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economica

Abbiamo davvero bisogno di una tassa globale sulla ricchezza?

Un 26enne del MIT ha cercato di capirlo, arrivando a conclusioni inaspettate.

di Alaa al-Ameri
18 settembre 2015, 3:25pm

Foto via Flickr

Le tasse sono, da sempre, un elemento di propaganda politica. Al giorno d'oggi non passa un'elezione senza che la posizione di ogni partito sulla tassazione non venga vagliata con attenzione. E visto che la disuguaglianza economica si trova ora al centro di gran parte del dibattito, l'argomento tasse crea sempre più divisione.

Questo è dovuto in buona parte all'economista francese Thomas Piketty e al suo libro, Il capitale nel XXI secolo. Dopo aver analizzato una raccolta senza precedenti di dati storici sul reddito e la ricchezza in Europa e in Nord America, Piketty sostiene che per salvare la democrazia dai ricchi è necessaria un'imposta globale sul patrimonio.

La conclusione di Piketty è dura: la concentrazione della ricchezza nelle economie capitalistiche dei paesi sviluppati, secondo lui, starebbe creando un mondo in cui lo strato più benestante della società guadagna di più da quello che possiede - calcolando eredità e beni - rispetto a ciò che tutti gli altri possono guadagnare lavorando.

Quindi, secondo la spesso citata "Seconda Legge del Capitalismo" di Piketty, c'è una crescente concentrazione di ricchezza nelle mani di pochissimi.

In questo mondo, secondo Piketty, "gli stati-nazione [...] scoprono che sono troppo piccoli per imporre e far rispettare delle regole su questo nuovo capitalismo patrimoniale globalizzato."

L'unica via d'uscita, secondo lui, sarebbe l'introduzione di una serie di tasse sulla ricchezza coordinate a livello globale—80 per cento su redditi superiori a 440,000 euro all'anno e dal 50 al 60 per cento per i redditi superiori a 180,000 euro all'anno.

Il fine ultimo non sarebbe quello di aumentare le entrate del governo né quello di eliminare l'ineguaglianza attraverso una redistribuzione tradizionale. Sarebbe quello, piuttosto, di penalizzare l'esistenza della ricchezza "eccessiva" in sé e fare in modo che non si verifichi più.

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L'anno scorso Paul Krugman ha definito il lavoro di Piketty "il più importante libro economico dell'anno, forse del decennio." Lawrence Summers, nonostante abbia posto dei punti interrogativi sulle conclusioni di Piketty, ha chiamato il libro "un contributo meritevole del Premio Nobel" al dibattito sull'ineguaglianza.

Data la portata notevole della mole di dati proposti da Piketty, i tentativi credibili di mettere in dubbio la sue analisi e conclusioni sono stati ben pochi, e in generale sono stati trascurati dall'autore.

La sfida più seria all'interpretazione di Piketty, forse sorprendentemente, è arrivata lo scorso mese da uno specializzando del MIT, il 26enne Matthew Rognlie.

Su cosa si fonda il disaccordo? Supponiamo che tu sia un capitalista del 19esimo secolo durante la Rivoluzione Industriale. Il tuo "capitale" in questo caso consiste in un pezzo di terra, un paio di fabbriche e attrezzi industriali di vario genere. Ti porterai a casa un guadagno considerevole in modo costante—e questo avverrà per due ragioni.

In primo luogo, sarà abbastanza facile rimpiazzare la gente che lavora le terre e nelle fabbriche con nuovi macchinari - in altre parole, capitale aggiuntivo - e di conseguenza tenere una parte maggiore dei profitti per te. In secondo luogo, i macchinari hanno vite produttive abbastanza lunghe, quindi avrai bisogno di reinvestire solo una piccola parte dei guadagni per aggiustarle e sostituirle.

Tuttavia, la teoria economica neoclassica dice che nel corso del tempo non si può semplicemente continuare ad aggiungere più capitale e aspettarsi che i ricavi crescano con la stessa velocità. Arriva un momento in cui quel trattore o quella macina in più non aggiungono lo stesso valore dei macchinari iniziali all'attività. Diventa dunque sempre più difficile sostituire le persone con le macchine.

Questo discorso, esteso sull'intero apparato economico, comporta che le opportunità per investire il capitale tendono a diminuire col tempo. Alla fine, la forza lavoro - seppur più qualificata e quindi più pagata - ritorna ad essere importante. Questa è la ragione per cui non siamo più tutti servi e il capitalismo ha tirato fuori milioni di persone da una condizione di povertà. E continua a farlo.

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Piketty, tuttavia, insinua che le regole siano cambiate nelle moderne economie high-tech. Dice che la capacità di rimpiazzare la forza lavoro con il capitale rimarrà elevata e diminuirà molto più lentamente rispetto a quello che sostengono le teorie economiche tradizionali. Questo porterà a una crescita più veloce del capitale posseduto rispetto al guadagno ottenuto con il lavoro. Il futuro comincerà ad assomigliare al passato.

Rognlie non è d'accordo e, per sostenere la sua tesi, prende a esempio i software. Anche se un componente di un software che migliora l'efficienza oggi può generare una valanga di soldi per la società che lo usa, la sua vita produttiva è molto più corta di quella di una sgranatrice di cotone nel 19esimo secolo.

I software devono essere sostituiti molto più frequentemente da ingegneri ben pagati—i quali non possono essere facilmente rimpiazzati da macchinari. Il profitto ottenuto da un imprenditore dopo che paga uno sviluppatore per aggiornare il software - ovvero per un pezzo di capitale che si svaluta rapidamente - è relativamente più basso di quello dei suoi predecessori del 19esimo secolo, quando i macchinari erano meno costosi da mantenere e i lavoratori più facilmente rimpiazzabili dai macchinari.

Rognlie poi analizza punto per punto i dati di Piketty per esaminare quello che sta dietro questi ritorni sui capitali in fase di ripresa, i quali sembrano dare inizio a una nuova età dell'oro. Creando una sorta di anticlimax alla storia epica raccontata da Piketty, Rognlie sostiene che questo può essere principalmente dovuto a una crescita dei prezzi immobiliari. A dire la verità, i ritorni sui capitali non immobiliari finiscono per sembrare relativamente piatti nel periodo in cui Piketty vede la rinascita di modelli di ricchezza da golden age.

Le conclusioni di Rognlie suggeriscono delle risposte politiche molto diverse rispetto a quelle abbracciate da Piketty. Invece di andare alla ricerca di imposte patrimoniali a livello globale, le autorità potrebbero cominciare guardando ai fattori che localmente gonfiano i prezzi delle case.

Per esempio, regolamenti su piani regolatori e utilizzo della terra - creati e mantenuti dai residenti solamente per interesse personale - che bloccano la costruzione di abitazioni. O un miglioramento delle infrastrutture di trasporto a livello regionale e nazionale che potrebbe togliere un po' di pressione dai prezzi immobiliari nelle aree urbane permettendo alla gente di vivere lontano dalle città principali e di fare il pendolare per lavoro con più facilità.

La reazione dell'opinione pubblica al lavoro di Piketty è stata tanto straordinaria quanto il libro stesso. Seguendo a ruota la crisi finanziaria del 2008 e il risultante movimento Occupy, il libro di Piketty è stato sbandierato come una verità incontrovertibile senza sottolineare la differenza tra il suo notevole impatto storico e le sue opinabili interpretazioni e raccomandazioni politiche.

I seguaci di Piketty considerano la centralizzazione economico-politica necessaria per presidiare un enorme sistema di imposte globali meno minaccioso per la democrazia della gente ricca che regolerebbe. Questo è estremamente ingenuo—specialmente quando uno considera che è il coinvolgimento di governi e istituzioni pubbliche in interessi particolari a rendere la concentrazione della ricchezza privata un problema così grosso per la democrazia.

Invece di tassare solo i risultati dei modelli di attività politica, sociale ed economica che causano le disuguaglianze odierne, dovremmo analizzare le attività stesse, molte delle quali sono sorrette dai governi. Forse la più grande lezione dell'obiezione di Rognlie è che l'ultima cosa di cui il mondo ha bisogno in un clima così radicalizzato è l'idea che esistano soluzioni sicure e programmabili a problemi così complessi come la disuguaglianza economica.

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