Se la house music è queer dobbiamo dire grazie (anche) a Honey Dijon

Ecco come una ragazza trans che si imbucava nei club di Chicago a dodici anni è diventata un modello per la comunità LGBTQ+ e un'icona di stile.
LC
Berlin, DE
honey dijon

Chicago, fine anni Settanta. La Capitale dell’Illinois assiste alla nascita di uno dei momenti di massimo splendore della storia della musica. La disco è ormai al tramonto, l’urgenza di un nuovo sound si fa largo insieme a quella di un cambiamento sociale in risposta a decenni di emarginazione della comunità latina ed afroamericana, soprattutto omosessuale. Nell’area di Southside viene inaugurato un nuovo club, il Warehouse, da un tale chiamato Frankie Knuckles: quel luogo, quell’uomo, avrebbero dato per primi alla house music il suo nome. Prima di questo momento, i club rispecchiavano la segregazione fra oppressi, esclusi e benestanti; al Warehouse, che tu fossi bianco, nero, ispanico o di uno specifico orientamento sessuale non avrebbe fatto differenza, la differenza l’avrebbero fatta i dischi.

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Concepita per far ballare la pista, l’house affonda le radici nel gospel, nel soul, nel funk e nella salsa sudamericana. Rappresenta nello spirito e nell'estetica il grido di protesta di chi domanda libertà e costruisce la propria comunità attraverso la danza, come massima espressione di integrazione. Al Warehouse si poteva ascoltare qualcosa di totalmente innovativo, un misto di classici 70's ed elettropop europeo in una selezione tanto ampia da essere fuori da ogni categoria.

Frankie Knuckles e Chicago di Honey Dijon sono stati genitori affettivi: un background tanto fervido non avrebbe potuto non influire sull’educazione artistica e personale di una delle sue figlie. Proprio nel Southside Honey Redmond cresce, all’interno di una giovanissima famiglia afroamericana che non è ancora pronta ad appendere le scarpe da ballo al chiodo. Organizzano feste, tengono la radio sempre accesa—Curtis Mayfield e Minnie Riperton nell’aria, portano i piccoli ai negozi di dischi insegnando loro la parola "Motown" e, soprattutto, si scambiano consigli.

honey dijon

Fotografia promozionale di Yann Weber.

È così che avviene un passaggio di testimone generazionale fra soul e R’n’B vecchia scuola e Larry Heard. È un’epoca d’oro in cui la musica trasmette la voce del Movimento per i Diritti Civili. Si canta d’amore, fame di vita e di lotta: un sound consapevole e carico di messaggi sulla connessione fra gli esseri umani e le loro specialissime storie e, in misura ancora maggiore, una via di fuga dalla vessazione del ghetto, specialmente per un adolescente queer.

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Honey comincia a entrare nei club a soli dodici anni, armata di documenti falsi, e questi diventano per lei un tempio di celebrazione esistenziale. Dall'inferno della marginalizzazione entra nel paradiso della liberazione sessuale, dei costumi, dell’espressione tutta. A guidarla c'è un maestro di cerimonia che schiude le porte dell’unione attraverso il suono, Deus ex machina ancora ben lontano dall’essere riconosciuto come una celebrità, nascosto al fondo della stanza o al di sopra della pista come invisibile forza naturale. A Chicago quel che conta sono tecnica e talento, prima della selezione: se tutti possiedono gli stessi album, a determinare la gloria sono cuore e impegno.

Miss Dijon non sa ancora bene chi sia, ma sa chi desidera essere. Ammira gli scatti di Mapplethorpe e guarda ai modelli gender-bending di Annie Lennox e Grace Jones, punti di rottura a dimostrare che si possa essere donna, uomo, anima e artista, fuori dai convenzionali canoni di bellezza e forti di geometrie asimmetriche. Suo zio è un sarto, ed accompagnando il padre a confezionare i propri abiti scopre l’universo celato dentro le pagine di Vogue. Nel bookstore del leggendario negozio di dischi Wax Trax! trascorre ore divorando libri e riviste d’arte e moda, comprendendone la devastante portata culturale e il potere di far di se stessi un’opera maestosa. Ogni elemento è interconnesso a creare un’unica coloratissima tavolozza: fra Keith Haring, John Coltrane, Mozart e Basquiat non c’è spacco, ma comune celebrazione del bello e della vita.

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Cambia nome, sceglie Honey Dijon ("come Prince opta per un simbolo al posto delle lettere”), rifiuta di essere ricordata soltanto per la propria identità di donna trans afroamericana. Conosce a scuola Lori Branch, protetta di quel Frankie Knuckles che sta scrivendo la storia e dal Warehouse va e viene parlando di questa incredibile novità a Chicago, la house music. Un giorno prende un autobus per seguire il consiglio di un amico, arriva al negozio di dischi in cui lavora il DJ Derrick Carter e si sente a casa come mai prima. Si lascia introdurre alla realtà underground dei parties e del Djing—in principio suona per campare, per il primo set prende cinquanta dollari. Le congiunzioni astrali, poi, brillano sempre più forti: si trasferisce a New York e scopre che il mondo corre anni luce più veloce che a Chicago.

honey dijon

Fotografia di Jake Lewis via VICE.

È una tribù selvaggia quella della Grande Mela, che la catapulta nel circuito delle ballroom queer afro-latine e nel cosmo delle drag alla serata Jackie 60. Lì incontra David Morales, che i più giovani ricorderanno come giudice con Guè Pequeno del talent Top DJ. Nel Meatpacking District c’è un club, il Twilo, in cui un nome si afferma su tutti divenendone resident: Danny Tenaglia, che eredita la residency proprio da Knuckles. È lui a regalare a Honey il suo primo vero mixer e, di fatto, a cambiarle la vita.

La scena di allora era in maggioranza bianca, maschile ed eteronormativa: l'esistenza di Honey fa evolvere il quadro, porta coscienza e rispetto per artisti queer e transessuali e la afferma come modello. Apre la strada a Steffi, Tama Sumo, Prosumer, pensando alla musica come ad un teatro in cui i riflettori si centrano sulle esperienze di ogni singolo protagonista. Viene scelta da Antony Hegarty per un progetto che combina fotografia, video, musica e recitazione a celebrare lo straordinario fascino di performer transessuali. Tiene una classe al MoMa sull’identità di genere nella musica elettronica accanto a DJ Sprinkles e Genesis P-Orridge. Insomma, diventa ambasciatrice delle infinite sfaccettature dell’essere umano attraverso il suono.

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La sua attitudine al party non va intesa come segno di minore attenzione verso produzione e Diing. È vero che sia la preferita dagli stilisti—non perde un evento di Balenciaga, Hermès, Givenchy, è amica di Riccardo Tisci, Naomi e Kate, Virgil Abloh, e Kim Jones le affida assieme a Moroder la colonna sonora della sfilata uomo di Louis Vuitton. Ma quel che conta è, per lei, la persona oltre l’etichetta, la moda come comunicazione piuttosto che abbigliamento. Prende forma il sogno di quella teenager che a Chicago sfogliava incantata le pagine di ELLE e si immaginava al centro di una vita scintillante.

Honey si presenta come un animale da festa perché è l’ambiente che l’ha formata, ma è autentica ed onesta e, soprattutto, priva di preconcetti. Non avrebbe altrimenti acquisito il favore dei colleghi berlinesi, dove si è mossa, fino a guadagnare quattro ore della scorsa line up di fine anno al Panorama Bar. Per fare un esempio, è una delle amiche più intime di Matrixxmann, che ne declama le doti camaleontiche e di mixaggio techno, house, pop e disco. Nella Boiler Room che ne ha consacrato la notorietà mainstream a Melbourne, un orecchio attento noterà in un cambio di pochi minuti un’intro di Stevie Wonder, un remix di Erick Morillo, il campionamento di una traccia di Bjarki e “Hey Hey”, hit 2000s di Dennis Ferrer, il tutto sotto lo sguardo divertito di Gerd Janson in prima fila.

Una notte di musica può cambiare un’esistenza, ribaltare quanto creduto impossibile sino a quel momento. Quel che conta è chi ne sia la guida, quale spirito infonda nel fare del suono una missione. Honey Dijon è una persona affascinante con una splendida mente e ha alle spalle un percorso densissimo. C’era quando tutto è iniziato, c’è oggi a raccontarlo, in un entusiasta inno alla vita. Laura è su Instagram. Segui Noisey su Instagram, Twitter e Facebook.

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