Alla ricerca del musicista italiano scomparso nel nulla

Alla ricerca del musicista italiano scomparso nel nulla

Doveva essere il futuro dell'indie italiano, ma nel 2013 ha eliminato tutta la sua musica da internet, siamo andati a cercarlo a Berlino per farci raccontare la sua storia di ambizione e oblio.

Oggi non più, ma una decina di anni fa anni l'indie folk spadroneggiava. Erano gli ultimi anni di Myspace, uscivano dischi come Fleet Foxes o Youth Novels di Lykke Li, nascevano miti come quello dei Bon Iver, i Sigur Rós diventavano un fenomeno pop in mezza Europa. Poi quell’ondata è passata, ce ne siamo fatti una ragione. Ma a me è rimasta una cosa in sospeso.

Anche io in quegli anni sentivo quel folk dall’umore nordico. Sarà stato fra il 2008 e il 2013, e tra i tanti mi ero fissato con uno bravissimo che faceva neofolk. La chitarra, distorta, era suonata su tappeti sonori lentissimi fatti con campionamenti un po' industrial. Spesso si aggiungeva un violino, suonato come te lo immagini in un disco di Antony and the Johnsons. I testi erano in inglese, scritti bene, molto intimisti e alla sua voce, spesso sporcata effetto telefono, se ne aggiungeva un’altra femminile, soprattutto sui ritornelli. Ma su di lui, oltre a nome, cognome, e una probabile origine siciliana, non si trovavano molte informazioni. Probabilmente viveva in un paese freddo, lo si capiva dalla foto di profilo su Myspace dove se ne stava in piedi sopra un fiume ghiacciato. Per un periodo doveva essere vissuto a Kassel, una città tedesca, perché sul primo disco c’era scritto che quei pezzi erano stati scritti lì.

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Avevo 18 anni quando l'ho scoperto. Quell’acustica lo-fi con le distorsioni cupe e i campionamenti sfumati mi aveva colpito molto: c’era del folk noir, ma senza la vena pagana, e c’era dell’indie folk, ma non banale. Insomma, mi era piaciuto. Il primo disco, Separations, uscì nel 2008. L'avevo sentito sul player di Discogs e me ne ero innamorato. Finalmente qualcuno che facesse quella roba in Italia con lo stile di Death in June o dei Current 93. Finalmente un folk diverso da quello estroverso da vino rosso e gente scalza alla festa dell’unità. Uno stile introspettivo, senza il campanilismo da dialetto del sud ostentato alla Mannarino. E ovviamente non ero l’unico a cui piaceva: una traccia di quel disco, "Separation IX", era stata scelta da Giacomo Triglia (regista dei video di Colapesce, Cristina Donà, Brunori Sas e così via) per un suo cortometraggio.

A un solo anno di distanza uscì un nuovo disco, Summary of Symbiosis, otto tracce, scritte tra marzo e luglio del 2009, e pubblicate con una dedica: a “tutte le gioie e i dolori avuti con Andrea, a Kassel”. E dopo pochi mesi un DVD, prodotto da una galleria di Palermo. Nemmeno un anno dopo, nel 2010 uscì un altro disco, addirittura un doppio: Watschenbaum / Hold, per un totale di 22 nuove tracce. A quel punto ero diventato un fan.

Nello stesso periodo avevo visto un altro live apparire per intero su YouTube, con video e audio curatissimi, dove oltre alla mia c’erano migliaia di altre visualizzazioni. A quel punto ero sicuro fosse fatta. Quel musicista che mi piaceva si sarebbe fatto strada, altri live, altri dischi: insomma, sarebbe diventato sempre più conosciuto (sperando che non si rovinasse troppo, visto che al tempo c’era ancora la paura di “diventare mainstream”). E invece no, non è andata così e quel musicista è sparito nel nulla. Il primo gennaio del 2013 è scomparsa ogni informazione su di lui online. Sono spariti i video, i dischi, il sito, gli account.

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Nemmeno sul sito dell’etichetta che vendeva i suoi dischi è rimasto molto. Tutti i player online sono bloccati e non permettono di sentire nulla. Su YouTube rimangono solo due pezzi, "Liste" e "Moths Invasion", ma sono due remix fatti da altri, non pezzi originali - che invece sono stati tutti rimossi. Ne rimane uno solo, su Vimeo, proprio "Moths Invasion". Persino il cortometraggio di Giacomo Triglia è scomparso, così come tutti i live su YouTube. Certo, potevo continuare ad ascoltarlo visto che nel frattempo avevo comprato i dischi, ma che fine aveva fatto quel musicista che ormai si era guadagnato dei fan? Mistero.

Ogni volta che risento le tracce di quei dischi ripenso a come possa essere possibile che uno bravo (e giovane, visto che ai tempi di Myspace credevo avesse circa la mia stessa età), con tre bei dischi alle spalle, sparisca nel nulla. Il dubbio è più forte se penso che i feedback gli erano arrivati eccome: registi, altri musicisti e recensioni su riviste molto lette. Perché decidere di sparire? Doveva esserci un motivo importante. A volte queste cose si fanno per creare suspense per poi, per esempio, pubblicare un disco nuovo. Ma non mi sembrava quello il caso, e infatti nel 2014 non è uscito nessun disco. E nemmeno negli anni dopo. Uno bravo si era ritirato per davvero.

Certo, lasciar perdere progetti artistici è abbastanza comune. Ma normalmente si smette alla fine di un ciclo, non quando si sta arrivando ad avere degli ottimi riconoscimenti. Nello stesso anno in cui uscì Separations, il 2008, un altro artista italiano, Populous, anche lui bravo e molto attento ai trend europei, usciva con Drawn in Basic per la tedesca Morr Music. Quando ho sentito quel disco ero sicuro che quel producer avrebbe continuato a fare musica, e infatti è andata così: per quanto la musica sia questione di gusti, c’è un grado di oggettività che ti fa capire che alcuni siano troppo promettenti per mollare.

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A forza di riflettere su cosa poteva esserci dietro, ho preso una decisione: sarei andato a cercarlo, l’avrei trovato e glielo avrei chiesto di persona. Così prima di tutto lo cerco su internet, e lo trovo. C’è un profilo Facebook. Nome e cognome corrispondono, ma non c’è nessun riferimento alla musica. Vive in Germania. Dovrebbe essere lui, lo contatto. Infatti è lui. Risponde sospettoso, come se pensasse: cosa mai vorrà questo giornalista? E io non so bene cosa controbattere, dico: "Mi interessa la tua storia, com’è che per qualche motivo hai smesso di suonare". Mi risponde stranito, come se lo stessi disturbando (o prendendo per il culo, forse tutte e due). Insisto, dico che lo ascoltavo, che voglio ricostruire la sua storia e lui alla fine si convince, possiamo parlare. È andata, vado in Germania.

Arrivo a Berlino un pomeriggio di metà febbraio. L’idea era quella di preparare un'intervista, ma mi vengono fuori domande tristissime tipo: "Com’è successo che dopo tre dischi non suoni più?” oppure “È stata una scelta economica?”. Quindi mollo la scrittura dell’intervista e decido per una chiacchierata a braccio. Mi dà appuntamento in un bar in centro, il Tier. Arrivo, mi siedo a un tavolino e aspetto. Quando arriva mi guarda per assicurarsi che io sia la persona giusta e dopo un saluto frettoloso mi fa: "Innanzitutto… ma perché?”.

Non mi sembra abbia chissà quale voglia di parlare di sé, quindi parlo io, gli racconto perché mi è rimasta questa fissa. E a ogni traccia che cito, disco di cui conosco l’anno di uscita, lui mi guarda come se fosse assurdo che qualcuno se ne ricordasse ancora. Gli chiedo: “Ma qualcuno è mai venuto a chiederti perché sei sparito di colpo?”. Lui: “No”. Silenzio.

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Prendiamo da bere, iniziamo a chiacchierare e mi rendo conto di una cosa: quel folk lento e intimista rispecchia molto la persona che ho davanti, introversa, cerebrale, tendenzialmente timida.

Però poi diventa affabile. Parliamo di chi ha collaborato con lui: Claudio Cataldi, Federico Lupo di Zelle Arte Contemporanea, etichette tipo Centre of Wood, Wool Shop e Seashell Records. Mi racconta che è di Trapani, ma ha studiato a Palermo, ed è lì che c’era una scena artistica che in quegli anni attraeva a sud molti nomi: gente come 108 e Massimo Gurnari, che arrivavano in Sicilia per fare mostre, live painting o performance. A quei tempi il mood nordeuropeo sembrava essersi abbattuto sul capoluogo siciliano creando un certo fermento tra autoproduzioni, musicisti e gallerie.

Nel bar c’è rumore, quindi non posso usare il registratore e non voglio prendere appunti perché rovinerei il clima di fiducia della chiacchierata. Io però in qualche modo ho già vinto: l’ho ascoltato per cinque anni e per altri cinque lui è scomparso, ma l’ho trovato e non mi ha tirato il pacco, si fa intervistare. Ci accordiamo per il pomeriggio del giorno dopo, a casa sua, così si ripercorre cos’è successo e - se tutto va come deve andare - io capisco finalmente com’è che uno così di punto in bianco si ritira, leva tutto da internet e non suona più. Che poi non credo sia interessante solo perché è uno bravo, ma perché chi fa musica di quel tipo, non lo fa mai perché è un lavoro come un altro, non è una cosa che “capita di fare”. Semmai la fai se sei in un certo modo, e com’è che da un momento all’altro uno smette di essere in un certo modo?

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Arrivo in un isolato berlinese silenzioso, con le strade pedonali nuovissime e i palazzi che alternano i mattoncini rossi di cotto all’intonaco bianco. Posto residenziale, pulito, con i pochi interni mid century modern che si intravedono dagli infissi spessi. In giro non c’è nessuno, forse perché è così questa zona, oppure è per via del freddo.

Partiamo dall’inizio. Mi racconta come ha cominciato a suonare, le lezioni di piano, la chitarra suonata senza saperne molto. Poi il disco registrato con un microfono e un Mac, Paolo Tedesco che lo convince a suonare live, le distorsioni, l’amore per il neofolk e la fascinazione per l’indie nordico, dai Múm a Emiliana Torrini, Mugison, David Tibet e così via. Fin quando non è arrivato il primo disco, Separations, con l’arrivo del seguito e di qualche live, sia in Sicilia che fuori (come a Roma, al Fanfulla), tutto ottenuto grazie a Myspace (oggi un ricordo lontanissimo, ma in realtà uno dei social che ha segnato di più le sottoculture dal 2000 in poi, soprattutto a livello musicale).

In un secondo momento arrivano le collaborazioni, le attenzioni da altri musicisti, il cortometraggio per Giacomo Triglia, i video che cominciano a circolare, i contatti con un’etichetta romana, Cold Current, da cui poi è nata Centre of Wood, con cui viene pubblicato Separations. Arrivano anche recensioni su Blow Up e Rockit, tutto mentre lui era uno studente di architettura a Palermo. Ma se questo è l’elenco delle cose che sapevo, e di cui volevo chiedere conto nell’intervista, scopro però che la parte più importante era un’altra e io non ne sapevo niente: chi faceva quei campionamenti e quei dischi lo faceva come percorso psicologico per affrontare un’ansia cronica e una depressione.

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Non potevo saperlo quando ho deciso di provare a fare quest’intervista, ma ho cominciato a intuire che dietro la scomparsa di Giampiero Riggio ci fosse dell’altro, oltre all’aspetto musicale, quando ho notato la sua poca voglia di parlare del passato.

Se fai musica per sfogare uno stato d’animo negativo (e l’ottanta per cento della storia della musica si basa su questo) quei suoni saranno per sempre legati a quel sentimento. E se di quel sentimento poi succede che te ne liberi (e meno male, visto che è una depressione) allora tornarci è pesante. Ma ormai ci sono, l’intervista è a metà, sto registrando, e mica posso andarmene farfugliando un “Ah no dai allora scusa”. Mentre ne parliamo tutto per me comincia ad avere senso: nella mente di chi vive periodi difficili i ricordi sono un malloppo che comprende tutto, dai suoni ai posti, fino alle facce delle persone. Palermo, la scena artistica, la gente delle etichette, i video su YouTube, i live, i tempi dell’università, è tutto un gomitolo emotivo di cui ti puoi liberare solo accantonandolo tutto insieme. Se invece ti convinci di volerlo sciogliere, potrebbe volerci troppo tempo e troppe energie.

Ecco perché, mi racconta, il primo gennaio 2013 ha eliminato tutto. Per liberarsene, creare uno stacco e ricominciare daccapo.

Oggi quel periodo lo vive come una specie di sogno lontano. Era un altro posto, altri anni, altre persone. Ma c’è un altro motivo. Quando nasce in provincia una scena artistica di quel tipo, manca un tessuto, sia culturale che economico, che possa valorizzarla. Tradotto: non ti si incula nessuno.

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I riferimenti estetici nordici sono troppo lontani dal capoluogo siciliano. In un posto così non è facile farne un lavoro, si vive in una nicchia e si ha la sensazione che dalla nicchia non si riuscirà mai a uscire. Certo, ci sono i feedback che arrivano da internet, ma ai tempi di Myspace i social network non erano considerati la cosa seria che sono oggi. Quindi ci si stanca, si lascia stare, ci si lascia convincere che in fondo era tutto un hobby, mica una cosa che si stava facendo come lavoro. È facile pensare che si era degli illusi, degli idealisti: si finisce addirittura per coltivare un proprio intimo backlash, per cui si ha un rifiuto per quelle cose e l’arte è derubricata a vizio d’infanzia. E questo era il motivo che io mi aspettavo prima di arrivare qui a fare l’intervista: fai cose sperimentali a Palermo? Non c’è terreno fertile, ti disilludi e molli tutto. Invece questo era solo un pezzetto della storia. Anche perché alcuni di quei dischi sono scritti tra Stoccarda e Kassel, in Germania, e lì un terreno fertile si sarebbe potuto trovare. E invece proprio a Stoccarda Riggio decide di cancellare tutto.

Passato il periodo psicologicamente più provante mancano i presupposti per sedersi e scrivere quel tipo di pezzi, sembra mancare la capacità di improvvisare e forse è così: se suonavi per esprimere un male interiore, allora inevitabilmente quando quel male l’hai vinto suonare perde di senso e diventa difficile. Anche se un certo tipo di emozioni negative riaffiorano nella vita di tutti i giorni e sono proprio quelle che da sempre fanno da catalizzatore a un certo tipo di produzione artistica.

E infatti dall’intervista viene fuori che un rumore di fondo c’è sempre. Se hai scritto tre dischi e hai passato anni a usare la musica come modo espressivo, allora puoi eliminare il 99% di quel passato, ma non il cento. E infatti qualcosa è rimasto.

Poco prima che me ne andassi da casa sua dopo due ore di intervista, Riggio mi fa vedere un disco, copertina rosa e il titolo mitologico Lorelei, l’album è dei Feminine, edito dall'italiana La Bèl Netlabel. Non li conosco. Poi capisco: sono un nuovo suo progetto. Per metà a dire il vero, il disco è una collaborazione a distanza con Francesco Cipriano, un ragazzo che suona in una band chiamata Oldpolaroid. Loro due non si sono mai visti e mai fatto un live. È stato un canale per rimanere in contatto con la musica.

Sento il disco ed effettivamente quello è lui, c’è quel po’ di patina shoegaze, gli stessi suoni fumosi, lo stesso folk lo-fi. “L’abbiamo fatto a distanza”, mi dice. E di pezzi firmati con altri nomi ce ne sono anche altri, altrove, in cose organizzate da altre etichette. Insomma Riggio, dopo aver eliminato tutto della sua produzione passata, ha cambiato nome e speso tre anni su un disco che non ha la sua firma e che non è stato spinto per niente sul mercato: un po’ come smettere di fare musica senza smettere davvero. Sparire, ma non farlo del tutto.

Ero partito con l’idea di capire com’è che ai tempi di internet, dove tutti mettono in mostra se stessi e i propri veri o presunti talenti, uno decide di farne a meno anche se il talento ce l’ha davvero. Torno a casa con una storia in testa molto diversa: le identità ai tempi di internet e dei social sono una roba difficile da tracciare, chi pensavo avesse chiuso con la musica è riuscito a farlo senza mai smettere davvero. Questa è la storia di una sparizione, ma prima ancora è la storia di un cambio di identità: perché c’è gente, come me, che conosce il nome di Riggio legato a quel neofolk e a dei dischi prodotti durante una depressione. Mentre in Germania, nel posto in cui lui vive e tra la gente che frequenta ogni giorno, nessuno sa che sia un musicista.

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