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La tentata strage di San Donato Milanese è una trappola, e non possiamo cascarci dentro

Dire "È tutta colpa della propaganda xenofoba di Salvini e del governo" o "L'avete voluta voi l'immigrazione" non ha proprio senso.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
21 marzo 2019, 2:11pm
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Il bus incendiato nei pressi di San Donato Milanese. Foto via Twitter/Vigili del Fuoco.

Nel pomeriggio di mercoledì 20 marzo, nel tratto di strada tra Crema e San Donato Milanese, un autista ha dirottato il suo autobus e, dopo un difficile inseguimento dei carabinieri, ha incendiato il mezzo. Dentro c’erano più di 50 persone, la maggior parte dei quali studentesse e studenti delle medie, alcuni legati con delle fascette.

Fortunatamente nessuno ha riportato ferite gravi, anche se una decina di passeggeri è stata ricoverata per una leggera intossicazione. La realtà è che poteva finire molto peggio, ma molto. Secondo la procura di Milano, infatti, quanto successo sulla strada provinciale Paullese è una strage aggravata dal terrorismo; e l’autore del gesto, il cittadino italiano di origini senegalesi Ousseynou Sy, da oggi si trova nel reparto protetto di San Vittore.

Tra le reazioni all'accaduto—un fatto inaudito per le modalità, e doppiamente terrificante per le conseguenze che poteva avere, con decine di giovanissimi che hanno rischiato di bruciare vivi dentro uno scuolabus—ci sono anche due modi, opposti ma speculari, in cui viene inquadrata la vicenda.

Uno è quello che riconduce alla propaganda xenofoba di Salvini e del governo l'unica colpa diretta, con formule del tipo “chi semina vento raccoglie tempesta.” L'altro è quello che addossa la responsabilità alla “sinistra,” agli “immigrazionisti” e ai “buonisti” che vogliono lo ius soli o “l’immigrazione incontrollata,” e ora stanno zitti perché sono in imbarazzo; o, ancor peggio, sono dei complici.

Basta guardare i tweet di Daniele Capezzone, o i titoli di quotidiani come Il Giornale (“TERRORISMO BUONISTA”) o La Verità (“Il bello dell’accoglienza: senegalese cerca di bruciare vivi 51 ragazzini”). Accanto a questa forma di ricatto morale, come ha fatto notare la giornalista e scrittrice Igiaba Scego, si è subito innescato il procedimento parallelo di allargare ad un’intera collettività (in questo caso “neri,” “senegalesi” e “immigrati”) la responsabilità di un singolo.

Ecco: entrambe le posizioni non fanno altro che scavare “un solco ancora più profondo in una società sempre più asfissiata dall’odio tossico,” dice sempre Scego. E nel parlare di questo episodio bisogna subito sgomberare il campo dal peso della colpa collettiva.

La prima cosa da fare, dunque, è concentrarsi sull’autista del bus. Ousseynou Sy, come già accennato prima, ha 47 anni ed è un cittadino italiano di origini senegalesi (alcuni giornali scrivono che è nato in Francia). Risiede in Italia dagli anni Novanta, vive a Crema, ha due figli maschi e un matrimonio fallito alle spalle.

È descritto da conoscenti e datori di lavoro come una persona sostanzialmente tranquilla e “integrata,” che non ha mai creato problemi. Tuttavia, Sy ha precedenti per guida in stato di ebrezza (nel 2007) e molestie sessuali su minori (per cui è stato condannato a un anno di reclusione con pena sospesa nel 2018). Questi due precedenti, unito al fatto che l'uomo aveva occultato la sospensione della patente mettendosi in malattia, impongono una riflessione molto banale: quella persona non doveva essere alla guida di uno scuolabus. Allo stesso modo, altri attentatori—penso, su tutti, a Dylan Roof a Charlestonnon avrebbero dovuto avere una pistola in mano.

E infatti, come fa notare Venanzio Postiglione sul Corriere della Sera, “a volte il presunto scontro di civiltà nasce più banalmente da una verifica non fatta o da una denuncia ignorata o da un dettaglio perduto.”

Veniamo alle motivazioni di Sy. Di fronte ai magistrati l’uomo ha ammesso la premeditazione e raccontato di volersi recare all’aeroporto di Linate—sebbene il piano fosse estremamente confuso. Stando al resoconto del procuratore Alberto Nobili, aveva comunque “già registrato un video” di rivendicazione “in preparazione del suo gesto eclatante.” L’azione, continua il magistrato, aveva l’intento di “mandare il messaggio ‘Africa sollevati’, dire agli africani di non venire più in Europa e punire l’Europa per le politiche a suo dire inaccettabili contro i migranti.”

Tutto ciò combacia con le testimonianze degli studenti, che hanno raccontato di averlo sentire dire “che le persone muoiono in Africa e nel Mediterraneo per colpa di Salvini e Di Maio.” Non appena gli agenti l’hanno fermato, inoltre, Sy ha dichiarato di averlo fatto “per i morti nel Mediterraneo.”

In un interrogatorio ha precisato di essere "panafricanista" e di averlo fatto "per dare un segnale all’Africa, perché gli africani restino in Africa e così non ci siano morti in mare." In più, ha detto di sperare nella vittoria delle destre in Europa "così non faranno venire gli africani"; e spiegato di aver voleto usare i bambini come "scudo" per "prendere un aereo e tornare in Africa."

La sua è una motivazione inedita non solo per l’Italia, ma credo per l’Europa intera, non è riconducibile a una rete strutturata com’è quella dell’Isis o Al-Qaeda.

Per questo, ha poi spiegato Nobili, “la vicenda non va inquadrata nel terrorismo islamico”; e l’attentatore “non è inquadrabile per conoscenze investigative pregresse in nessun contesto radicalizzato.” Insomma, conclude il magistrato, “voleva che tutto il mondo potesse parlare della sua vicenda,” ma ora paradossalmente “lui che ha chiesto di fermare le stragi in mare ora è accusato di strage.”

E la trappola più pericolosa insita in un gesto del genere è precisamente questa: far mettere insieme cose diverse tra loro, rinforzando ancora una volta la falsa equazione immigrazione = terrorismo.

Cosa che puntualmente è successa, visto che i sottosegretari leghisti all’interno Stefano Candiani e Nicola Molteni hanno rilasciato questa dichiarazione: “Il comune di Crema si è schierato pubblicamente contro il decreto sicurezza, ma la foga a favore dei clandestini gli ha fatto sfuggire i problemi reali.” Parliamo di un partito, è bene ricordarlo, che dopo l'attentato a Macerata ha avuto la faccia tosta di dire che "il 'caso Traini' ha incrementato il consenso della Lega" perché "la situazione a Macerata era talmente esasperata che il popolo in qualche modo ha giustificato questo episodio." Dal canto suo, la consigliera regionale lombarda Silvia Sardone ha commentato così: “Purtroppo l’immigrazione senza freni che PD e buonisti vari vanno sponsorizzando da tempo può anche portare ad episodi simili.”

Però, anche qui, basta un minimo di lucidità—non serve alcuna “dissociazione” da parte di chi è contrario alle politiche italiane ed europee sull’immigrazione. E per un motivo molto semplice: per fermare le stragi nel Mediterraneo si cambiano le norme, si pratica solidarietà attiva e si vanno a salvare le persone in mare come fanno le Ong; di sicuro, non si dirotta un bus pieno di studenti.

Tra l’altro alcuni di questi studenti sono nati in Italia ma non hanno ancora la cittadinanza, perché i loro genitori provengono da altri paesi. Nel caso di specie, poi, lo sono proprio quelli che sono riusciti a chiamare i carabinieri, salvando se stessi e il resto dei compagni. Lo stragista, come ha riassunto su Facebook la scrittrice Helena Janeczek, voleva quindi "vendicare la strage in mare dei bambini africani sui bambini italiani” facendo “strage di figli di migranti o migranti loro stessi.”

Ogni tipo di terrorismo punta esattamente a questo: esasperare al massimo posizioni contrapposte tra loro, trascinarci in una spirale distruttiva, ed eliminare la “zona grigia” di tolleranza e convivenza in ogni società. Ma è proprio in questa “zona grigia” che si trova l’unico futuro possibile dell’Italia, ed è quella che dobbiamo difendere da tutti coloro che vogliono demolirla.

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