Mi sono preparata all'apocalisse mangiando liofilizzati per una settimana

Mi sono preparata all'apocalisse mangiando liofilizzati per una settimana

Tra minacce nucleari e cataclismi naturali, in molti si stanno preparando al peggio. Ok, quindi perché non provare a capire che sapore abbia, l'apocalisse?
17.4.18

I giorni seguenti all’attentato dell’11 settembre mio padre li aveva passati a riempire un borsone con delle barrette energetiche, dei contenitori con litri d’acqua, della penicillina e una mappa. Date le minacce di un’imminente attacco chimico a base d’antracite lanciate su diversi giornali, voleva farsi trovare pronto qualora fosse stato necessario scappare via di corsa da Brooklyn. Se questa casistica si fosse presentata oggi, a mio padre si sarebbero presentate davanti una moltitudine di aziende ben felici di promuovere i propri pacchetti apocalittici.

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Dopotutto, chi non vorrebbe una scatola piena di alimenti liofilizzati da preparare solo con aggiunta di acqua calda?

Partiamo subito dal dire che i cibi liofilizzati non sono una novità. Già nel Tredicesimo secolo le popolazioni Quechua e Aymara avevano sperimentato una sorta di forma antica di liofilizzazione delle patate, esponendole prima alle temperature gelide delle Ande durante la notte e poi a quelle ben più calde a valle del giorno. Il primo caffè liofilizzato al mondo, prodotto dalla Nestlé, era giunto sulle mensole di moltissime persone negli anni Sessanta e Settanta e, per tutto il corso della guerra in Vietnam, i soldati statunitensi potevano contare su porzioni liofilizzate da mangiare a ogni pasto.

I liofilizzati hanno bisogno di una cosa: l’acqua. E l’acqua, in caso di specifiche calamità, può venire a mancare

Nonostante il peso leggerissimo e la notevole longevità, i cibi liofilizzati devono la propria fama a un avvenimento specifico e slegato da qualsiasi vanità alimentare. Io stessa, come molti americani prima di me, ho infatti scoperto i cibi liofilizzati grazie allo shop di un museo in cui si vendevano i gelati solitamente consumati dagli astronauti come dessert. Se invece penso al mio incontro più recente con i liofilizzati, la prima cosa che mi viene in mente è la conferenza sulle tecniche di primo soccorso e preparazione in caso di calamità a cui ho avuto modo di partecipare a Raleigh, in Nord Carolina, dove una serie di prepper, i “survivalisti,” presenziavano tavolate intere ricoperte di buste di plastica con verdure, carni e stufati di ogni tipo.

Negli ultimi anni, poi, questo cibo alieno è diventato di moda. Costco, una delle catene alimentari più grosse degli USA, vende grandi varietà di alimenti essiccati che, stando alle promesse, possono nutrire famiglie per un anno intero. Anche Walmart e Target offrono simili proposte, con tanto di kit di sopravvivenza che vi potrebbero tenere compagnia per 20-30 anni di disastri.

La Wise Company, un’azienda specializzata in alimenti per le situazioni d’emergenza, ha quasi duplicato i propri introiti negli ultimi quattro anni, guadagnando la bellezza di 75 milioni di dollari secondo il Bloomberg Businessweek dello scorso novembre. Il CEO della Wise Company, Jack Shields, stima guadagni complessivi che spaziano dai 400 ai 450 milioni di dollari l’anno.

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Interpellato al telefono dalla sede di Salt Lake City, Shields ci ha rivelato che secondo lui tale successo è dovuto a tutta quella serie di violenti disastri naturali che si sono abbattuti negli USA durante tutto il 2017, e che hanno conseguentemente lasciato molti statunitensi senza cibo. “C’è stato l’uragano in Florida, poi quello nella regione di Houston, e poi quello che ha distrutto il Porto Rico,” ci ha spiegato, “per non parlare del grande terremoto che i geologi hanno previsto in California. E quindi gli americani si chiedono come possono fare per proteggere la propria famiglia.”

A rendere le offerte della Wise Company più allettanti e necessarie, poi, ci si sono messi anche l’uragano Harvey e Irma rispettivamente in Texas e Florida che, lo scorso settembre, hanno messo in ginocchio la popolazione. In quel periodo il FEMA, l’Ente federale per la gestione delle emergenze, aveva disposto anche 2 milioni di porzioni di cibo per venire incontro alle vittime dell’uragano Maria a Porto Rico.

Tolti i disastri naturali, le offerte liofilizzate della Wise Company finiscono sotto i letti di tantissimi americani in cerca di modi validi per prepararsi a catastrofi ancora ignote.

Un’altra occasione di impennata delle vendite, sempre secondo Shields, si era presentata nel 2016 in seguito alle elezioni presidenziali e, lo scorso anno, con l’ escalation delle minacce nucleari nordcoreane. Shields, così come l’ex CEO della Wise Company Aaron Jackson (che Bloomberg aveva soprannominato “il Re del Cibo da Sopravvivenza), pensa che i liofilizzati possano essere considerati un po’ come “un’assicurazione sulla vita.”

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“Chi compra i nostri prodotti con lo scopo specifico di conservarli per un’emergenza, li prende una sola volta e spera di non doverli usare mai. Li tiene lì, come scorta di sicurezza,” continua Shields. Ed è esattamente questo che mi affascina dei cibi liofilizzati: potresti dover aspettare un quarto di secolo prima di usarli e, comunque, li compri sapendo che in un mondo ideale non dovrebbero servire.

E visto che non riesco nemmeno a smettere di pensare a cosa significhi vivere di quella roba, ho ordinato un kit (grande come una scatola di scarpe) di alimenti e bevande della Wise Company adatto a un’emergenza di sette giorni. Il kit comprende proposte per la colazione, primi piatti, latte disidratato e altre opzioni. È arrivato il momento di capire che sapore abbia l’assicurazione per la vita.

Uno dei vantaggi principali dei cibi liofilizzati è la loro convenienza. Essendo privi d’acqua, sono molto più facili da trasportare di quelli in lattina. Per “cucinare” i cereali del kit basta bollire un po’ d’acqua e buttarci dentro il contenuto della bustina, coprendo poi la per 12-15 minuti.

Sebbene io abbia (tecnicamente) assunto tutte le calorie necessarie al sostentamento, il mio stomaco piange

Ok, questa però è la teoria. La pratica può rivelarsi un po’ difficoltosa. Innanzitutto, i liofilizzati hanno bisogno di una cosa: l’acqua. E l’acqua, in caso di specifiche calamità, può venire a mancare (alcuni kit della Wise Company, però, includono purificatori). Le istruzioni per l’uso di ogni bustina, inoltre, valgono per quattro porzioni, e se non le consumi tutte subito hai bisogno di un contenitore in cui poter conservare il resto.

Passati i 15 minuti, comunque, i miei cereali si sono trasformati in un agglomerato con tanto di pezzettini di mela e bucce verdi galleggianti. Il sapore è però un po’ più deludente dell’apparenza. Dopo aver cercato, a occhio, di dosare il tutto per una porzione sola, il condimento si era perso per strada e, dovendo descrivere il sapore, vi potrei solo dire che sembra di bere acqua vagamente aromatizzata con cannella e zucchero.

Liofilizzare gli alimenti non li priva dei propri valori nutrizionali, rendendoli anzi una valida alternativa a molti altri snack.

Con il passare delle ore, mi ritrovo a fantasticare su queste bustine metallizzate e piene di polverine, immaginando come si sarebbero potute trasformare in piatti fumanti di cibo. Poi però la realtà la pasta Savory Stroganoff è ripiena di funghi gommosi e una salsina troppo appiccicosa.

Così, passato il pranzo deludente e combinato qualche casino con la preparazione di patate e tortino di pollo, mi accingo a preparare riso e fagioli per cena. Anche qui si tratta principalmente di un deludente cumulo di riso che nuota tristemente nella salsa di pomodoro, ma che devo ammettere non fatica a scendere facilmente giù per lo stomaco.

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Ormai giunta l’ora di andare a dormire, mi sento strana. Sebbene io abbia (tecnicamente) assunto tutte le calorie necessarie al sostentamento, il mio stomaco piange. Il giorno dopo, senza energie, telefono alla dottoressa Lisa Young, una nutrizionista di New York nonché professoressa alla NYU, chiedendole se sia effettivamente possibile vivere di cibi liofilizzati.

“Probabilmente sì,” mi risponde lei. Nonostante svariate ricerche enfatizzino la carenza di vitamina C derivata, liofilizzare gli alimenti non li priva dei propri valori nutrizionali, rendendoli anzi una valida alternativa a molti altri snack.

Dopo averle descritto i miei piani per la settimana, la dottoressa non si mostra troppo preoccupata, e mi invita solo a far attenzione ai conservanti aggiunti e al sodio. “Ovviamente è meglio mangiare cibi non liofilizzati. Ma in caso di emergenza momentanea, vanno bene.”

I moniti della dottoressa, chiaramente, suonano più che legittimi. Se è vero che i kit di sopravvivenza della Wise Company mi terrebbero effettivamente in vita in caso di emergenza, è anche innegabile siano principalmente fonte di carboidrati, e così decido di integrare questa mia dieta con verdura, frutta e yogurt liofilizzati della Thrive Life, un’altra azienda specializzata del settore.

Il giorno seguente contemplo l’insalata dei miei colleghi e mi soffermo a pensare sull’assurdità del mio esperimento, condotto in una città con accesso a fonti alimentari fresche e salutari 24 ore su 24. Sono anche una di quelle persone che questi alimenti è talmente privilegiata da poterseli permettere, e che quindi non ha bisogno di ricorrere ai liofilizzati. Però di nuovo, mai dire mai.

Sebbene la copertura mediatica dedicata ai survivalisti si focalizza principalmente su uomini mascolini, questa subcultura è formata anche da donne in cerca di una forma di self-empowerment.

Per Daisy Luther, survivalista esperta nonché fondatrice del blog The Organic Prepper e dello shop online Preppers Market, i liofilizzati sono più che altro una linea di difesa. Il suo piano di sopravvivenza “a lungo termine” suona più come uno stile di vita, ed è attraverso questo che ha iniziato a costruirsi una dispensa che, in caso di necessità, permetterò alla sua famiglia di vivere e sostentarsi nel modo più sano ed economico che ci sia. Nella spesa di tutti i giorni questo si traduce in ricerca di prodotti liofilizzati e non solo, perché lo stile di vita di Daisy consiste in acquisti di stagione, coltivazione dei propri alimenti e utilizzo di metodo di conservazione casalinghi, come la disidratazione. Insomma, dai Luther il cibo non manca davvero mai.

Uno dei pregiudizi più grandi riguardo noi survivalisti è che stiamo lì ad aspettare con ansia un cataclisma,” mi spiega Daisy via telefono. “Che poi l’emergenza principale a cui ci prepariamo è in realtà quella finanziaria.” Madre single da molti anni, Daisy ha iniziato ad avvicinarsi a questo stile di vita nel 2008, dopo un periodo d’indigenza economica.

Lisa Bedford, scrittrice texana e fondatrice del The Survival Mom, mi ha rivelato di essersi avvicinata a queste pratiche più o meno durante lo stesso periodo, perché non sapeva se l’azienda del marito sarebbe riuscita a sopravvivere alla recessione economica (Bedford promuove anche i prodotti delle Thrive Life).

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Sebbene la copertura mediatica dedicata ai survivalisti si focalizza principalmente su uomini mascolini, questa subcultura è formata anche da donne in cerca di una forma di self-empowerment. Come descritto da Bedford, la sola idea di trovarsi impreparata nel bel mezzo di una crisi può scaturire terribili sensazioni “di debolezza” in una madre. “Disporre dei giusti mezzi, soprattutto se alimentari, infonde un senso di potere senza precedenti.”

Questo spirito di ricercar dell’autosufficienza alimentare è un elemento cardine della food culture americana. Nel suo The Frugal Housewife del 1829, uno dei primi ricettari statunitensi finito in stampa, l’autrice Lydia Maria Child aveva lanciato un monito alle sue lettrici: “non bisogna buttare via niente. Si possono sempre riutilizzare i cibi, anche se marginalmente.”

Anche la Chiesa mormone, per esempio, incoraggia i suoi adepti a disporre sempre di almeno tre mesi di copertura alimentare alla volta, forse perché delle 21 aziende che si occupano ci cibi liofilizzati, 16 si trovano nello Utah, lo Stato patria dei mormoni. Comunque sia, Bedford stessa mi ha rivelato di aver imparato l’arte della conservazione proprio dai blog scritti da donne mormoni.

Gary Alle, food writer e professore al SUNY Emprire State College, ha traccialo le origini e l’evoluzione della conservazione del cibo come fonte d’innovazione nel suo Can It! The Perils and Pleasures of Preserving Foods del 2016. “In origine i metodi di conservazione trasformavano i cibi in qualcos’altro, i sauerkrauti non sono diversi dai crauti. Il vino è diverso dal succo d’uva.”

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Ed è qui che arriva la parte divertente dei liofilizzati: sono l’eccezione che conferma la regola. Rimuovere tutta l’acqua dei broccoli, per esempio, non li trasforma in qualcosa di nuovo, bensì in una versione identica della stessa cosa. “Basta essiccare un alimento per cambiarne la struttura fisica e, di conseguenza, la consistenza.”

Ed ecco che sopraggiunge l’ironia della situazione. Eccomi qui, intenta a preparare liofilizzati in previsione di un cataclisma che forse mai arriverà, perdendo svariate ore in cucina fra i fornelli.

Ovviamente questo non significa che le aziende non stiano cercando di vendere i liofilizzati come novità, anzi.

Dopo essermi nutrita di cibi a marchio Wise Company per tre giorni, decido di passare al Thrive Life’s Simple Plate program, un programma che ti insegna a preparare i prodotti che l’azienda invia anche sotto forma di abbonamento. A differenza della Wise Company, la Thrive Life non menziona alcun tipo di situazione d’emergenza sul proprio sito, bensì ripone molta enfasi sui vantaggi specialmente economici derivati dalla propria offerta (e che Lydia Maria Child avrebbe sicuramente apprezzati). Ho cercato di contattare la Thrive Life per capire un po’ la correlazione tra liofilizzati e alimentazione quotidiana, ma non ho ricevuto risposta alcuna.

Dopo aver passato tre giorni con poche verdure, non vedevo l’ora di fiondarmi sulla porzione di quinoa della Thrive Life, che comprende una simil-ratatouille con asparagi, zucchine e pomodorini a cubetti. Prepararla è sembra un po’ come tornare agli esperimenti di chimica del liceo, ma alla fine il sapore è molto simile a quello di un pasto fatto in casa con ingredienti non liofilizzati (fatta eccezione per la consistenza strana delle verdure). Riservo la quiche al pollo per il giorno dopo, servendomi di una pentola a cottura lenta.

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Ed ecco che sopraggiunge l’ironia della situazione. Eccomi qui, intenta a preparare liofilizzati in previsione di un cataclisma che forse mai arriverà, perdendo svariate ore in cucina fra i fornelli. Imparando poi persino a cucinare una quiche dall’inizio alla fine.

In sostanza, se c’è una cosa che questo esperimento di ha insegnato, è che sono estremamente privilegiata anche solo per la possibilità di poter comprare un panino tutte le volte che ne ho voglia, ma anche che sono molto più lontana dall’essere autosufficiente di quanto pensassi.

Forse i liofilizzati stanno guadagnando consensi perché gli americani si stanno rendendo conto che, se qualcosa di brutto dovesse davvero succedere, i cibi che normalmente si accumulano in dispensa potrebbero non bastare. E sapete che vi dico io? Se in questo clima di minacce economiche, ambientali e nucleari, qualcuno vuole trovare un attimo di pace in hamburger liofilizzato, non c’è proprio nulla di male.

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Quest'articolo è apparso nell'edizione Dystopia and Utopia del magazine di Vice.

Quest'articolo è originariamente apparso su Munchies US.