", risponde.

Non è il primo a essere stato colpito da sconosciuti, almeno all'apparenza italiani. E non sarà l'ultimo: pochi mesi dopo la nostra visita a Castel Volturno spareranno anche al suo coinquilino, che in quel momento sta cucinando a pochi metri da noi.

Gli agguati accadono con frequenza nella zona. Nel 2014, proprio in seguito alla gambizzazione di due ivoriani, c'è stata una rivolta a Pescopagano che si è conclusa con auto in fiamme, arresti e le dimissioni della vicesindaco di Mondragone.

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E il terrore delle sparatorie e degli attacchi fisici deriva anche dalla presa di coscienza di un fattore fondamentale: qui il corpo è l'unico mezzo per lavorare e sopravvivere.

Le "Kalifoo Ground"

In questa striscia di terra, che per ironia della sorte è dominata dalla torre di Patria costruita sui resti della tomba di Scipione l'Africano, i neri si muovono come fantasmi veloci, quasi invisibili, mentre prima dell'alba raggiungono la Domitiana per cercare lavoro.

Verso le quattro di mattina, gli autobus che passano sulla strada cominciano a riempirsi di uomini africani sulla trentina.

Sono diretti verso le "Kalifoo Ground", le rotonde che si estendono nel triangolo di terra tra i comuni di Casal di Principe, Villa Literno e Castel Volturno. I migranti che vivono in questa zona si recano qui ogni mattina per cercare lavoro.

Kalifoo è l'unione delle parole inglesi "carry forward", portare avanti, pronunciata con un marcato accento africano. Le Kalifoo Ground sono in effetti i luoghi dove gli africani vanno nella speranza che un furgoncino li "porti avanti", a lavorare cioè nei campi o sulle impalcature, 12 ore al giorno per 25 euro. Quando va bene.

In comuni come Foggia e Rosarno il lavoro è stagionale. A Castel Volturno, invece, la situazione è diversa. Qui la presenza stabile di migranti ha fatto sì che le Kalifoo siano solo il primo contatto per un ingaggio: spesso, invece, relazionano direttamente con il 'padrone', o chi ne fa le veci, lasciando il proprio numero di cellulare.

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Francis, nome fittizio che utilizziamo per tutelarlo da possibili ritorsioni, è un ragazzo ghanese di 28 anni arrivato a Castel Volturno l'estate scorsa. Ci ha permesso di seguirlo nel percorso che fa tutte le mattine per andare a lavoro.

Sono le quattro meno un quarto e lui è il primo a presentarsi alla fermata dell'autobus. "Bisogna arrivare presto, sull'autobus delle cinque già non c'è più posto", ci spiega.

Saliamo sull'autobus che si ferma poco prima della rotonda di Giugliano. Qui scende un gruppo di ragazzi africani, ma Francis prosegue verso Secondigliano, dove oggi è stato chiamato a lavorare presso un mercato ortofrutticolo.

Noi scendiamo alla fermata di Secondigliano assieme a Francis e altri tre ragazzi. L'atmosfera si fa palpabilmente più tesa, cominciamo a dare nell'occhio. I passanti fissano Francis e i suoi amici, che a loro volta allungano il passo e si girano nervosamente verso di noi.

"Non mi seguite più, ho troppa paura", dice Francis, rendendosi conto che la nostra presenza potrebbe metterlo nei guai.

Lo rincontriamo verso le sette di sera a casa sua, un appartamento che ha in affitto in nero per 300 euro al mese, assieme ad altri due ragazzi.

È visibilmente stanco, ma la giornata non è andata male: "Il capo per cui ho lavorato oggi è un brav'uomo. Non è uno di quelli che urlano se mentre lavori chiedi di bere dell'acqua."

Come per molti dei migranti africani arrivati in Italia dopo il 2011, venire in Europa non era mai stato nei suoi piani. Francis è arrivato l'estate scorsa costretto a fuggire dalla Libia, dove faceva il manovale, e dalle violenze sempre più efferate contro i neri sospettati di essere vecchi sostenitori di Gheddafi.

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"Le milizie picchiano i neri, uccidono i neri, arrestano i neri. Ci fanno cose brutte", racconta a VICE News. Dopo essere stato soccorso e portato al porto di Lampedusa, Francis è stato trasferito in un CARA di Trieste — dove a lui e altri sei ragazzi africani è stato dato il foglio di via: "Uno di noi è andato alla stazione di polizia per sapere cosa dovessimo fare, ci hanno detto andate a Napoli o a Palermo: lì troverete lavoro."

Tramite un avvocato che lavora pro-bono presso lo sportello legale del centro sociale Ex Canapificio di Caserta, Francis sta facendo ricorso e spera di ottenere un permesso di soggiorno, argomento di cui parla continuamente: "In Europa avere un documento è avere una speranza".

Poi fa una lunga pausa, e guarda fuori dal balcone che affaccia sulla montagna di rifiuti gettati lungo il viale. "Castel Volturno è la terra di chi non ha documenti," sospira.

Leggi anche: Chi sono i migranti bambini che arrivano in Italia da soli — e perché molti di loro scompaiono

In regioni come la Campania, il lavoro nero incide fortemente sull'economia locale. "Aziende piccole, familiari, chiuderebbero senza la manodopera straniera; io li chiamo 'finti imprenditori' perché tirano avanti solo grazie allo sfruttamento," racconta Gianluca Castaldi, responsabile dell'area immigrazione della Caritas di Caserta e attivista presso il centro sociale Ex Canapificio.

Attraverso il progetto Work Out della Caritas di Caserta, Gianluca aiuta i migranti vittime di sfruttamento lavorativo a sporgere denuncia. Ci accompagna in una casa di protezione per i casi particolarmente a rischio di ritorsione.

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Ad aprirci la porta è Indemba Demin, uomo ghanese di 37 anni. Sembra timido, ci accoglie sorridendo. Nella piccola stanza, che condivide con altri tre ragazzi, ci racconta la sua storia.

Indemba lavorava presso una fabbrica di smaltimento rifiuti in un comune della città metropolitana di Napoli. Scartava vetri rotti, separandoli dagli altri rifiuti dalle sei di mattina alle sei di sera, per 25 euro al giorno. E spesso senza essere pagato per intere settimane.

Quando chiedeva gli arretrati del mese, si sentiva rispondere che 'non era il momento', che 'il proprietario non c'era' e una serie di altre scuse.

Di fronte a continui alibi e pretesti, Indemba decise di rivolgersi direttamente ai tre soci proprietari: "Cominciarono a urlarmi contro e strattonarmi. A un certo punto uno di loro ha afferrato un martello e me lo ha lanciato sulla gamba," racconta.

Di quell'episodio, l'uomo porta ancora i segni. Ma la scelta di Indemba di denunciare l'accaduto ha fatto partire uno dei più importanti processi per sfruttamento lavorativo con protagonista un migrante.

"La denuncia dei migranti scatta solo quando si arriva al 'punto di ebollizione'," e questo si raggiunge soprattutto quando viene compromesso il corpo, perché "lavorano con quello," spiega sempre Gianluca.

Leggi anche: Nell'ospedale italiano che cura i migranti affetti da DPTS

Lui attualmente segue 140 casi di sfruttamento lavorativo, la maggior parte dei quali concentrati tra Castel Volturno e le zone limitrofe: "Ho incontrato ragazzi che sono diventati afoni per lo shock dei maltrattamenti subiti." Oltre alle violenze fisiche, vi sono anche gli abusi sessuali di cui solo di recente alcuni dei migranti hanno cominciato a parlare.

"Un ragazzo ha raccontato che veniva costretto con un coltello a fare sesso con la moglie del padrone," racconta Gianluca. Un reato che sarebbe sintomatico della mentalità di alcuni datori di lavoro in questa zona: "Il migrante," prosegue Gianluca, "è considerato come un strumento che serve per soddisfare ogni esigenza del padrone. Compresa quella sessuale."

Le Connection House

La presenza stabile di una vasta comunità africana ha anche fatto nascere dei luoghi d'incontro clandestini gestiti da migranti per soli clienti africani: le Connection House.

Siamo riuscite a entrare in una di queste case, durante il giorno.

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All'apparenza sembra una delle tante villette diroccate in cui vivono i migranti a Pescopagano, frazione di Mondragone. Le uniche cose che attirano l'attenzione sono la vasta gamma di prodotti alcolici in mostra, e il fatto che ogni oggetto dal frigorifero alle credenze è tenuto sotto chiave con catene legate attorno agli infissi e lucchetti.

Due ragazze nigeriane siedono sotto a un ventilatore con lo sguardo annoiato. Ci dicono che vivono a Bari e che sono in visita a Castel Volturno per qualche giorno.

Verso le sette di sera cominciano ad arrivare i primi clienti e la padrona ci chiede di andarcene. Gli roviniamo il business, dice. E rivela così che un business c'è, ma alla richiesta di maggiori spiegazioni si tira indietro, salutandoci.

Il giorno dopo incontriamo Precious. Non è il suo nome — ci chiede di nascondere quello vero perché teme ritorsioni. Lei è una delle molte ragazze nigeriane che si prostituiscono nelle Connection House di Castel Volturno.

"La Connection House è come un bar: i clienti vengono, ordinano da bere. In più quando hanno bisogno di una donna, la indicano: voglio te," racconta con un'alzata di spalle.

Precious è arrivata in Italia nel 2013 e, come molte delle ragazze nigeriane che lavorano nelle Connection House, è costretta a prostituirsi per ripagare il debito di 30mila euro contratto nei confronti della donna che l'ha portata in Italia prestandole i soldi per il viaggio.

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Una cifra spropositata, attraverso la quale le organizzazioni criminali nigeriane dedite alla tratta di esseri umani (di cui con ogni probabilità fa parte la donna che ha portato Precious in Italia) riducono in schiavitù le ragazze. Si sfrutta, come forma di ricatto, anche la minaccia di riti e maledizioni in cui qui c'è chi crede con convinzione.

"La donna che mi ha portato qua mi ha promesso che avrei trovato un buon lavoro. Non mi ha detto che avrei fatto la prostituta, ma una volta arrivata qua non mi ha dato altra scelta," racconta.

Dentro le Connection House le ragazze devono pagare per qualunque cosa consumino, dai viveri al letto che la padrona affitta per dieci euro a sera.

Guadagnano 15 euro a prestazione, e anche nel loro caso i soldi a fine lavoro non sono garantiti. "La cosa peggiore è quando il clienti non ti pagano dopo essere venuti a letto con te" racconta Precious, che a distanza di tre anni ancora lavora per saldare il suo debito.

Quest'anno ha cominciato a fare qualche lezione di teatro sperando di riuscire un giorno a lasciarsi alle spalle Castel Volturno e le Connection House.

"Sin da quando ero piccola, pregavo ogni sera affinché dopo gli studi riuscissi a diventare un'attrice o una ballerina. Amo recitare," confessa, "è questo che voglio fare".

E poi aggiunge, dopo una pausa, "se ne avrò la possibilità." Le possibilità, come le speranze, a Castel Volturno lottano con fatica per non morire.

Leggi anche: Gli hotspot per migranti in Italia stanno diventando "una fabbrica di clandestinità"


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Immagini di Marco Salustro per VICE News