Recensione: Hot Snakes - Jericho Sirens

Se pensate che il rock'n'roll possa essere soltanto passatista, questo album vi farà ricredere.
19.3.18

La narrazione ufficiale della musica colloca tra il 2000 e il 2001 la "rinascita del rock'n'roll", con l'invasione delle classifiche da parte di band come Strokes, White Stripes, e tutti i vari gruppi col "The" davanti al nome. Dopo un periodo in cui l'alternative si era evoluto in varie direzioni che tradivano il suono diretto e basilare del rock (che si trattasse di contaminazioni hip hop, elettroniche, cantautorali), finalmente nei locali risuonavano dei buoni vecchi riff suonati con delle buone vecchie chitarre per buone vecchie canzoni strofa-ritornello che ti facevano agitare i pugni in aria e venire voglia di scopare. Bella lì, per carità, ma poi la diffusione di internet e della banda larga è diventata capillare. E allora che cosa te ne fai di musica che suona come quarant'anni fa, se la musica di quarant'anni fa è a portata di click? La roba nuova non dovrebbe suonare nuova? È un bel problema.

Negli stessi anni, nei circuiti underground, si muoveva una band di nome Hot Snakes. Alla chitarra c'era John Reis detto Swami, fondatore dell'omonima etichetta e già membro di gruppi di culto come Pitchfork (1986-1990), Drive Like Jehu (sciolti nel 1995) e Rocket From The Crypt (all'epoca ancora in attività). All'altra chitarra c'era Rick Froberg, anche lui ex-Pitchfork e Drive Like Jehu. Ricollegandoci all'intro di cui sopra, questa nuova creatura dei due era un ritorno al passato: mentre Pitchfork e Jehu erano band orgogliosamente post-, che cercavano di superare le strutture del rock, preferendo un approccio matematico e cerebrale all'aggressività del punk hardcore, con sonorità fredde e caotiche che ne accentuavano gli spigoli, gli Hot Snakes andavano in direzione contraria. L'urlo primario, il riff muscolare e le valvole roventi si trovavano alla base della loro ricerca.

Ma il fatto è che quando un gruppo così lo forma gente dal cervello tutto pazzo come Reis e Froberg, senza dimenticare la tecnica sopraffina e l'inventiva del bassista Gar Woods e dei due batteristi (alternatisi tra le varie uscite) Jason Kourkounis e Mario Rubalcaba, il rock'n'roll fa una cosa che non ti aspetti: cambia pelle e si ricopre di uno strato di metallo cromato, e la materia terrena e pelosa e legnosa del riffone di chitarra muta forma e diventa una struttura aliena dal futuro. Questo erano i tre dischi sfornati dagli Hot Snakes nella loro prima tornata, dal 1999 al 2005, tre album capaci di proiettare perfettamente l'aggressività, la sfrontatezza e il calore del classico hard rock'n'roll o punk o proto-punk in uno scenario del tutto contemporaneo, senza per questo compromettere l'efficacia e l'urgenza che ne sono le caratteristiche fondamentali.

Ma arriviamo al 2018. Dopo varie reunion "speciali" per vari concerti, la band decide di fare il grande passo e firmare con Sub Pop per un nuovo album, che sarebbe Jericho Sirens, uscito venerdì scorso. Sono contento di riportarvi che Jericho Sirens suona esattamente come un album degli Hot Snakes. In tutto il disco si viene continuamente presi a schiaffi da cose che sembrano citazioni degli AC/DC o dei T-Rex o dei Dictators o dei vostri eroi parrucconi con le zeppe preferiti, ma come se fossero riprodotti da un robot con il parametro della figaggine settato su un milione. Cosa significa? Significa che le regole del rock'n'roll vengono applicate con logica meccanica, algoritmica (ascoltare la title track con il suo stomp glam rock meccanizzato), fino a distorcerle e renderle irriconoscibili, dipingendo un quadro futurista in cui le macchine volanti ce le abbiamo dal 1985 e a questo punto ci hanno anche un po' annoiato.

"Having Another?" è come se i Big Black non fossero stati degli psicopatici; "Death Camp Fantasy" un singolo hair metal sparato a mille dalle casse di uno dei veicoli di Mad Max; "Why Don't It Sink In?" è quello che la reunion dei Black Flag sarebbe dovuta essere se non fosse stata il tristissimo circo che è stata; "Psychoactive" mette insieme il riff più catchy e allo stesso tempo più banale di tutti i tempi con un tempo dispari da attacco cardiaco.

Non so a questo punto a quante persone interessi il futuro visto attraverso sei corde metalliche, ma, in caso, sappiate che è qua. È sempre stato qua, da più o meno vent'anni. Sarà qua tra altri venti.

Jericho Sirens è uscito venerdì 16 marzo per Sub Pop.

Ascolta Jericho Sirens su Spotify:

TRACKLIST:
01. I Need a Doctor
02. Candid Cameras
03. Why Don’t It Sink In?
04. Six Wave Hold-Down
05. Jericho Sirens
06. Death Camp Fantasy
07. Having Another?
08. Death Doula
09. Psychoactive
10. Death of a Sportsman

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