La ragazza austriaca unitasi allo Stato Islamico

La diciassettenne che ad aprile era andata in Siria per unirsi all’IS avrebbe confessato ai genitori di voler tornare a casa, ma teme di non poterlo fare per via dei legami col gruppo jihadista.

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15 ottobre 2014, 11:54am


Questo post è tratto da VICE News. Immagine via Interpol.

La ragazza austriaca da aprile si troverebbe in Siria ha confessato ai genitori di voler tornare a casa, ma ha paura di non poterlo fare per via dei legami col gruppo jihadista. La diciassettenne Samra Kesinovic era arrivata in Siria con un’amica di 15 anni, Sabina Selimovic, per unirsi all’IS. Si pensa che ora le due vivano a Raqqa, roccaforte del gruppo nel nord della Siria, e c'è motivo di credere che entrambe siano sposate e forse incinte. 

Secondo le dichiarazioni attribuite alle autorità austriache, le ragazze hanno espresso il desiderio di tornare a casa, ma temono le conseguenze: Kesinovic avrebbe già preso contatti con la famiglia, mentre non è chiaro se anche Selimovic abbia fatto al stessa cosa. 

Basandosi sulle notizie delle torture subite da combattenti stranieri insoddisfatti delle loro condizioni sotto lo Stato Islamico, gli esperti ritengono che le confessioni delle ragazze potrebbero costare loro pene piuttosto severe.

Le giovani sono di origine bosniaca e sarebbero state reclutate in una moschea di Vienna. A settembre sui social media si era diffusa la notizia della morte di una delle due ragazze, ma da allora non ci sono mai state conferme, e gli ultimi avvenimenti sembrano smentire queste voci. Nella lettera scritta ai genitori poco prima di partire da Vienna le ragazze avevano dichiarato di essere pronte a morire da jihadiste. “Non cercateci: ci vediamo in paradiso. Serviremo Dio e moriremo per lui.” Poco dopo online hanno iniziato a circolare foto che le ritraevano completamente velate e con il kalashnikov in mano. 


Samra Kesinovic prima di partire per la Siria. Immagine via Interpol

Contattato da VICE News lunedì, Karl-Heinz Grundböck, portavoce del Ministero degli Interni austriaco, ha risposto che non avrebbe potuto rilasciare commenti su questo specifico caso, ma ha ribadito che “non esiste nessuna legge che impedisca ai cittadini austriaci di tornare in Austria.” Nonostante ciò ha anche aggiunto che le due ragazze non riceveranno alcun aiuto dal governo austriaco e che tornando andrebbero incontro all’arresto. 

“In generale, in virtù della situazione che sussiste nell'area, chi va in questa regione e poi decide di tornare indietro non riceve il sostegno delle autorità austriache. In caso di rimpatrio (in Austria si contano più o meno 60 casi) si apre un’inchiesta" che ha il compito di stabilire l’eventuale appartenenza ad una organizzazione terroristica.

L’appartenenza a un gruppo terroristico è oggetto dell’articolo 278b del Codice Penale austriaco, che oltre a stabilirne l'illegalità determina che, in caso di condanna, la sentenza va da uno a dieci anni di reclusione. Il Ministero degli Interni stima che all’incirca 140 austriaci abbiano lasciato il Paese per andare in Siria e Iraq e unirsi all’IS. 

Secondo Erin Saltman, ricercatrice presso la Quiliam Foundation, capita che le giovani possano lasciarsi coinvolgere dall’idea romantica della vita trascorsa in una zona di guerra accanto a un “vero uomo, un jihadista.” Non c’è da sorprendersi, ha dichiarato sempre a VICE News, se la realtà non collima con le aspettative. “È comunque importante," ha aggiunto, "che non vengano creati impedimenti al loro ritorno.”

Spesso per le donne è più difficile riuscire a tornare indietro “perché si trovano in una situazione in cui hanno davvero pochissimi diritti.” Per coloro che riescono a tornare, ha aggiunto Saltman, “il cambiamento di ambiente rappresenta uno shock enorme per il sistema, e sicuramente questi soggetti svilupperanno sintomi di disturbi post traumatici.”

Stando alle stime da lei citate, uno su nove di questi soggetti continuerà a rappresentare una minaccia per il paese, e questo significa che il monitoraggio dei rimpatriati è fondamentale. Saltman ritiene che tutti i rimpatriati dovrebbero partecipare a un programma di deradicalizzazione e che con il giusto aiuto potrebbero non solo rientrare nella società ma addirittura aiutare gli altri a recuperare: “Gli ex estremisti sono le persone più adatte a decostruire le ideologie e ad aiutare le persone che sono appena tornate a deradicalizzarsi.”


Kesinovic in un'immagine diffusa dall'Interpol.

Secondo il Times, il mese scorso un uomo avrebbe contattato il Centro studi della Radicalizzazione e della Violenza Politica del King’s College di Londra per conto di un gruppo di ben 30 combattenti inglesi dell’IS. L'uomo avrebbe detto ai ricercatori che lui e i suoi compagni volevano aiuto per tornare a casa senza essere arrestati. Ha spiegato: “Siamo venuti qui per combattere contro il regime, ma ci siamo trovati coinvolti in una lotta tra bande. Non siamo venuti qui per questo, ma se torniamo [in Gran Bretagna] finiremo in prigione.”

Alcuni di questi uomini sarebbero stati torturati per aver parlato e ora Saltman teme che anche le ragazze possano subire le stesse sorti.

Ma quello delle due austriache non è l'unico caso di donne occidentali trasferitesi nei territori controllati dall'IS. La ventenne scozzese Aqsa Mahmood, per esempio, è partita da Glasgow lo scorso novembre, e si occupa del reclutamento di altre donne attraverso i social network. In un post pubblicato a giugno con il nome di Umm Layth, scrive: “Non esiste un modo semplice per dire ai tuoi genitori cosa stai facendo. La prima telefonata una volta varcato il confine è una delle cose più difficili che farai in vita tua. Già i genitori normalmente si preoccupano di dove sono i figli, di come stanno. Come può un genitore che ha una scarsa conoscenza dell’Islam, capire come mai il proprio figlio o la propria figlia abbia deciso di lasciarsi alle spalle una vita piena di agi, la scuola e il futuro luminoso che aveva, per andare a vivere in un paese in guerra? Molti si sentiranno in colpa, penseranno di aver sbagliato qualcosa. Ma finché non capiranno dal profondo del loro cuore che l'hai fatto per amore di Dio, vivranno nell’illusione che un giorno tu possa tornare a casa.”

In un post del 9 aprile la ragazza parla delle pressioni che subiscono le donne appena arrivate: “Se sei sposata ti danno una casa... sposarsi il prima possibile è meglio e anche più appropriato... all’inizio ti trattano come un'ospite e la situazione regge finché il tuo morale non inizia a cedere e tu non inizi a sentirti un peso. La verità è che stare qui senza un uomo è davvero difficile.” 


Segui Sally Hayden su Twitter: @sallyhayd

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