Jenny Hval a Øyafestivalen 3. Foto: Erik Moholdt

Un giro a Oslo con Jenny Hval

Una guida dei migliori caffè, biblioteche, studi e locali della capitale con la pop-avanguardista norvegese.

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19 dicembre 2017, 9:26am

Jenny Hval a Øyafestivalen 3. Foto: Erik Moholdt

Sono a Oslo per sei giorni e incontro la musicista e autrice Jenny Hval tre volte. Due per caso. È quel tipo di città.

La prima è dopo il suo concerto al Øyafestivalen, il maggior festival rock della Norvegia. Øya è un modo perfetto per passare un po' di lunghi giorni nordeuropei guardando esibirsi artisti internazionali come Lana Del Rey, Vince Staples e the xx, e altri locali.

In passato, i Norvegesi non ascoltavano molta musica del posto. La tendenza si è invertita negli ultimi anni, e lo provano i tanti artisti che ad Øya cantano esclusivamente in norvegese. Resta il fatto che la popolazione ammonta a soli 5,2 milioni. L'isolamento è un lusso che la Norvegia non si può permettere.

Jenny Hval a Øyafestivalen 3. Foto: Øyafestivalen

Cerdevo che Øya avrebbe compreso più gruppi metal norvegesi ma perlopiù si ascolta pop. Durante la performance di Jenny vengono proiettati i risultati di una ricerca per immagini dei termini “true Norwegian black metal”. Scorronendo lentamente alle spalle della cantante, assumono un velo pacchiano. Mi sento un po' stupida per aver dato per scontato che avrei avuto la mia fetta di true black metal.

Nel 2015, il quinto album solista di Jenny, Apocalypse, Girl, è comparso nelle liste di fine anno di Pitchfork, The Guardian, Tiny Mix Tapes e oltre. Blood Bitch ha fatto più o meno lo stesso l'anno scorso, anche con i suoi non facili temi di mestruazioni, film horror e Orlando di Virginia Woolf.

Apocalypse, Girl è stato un momento importante della mia vita più che un ascolto. C'è un "prima" e un "dopo" Jenny Hval. Nel singolo "Take Care Of Yourself" canta: “Questo è ciò che succede alla fine della storia / Il grande occhio punta su di noi". Per me il grande occhio era il suo ed era puntato su di me.

La vedo nel backstage con il suo partner nella vita e nella musica, Håvard Volden, e le dico che sono la giornalista con cui ha appuntamento martedì. Lei è molto gentile, e molto stanca.

“Ho cercato di vedere il set di Kelly Lee Owens ma c'è voluta un'ora e mezza per arrivare là. La gente continuava a fermarmI!" spiega.

“Sai già dove andremo martedì?”
“Ti porterò nei posti in cui vado io. Questo vuole anche dire che non c'è bisogno di allontanarsi molto".

Prima fermata: caffè Tim Wendelboe

Tim Wendelboe. Foto: the_smallest_room

Øya è finito e io mi sono spostata in una strada pedonala chiamata Vulkan. È sul fiume Akerselva nel quartiere di Grünerløkka. Grünerløkka è dove si trovano bar, locali, designer e cibo artigianale. Cosa mi impedisce di scrivere la parola hip?

Le attività di Vulkan occupano ex-edifici industriali famosi per il loro design. Puoi camminare per chilometri lungo il fiume senza mai sentirti minacciata. Nel mio hotel, Scandic Vulkan, si ricicla energia e le cose che normalmente si troverebbero per terra sono ancorate al muro per preservare la schiena del personale incaricato delle pulizie. Non lontano, il PS Hotell mette in atto un programma socialmente inclusivo che accoglie persone che non lavorano da molto tempo o alla prima esperienza.

In breve, Vulkan si presenta esattamente come lo stereotipo positivo dei paesi scandinavi. Ma non pensate di poter cenare dopo le 20.30. A Oslo si mangia presto anche quando il sole tramonta tardi.

Il caffè Tim Wendelboe a Grünerløkka è un'istituzione a Oslo. “La Svezia ci considera tutti fattori, vichinghi, gente semplice" dice un autoctono, eppure anche gli Svedesi vanno pazzi per Wendelboe. Jenny mi aspetta fuori in un impermeabile giallo brillante, i capelli biondi tinti di blu acqua. Ordiniamo un espresso (consigliato da lei).

“Mi dispiace di averti bloccata a Øya.”
"Stavo cercando di raggiungere il backstage per prendere le mie cose e andarmene. Quando sono stanca ho quasi paura delle persone perché non riesco a essere socievole. Forse è una cosa molto norvegese. La gente dice che siamo introversi. Per un Americano sono super introversa, ma per un Norvegese no. Comunque non mi piace socializzare e se è uno stereotipo, sia."

Incontriamo Marianna Sangita, cantante della band di Oslo Broen. Fuori, vediamo Joakim Haugland, boss dell'etichetta Smalltown Supersound (Kelly Lee Owens, Dungen e Neneh Cherry) con la donna a capo di Spotify Norvegia.

“Vengono tutti qui?”
“Sì. Siamo tutti tossici.”
“Caffèdipendenti?”
“Dipendenti da questo caffè. Tutti quelli che sono stati a Oslo qualche volta vengono qui. Uno dei caffè che prendono ha quasi un sapore di sangue."

Nell'assolato parco dall'altro lato della strada, Jenny vede un cane che conosce e ride guardandolo fare la cacca. Se tutti i giornalisti potessero vedere un artista che ammirano profondamente ridere guardando un cane che caca saprebbero, come io so adesso, che è lo spettacolo ideale per calmare i nervi.

Jenny ha vissuto a Oslo finché la sua famiglia non si è trasferita nel sud della Norvegia quando lei aveva nove anni. A 16 anni è andata alle superiori a Grimstad. Era una dark. "Se fossi stata a Londra avrei potuto scegliere tra 70 diverse sottoculture goth ma ero troppo piccola. I dark erano un unico gruppo di persone; in generale i non-cristiani vestiti di nero".

Poi è tornata a Oslo per concludere un programma universitario che mandava gli studenti in Australia. Mentre parliamo, i residui del suo accento australiano emergono mano a mano. "All'inizio volevo vivere a Londra o a New York ma non potevo permettermelo. Ero anche molto timida, quindi non volevo fare domanda a scuole di scrittura o di cose che sognavo. Avevo paura che non mi avrebbero presa. Pensavo che Perth sarebbe stata un buon modo per rinforzarmi un po' e continuare a viaggiare. Ma avevo 19 anni. Non ero una di quelle persone che fanno dei piani ben dettagliati. Ho vissuto a Perth per un anno di infelicità e poi mi sono trasferita a Melbourne."

Frutta e verdura a Grønland. Foto: the_smallest_room

Da quando è tornata a Oslo, nel 2004, non se n'è più andata. Il suo appartamento a Toyen è vicino a Grønland, una zona ad alta densità di migranti.

“Mi piace molto, ma sta cambiando. Molte case hanno iniziato a essere abitate da studenti che fanno un gran casino. Mi chiedo non stia iniziando la gentrificazione. Bar, birrerie, sta cambiando."
“Inizia sempre con birre artigianali e caffè.”
“E affitti più alti. Per tante famiglie migranti è stato possibile stabilirsi, ma ho sentito di molta gente che ora ha dei problemi. È davvero triste ma allo stesso tempo anche io ne faccio parte; non posso giudicare questo e quello."

Øya si tiene in un parco vicino a casa di Jenny, appena dopo il Museo Munch. La sua band ha portato tutta l'attrezzatura a piedi, compresa la piscina gonfiabile (fa parte dello spettacolo). La tuba è stata trasportata in bici. "Quando viaggio mi dispiace tantissimo non poter camminare. In America tante volte non si cammina tra diversi quartieri, e sembra di essere nello spazio. Le cose non mi sembrano reali se non posso camminare."

Seconda fermata: lo studio

La scrivania di Jenny. Foto: the_smallest_room

Camminiamo fino allo studio di Jenny. È dietro un isolato residenziale e ha un'atmosfera un po' da fattoria. Fuori c'è un piacevole giardino con un albero che ha l'aria di essere da frutto. Dentro c'è un parquet grezzo e mobili vissuti.

“Non c'è acqua. E il bagno è fuori e non ha il lavandino. Dobbiamo usare questa robaccia" (è disinfettante per mani).

Saliamo una scala di legno fino a un mezzanino dove Jenny e l'artista noise Lasse Marhaug lavorano. Lasse ha prodotto gli ultimi due album di Jenny. Se resti un po' di tempo al caffè di prima sta' sicuro che ti imbatterai anche in lui. I detriti di idee e registrazioni scartate sono ovunque: strumenti a nastro vintage (perlopiù di Lasse) e una piccola cassa che Jenny usava come effetto finché non ha deciso che suonava troppo giocattolosa.

Indica una scrivania con sopra una vecchia tastiera Yamaha. "Quella orribile sedia è la mia preferita. Voglio stare sempre vicina alla stufetta. Tutto Blood Bitch è stato fatto in questa stanza. Ma la settimana che dovevamo iniziare a registrare ho rotto il computer con un adattatore cinese da firewire a USB. Abbiamo sentito una piccola esplosione e il computer è andato".

C'è uno scaffale pieno di libri: Elfriede Jelinek, Alina Reyes, Leonard Cohen, un libro di tarocchi, Girls To The Front di Sara Marcus e un libro sulla musica di avanguardia. Mi fermo a guardare Art Sex Music by Cosey Fanni Tutti.

“Ho un catalogo di una delle sue mostre con dei saggi davvero ben scritti sul suo lavoro. Mi attirano i libri che non sono pubblicati da case editrici letterarie; in un certo senso non sono accettati nei circuiti letterari, almeno non da subito."
“È successo anche a te?”
“Musicalmente, sì. Avevo bisogno di aiuto da recensori e pubblico fuori dalla Norvegia per riportarlo al pubblico norvegese. Anche se il mio primo album come Rockettothesky nel 2006 ha avuto un certo impatto qui. È stato amato in un certo senso, ma poi è stato un po' strano. Non è che cercassi di essere un'artista pop."
“Il riconoscimento esterno è importante per te?"
“Sì. Non ho mai voluto diventare famosa in Norvegia e non andare mai da nessun'altra parte. Volevo conoscere gente, fare collaborazioni internazionali e suonare per un pubblico che mi capisse."
“Avete la sindrome del papavero alto in Norvegia?”
"C'è un modo di dire norvegese, janteloven, ma abbiamo una lunga tradizione di socialismo in Norvegia; lavoriamo duramente per l'uguaglianza. Penso che questo sia spesso scambiato per la sindrome del papavero alto."

Terza fermata: la biblioteca di Grünerløkka

Jenny Hval e Håvard Volden alla biblioteca di Grünerløkka. Foto: Jo Straube.

Mentre entriamo nella sezione di Grünerløkka della Biblioteca Pubblica di Oslo, Jenny estrae due carte dal portafogli. "Questa è una delle cose migliori che mi siano mai capitate". È una tessera a vita per il cinemateket, che proietta "film d'arte sconosciuti". L'altra è la sua tessera della biblioteca. "Se potessi andare in un solo posto a Oslo sceglierei questo".

La biblioteca è specializzata in stampe limitate, DVD d'arte, gruppi di lettura e concerti d'avanguardia e noise. Aspetta un attimo, noise in biblioteca?

“Costa poco affittarla, quindi cose di basso profilo o politicamente estreme possono usarla."
“Ma non è ufficialmente un locale per concerti.”
“No. Ecco perché è una figata.”

Dentro, passiamo le dita sulle coste dei DVD. Dobbiamo bisbigliare. Jenny lo fa meglio di me. "Odio le commedie romantiche ma adoro guardarle. È molto interessante quello che dicono sulla società. Mi piace l'idea di trascendenza e trasformazione della noiosa esperienza di vita vissuta che si trova in una commedia romantica; l'idea della magia. All'inizio pensavo che il materiale di Blood Bitch fosse d'invenzione, ma... ora lo comprendo anche come desiderio di avvicinarsi alla morte in un modo che può cambiare l'esperienza di vivere e morire".

Di sopra, mi mostra alcune graphic novel di Alan Moore. "È uno degli artisti più coraggiosi che abbia mai letto. La sua incredibile immaginazione, a briglia sciolta ma intrisa di coscienza sociale allo stesso tempo".

Se avessi scritto un libro tra ospitato su questi scaffali, lo mostrerei senza dubbio all'adorante giornalista che mi sta seguendo in giro per la città. Jenny ne ha scritti due - Perlebryggeriet (2009) e Inn i ansiktet (2012) – ma non lo fa. È troppo modesta per queste cose.

I libri di Jenny in biblioteca. Foto: the_smallest_room

Ha cominciato a scrivere Inn i ansiktet dopo l'attentato del 22 luglio 2011, quando 67 persone sono state uccise dal terrorista di estrema destra Anders Behring Breivik. “Ho sentito un ronzio nei giorni dopo l'attacco; un lungo drone che serpeggiava per la città. Era come la risonanza di una campana dopo che è stata colpita. La risonanza di qualcosa di grande. Ma anche il suono che senti durante un minuto di silenzio. Una quiete nervosa."

Penso a Mattatoio n.5 di Kurt Vonnegut. "Dopo un massacro tutto dovrebbe tacere, e infatti tutto tace, sempre, tranne gli uccelli."

Viene salutata calorosamente da una bibliotecaria, Cathrine. Resto in disparte a guardare ammirata mentre loro chiacchierano in norvegese. (È Cathrine a farmi vedere i libri di Jenny quando torno. È una sua amica e fan. "Ti porta in luoghi dove normalmente non si va", dice del lavoro di Jenny.)

“Perché canti in inglese?”
“Sono cresciuta senza mai ascoltare musica norvegese. Non c'era nulla in cui mi identificassi."
“Nulla?”
“Nulla. E poi potevo dire le cose in modo più diretto in inglese, essere una persona diversa, non la timida Jenny che ogni tanto era volgare. Avevo un'idea romantica di ricreazione quando ero in Australia."

“Lo faresti ora?”
“In norvegese la mia voce suona come se non avessi mai cantato prima, come fossi in un coro. Suona come se non stessi provando nulla perché sono molto insicura nel costruire le frasi e come piazzare le vocali."

Quarta fermata: la strada del tutto

La leggenda è reale: Oslo costa tanto. I taxi e gli hotel sono tremendi. Due espressi costano 12 dollari australiani (8 euro). Un bicchiere di vino decente, quasi 20 (13 euro).

Questo si spiega con un'ingegneria sociale ammirevole. L'alcol è tassato per scoraggiare l'alcolismo; la benzina per incoraggiare l'uso del trasporto pubblico e delle auto elettriche. Sono in vigore anche alcune misure per spendere meno. C'è una nuova ondata di supermarket Best Før che vende solo cibo quasi scaduto per ridurre gli sprechi, mentre SNÅL vende “verdura brutta o uova di colori strani” a prezzi scontati.

E quando un'emergenza medica mi costringe a presentarmi all'ospedale senza documenti, Oslo brilla. L'infermiera del triage insiste perché io le dia il mio passaporto, io comincio a piangere e riesco a infondere in lei abbastanza pietà da farmi visitare soltanto con il mio nome, il mio indirizzo e le mie lacrime; il dottore mi ascolta così bene che ripete lettera per lettera le mie preoccupazioni. Vengo curata e dimessa, piena di gratitudine e decisamente disposta a perdonare alla Norvegia il prezzo esorbitante del suo vino bianco.

Jenny e io passiamo davanti alla clinica. Lei annuisce ascoltandomi; anche i suoi amici stranieri l'hanno usata. Ammalarsi in un paese straniero è l'inferno, concordiamo, ma di sicuro ti fa apprezzare il sistema sanitario pubblico.

Graffiti a Oslo. Foto: the_smallest_room

Lei indica un graffito blu - la parola "Scusa" in un cuore.

“A volte dice 'Scusa, amore mio' come qualcuno che è stato infedele. Li trovi in tutta la città. Potrebbe essere una performance."
“Nel tuo concerto a Øya hai usato le stesse scritte su uno schermo, vero?
“In norvegese, l'intera parola onestà (ærlig) è contenuta nella parola amore (kjærlighet) quindi ci ho giocato un po'. La mia coreografa francese pensa che le relazioni in Norvegia si basino molto sulla fiducia e lo riconduce un po' alla religione protestante. È molto interessante."

Non è che abbia capito proprio bene ma penso che sia una cosa che capita di tanto in tanto quando si è con Jenny Hval. Il suo cervello è pieno di sfumature, strambo e ostinatamente astratto. Bisogna tenersi forte. Ma lei non lo fa; ha imparato a lasciar correre. "Tanto non dico mai esattamente quello che intendo. Ci sono già due collegamenti interrotti - dal cervello alla bocca e da lingua a lingua".

Passiamo dal negozio di chitarre.

“Ho comprato la mia prima chitarra di seconda mano al mercato di Camden. È ancora in Australia, penso che ce l'abbia Laura Jean.”
“È un'ottima persona a cui lasciarla!”
“È una delle persone che mi piacerebbe portare qua.”

Via Brugata. Foto: the_smallest_room

Entriamo in via Brugata, vicino alla stazione di Grønland station. Ci sono 7-11 alle due estremità ed è piena di negozi di vestiti e stoffe economici, ristoranti indiani, negozi di cellulari e fruttivendoli.

“La chiamo la strada del tutto. Mi piace molto. È tutta Oslo concentrata in una via. È la via messa peggio, con più tossici; di solito c'è una macchina della polizia fissa. C'è la gente che fa l'elemosina. Anche se Oslo è una città molto sicura qua è pieno di gente che vende droga."

Indica una serie di finestre anonime sopra un bar, Teddy’s Softbar.

“Là sopra c'è un famoso collettivo di artisti che ancora resiste in qualche modo. Ha fatto un sacco di concerti super underground, spettacoli magici che non vedresti mai in un locale."
“Ha un nome?
“No.”
“Ci hai suonato?”
“Sì. È talmente sconosciuto che puoi farci qualunque cosa. È formato dalla gente della scena noise che ha fatto cose molto importanti per la comunità underground, personaggi leggendari."

Teddy’s Soft Bar. Foto: the_smallest_room

Sono ore che camminiamo, così attraversiamo la strada per andare a riposarci in un parco. Il preferito di Jenny è quello dei giardini botanici, a due isolati da casa sua.

“Ci vado sempre e faccio finta che sia di mia proprietà. È un giardino gratuito, un luogo democratico.”
“Che cosa ti manca quando sei in viaggio?”
“Stare a casa e scrivere. Mi manca camminare. Mi manca andare a concerti piccoli. C'è una grande cultura lo-fi a Oslo, che mi piace molto."
“Rispetto ad altre città d'Europa?”
“Succedono più cose qui.”
“Perché è piccola o per merito delle sovvenzioni pubbliche per le arti?”
“Entrambe le cose, forse. Non lo so!”
“Resterai?
“Non è così facile spostarsi. La Norvegia è piccola e non ci sono altre città con comunità di artisti piene di gente creativa come qua. Qua non ci sono le piccole cittadine che sembrano comuni di artisti come in America o in Australia. E se mi trasferissi troppo lontano non potrei votare per il mio partito politico qui e fare la differenza."

Jenny e i suoi collaboratori hanno girato il video di "Female Vampire" a Grønland e in un club di Oslo. Una donna che era lì a ballare si è messa a curiosare attorno alla troupe ed è finita a interpetare la parte della donna nuda nel video di "The Great Undressing".

Quinta fermata: Café Mir

Café Mir. Foto: the_smallest_room

Il giorno seguente incontro Joakim di Smalltown Supersound al Tim Wendelboe. Gli dico che adoro il nuovo album di Carmen Villain, Infinite Avenue, così lui le telefona. Riesco a sentire la sua voce dall'altra parte. Si mette d'accordo per farci incontrare a un concerto che si terrà al locale jazz Café Mir.

Quella sera, Carmen e io arriviamo tardi e riusciamo a entrare per il rotto della cuffia. C'è anche Jenny; individuo i suoi capelli blu acqua nel pubblico, mentre presta attenzione in quel modo rispettoso e attento tipico del pubblico norvegese. Dopo il concerto mi vede e scoppia a ridere.

"Ti avrei portata qui anch'io!"
"Volevo avvertirti che sarei venuta!”
“Lo sapevo già.”
“Sono tornata al Tim Wendelboe.”
“Che cosa hai preso?”
“Non quel caffè che sa di sangue…”
“Oh, lei arriva la settimana prossima”. Fa una pausa. “Ho detto 'lei'?”
“La blood bitch sta arrivando!” dice Joakim.

Decidiamo di andare in un wine bar ma Jenny va a casa. Lei non beve. Ho un'ultima domanda.

“Ci si abbraccia in Norvegia?”
“Sì. Con tutto il corpo, anche.”

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