Cinquanta sfumature di Jamie xx

Il producer inglese sta per arrivare in Italia per Club To Club, abbiamo riascoltato i suoi lavori fondamentali per capire la magia evocativa e malinconica del suo sound.

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23 ottobre 2018, 8:41am

Club to Club Festival torna anche nel 2018. Abbiamo deciso di presentarlo con quattro articoli che raccontano quattro dei migliori artisti del cartellone di quest'anno. Abbiamo cominciato con Blood Orange, continuato con Aphex Twin e l'ambient/romanzo di Leon Vynehall. Terminiamo con il profilo dell'artista di punta di venerdì, Jamie xx, uno dei producer che hanno dato forma al suono inglese contemporaneo. I biglietti per Club To Club 2018 sono in vendita.

Ci doveva essere qualcosa di davvero speciale alla Elliott School. Non può essere un caso che dalla stessa scuola siano usciti continuamente e per quasi mezzo secolo musicisti di livello tra il notevole e il super-mega-wow. Peter Green dei Fleetwood Mac, gli Hot Chip, i Maccabees e pure Herman Li dei Dragonforce quando non era impegnato a suonare un assolo di sette minuti al doppio della velocità necessaria salvo poi doverlo tagliare per farlo stare in un video, e tanti altri ancora hanno camminato nei corridoi dell’istituto di Putney, a sud ovest della City. C’è però un tipo di musica in particolare che ha beneficiato degli alumni della Elliott, ed è affascinante notare come sia tipicamente lontanissima da qualsiasi ambito studentesco o scolastico: la dubstep. Perché dalle aule di Putney arrivano nientemeno che Kieran Hebden, che passerà alla storia come Four Tet, William Bevan, che passerà alla storia come Burial, e James Thomas Smith, che passerà alla storia come Jamie xx. Che è un po’ come dire l’uomo che ha reso possibile la dubstep, l’uomo che le ha dato forma compiuta e il ragazzo che la sta portando nel futuro.

Per quanto io mi sforzi di apprezzare gli xx (nota a margine: indovina che scuola hanno frequentato Romy e Olly? Bravo), non riuscirò mai a trovarli così geniali come tanti li ritengono. Sono bravi, sono interessanti, hanno anche permesso dei remix assolutamente improbabili ma zarri da Dio, eppure mi danno l’idea di una gabbia all’interno della quale il vero genio del trio si rinchiude. Le basi degli xx sono tra le cose più giuste del pop-tronico degli ultimi dieci anni, ma rimangono sospese, un po’ velleitarie e un po’ frammentarie; l’ultimo minuto di “Fantasy” che ti molla lì, impietosamente, sull’orlo delle lacrime, “Islands”, che sembra sul punto di crescere ed evolversi in qualcosa di assolutamente indimenticabile, ti abbandona sul ciglio di qualsiasi cosa avrebbe potuto diventare. xx era un album con un sacco di spunti, ma ho sempre pensato che troppo pochi di questi avessero trovato reale concretizzazione, che i beat di Jamie, sempre sul punto di esplodere verso la fine di un pezzo, fossero stati tenuti al guinzaglio.

Un paio d’anni dopo, l’ancora giovanissimo produttore ha dato prova di grande duttilità mettendo mano a un intero album di Gil Scott-Heron, remixandolo e pubblicandolo appena due mesi prima che delle mai confermate ma probabili complicazioni dell’HIV costringessero il cantautore americano ad abbandonare questo mondo. Anche come tappeto per spoken word e concetti importanti i paesaggi sonori di Jamie si dimostrano perfettamente all’altezza, e We’re New Here raccoglie consensi tra i fan dell’electro, tra i fan della musica impegnata e anche tra quelli che passavano di lì più o meno per caso che sono andati a sbattere sul remix di “New York Is Killing Me”. Eppure ancora una volta Jamie è al servizio di qualcuno, esattamente come è al servizio dei Radiohead, di Four Tet e di tanti altri ancora. Il mondo si sta rapidamente accorgendo di lui, ma lui sembra essere un ragazzo molto normale, oltre che intelligente: suona, si fa conoscere, ma non esagera, non si atteggia a grande star e soprattutto non ha fretta di lanciare la propria carriera in solitaria. È “solo” all’alba dei ventisei, ben sei anni dopo il debutto degli xx, che sgancia la bomba clamorosa.

jamie xx in colour
La copertina di In Colour di Jamie xx. Cliccaci sopra per ascoltarlo.

In Colour è un prontuario dell’elettronica giovane contemporanea, un inno alla trasversalità come pochi se ne sono sentiti ultimamente. È un album per i clubber, perché c’è un beat in ogni canzone ed è facilissimo tirare fuori versioni dancefloor da qualunque pezzo con ottimi risultati. È un album per i romanticoni, perché ci sono i toni soffusi e sognanti, a tratti malinconici. È un album da ascoltare con gli amici, e infatti Jamie ospita Oliver Sim e Romy Madley-Croft, gli altri due terzi degli xx, ed è tutto comfy e accogliente. È un album moderno, anzi attuale, tanto che su “Good Times” spunta addirittura Young Thug. Ma soprattutto In Colour è l’album che infarcisce la dubstep di cose altre: hebdenismo (Four Tet è un altro dei mille ospiti di Jamie, e i suoi echi sono ovunque lungo tutta la durata dell’album), cultura pop distorta e filtrata alla maniera IDM un po’ creepy tipo Aphex Twin (il video di “Gosh”, tra ragazzi asiatici ossigenati e neri albini, fa passare in secondo piano i campionamenti della BBC), e poi le venature pop siringate negli umori di Burial. Basta la sola “SeeSaw” per avere una sintesi di tutto quanto: Four Tet la co-produce, Romy e quindi gli xx alla voce, Burial come orizzonte, la forma-canzone come mezzo di espressione.

Quando ho sbattuto contro In Colour la prima volta non mi aspettavo di uscirne così tanto a pezzi: qui c’era tutto quello che gli xx promettevano, ma faticavano a compiere. Curiosando qua e là, spunta un’intervista del solito Guardian che chiarisce il punto: è lì che Jamie dice di quanto un album solista lo abbia costretto a portare a termine il proprio lavoro, di come si diverta un sacco a iniziare a lavorare a dei pezzi e allo stesso tempo faccia una fatica incredibile a finirli. Ed è una condizione lampante, la puoi quasi respirare nei dischi degli xx, ma non in In Colour. Qui lo spettro è completo, i colori ci sono tutti, anche se Jamie dice di non sentirsi completo senza i suoi amici e che è per questo che in tutti i suoi lavori solisti ci sarà sempre lo spazio per una stanghetta della X.

Forse Romy e Olly lo aiutano ad esprimersi, certo lo fanno sentire tranquillo, lui che è così schivo e lontano dallo stereotipo della celebrità. Eppure non riesco a togliermi il pensiero che questa comfort zone lo trattenga dallo scavare a fondo, dal far emergere quella dancehall melancholy che lo identifica in maniera così forte. In Colour si accomiata con “Girl”: “I want your love / Give me your love” per quattro minuti di dolcezza profonda in salsa dub, effettati, rimescolati, sciolti e ricostruiti. Potresti pensare che sia un caso, finché non leggi la confessione a cuore aperto: Jamie dà il meglio di sé quando è infelice. “...Mi aiuta. Non è che mi sforzi di pensare a cose tristi, ma… il fatto è che faccio musica per essere felice”.

Jamie xx sarà a Club To Club venerdì 2 novembre insieme ad Avalon Emerson, Beach House, Iceage e Peggy Gou. Acquista i biglietti sul sito del festival.

Andrea è uno dei Lord di Aristocrazia Webzine. Seguilo su Instagram.

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