Nicolò Degiorgis ha fotografato l'Islam nascosto italiano

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Nicolò Degiorgis ha fotografato l'Islam nascosto italiano

Dove pregano i musulmani italiani se le moschee ufficiali sono meno di dieci? Il progetto fotografico di Nicolò Degiorgis è un'indagine attraverso le realtà nascoste delle comunità islamiche nel nord-est italiano.
Niccolò Carradori
Florence, IT

Tutte le foto per gentile concessione di Nicolò Degiorgis.

Nicolò Degiorgis è un giovane fotografo italiano nato e cresciuto in Alto Adige, a Bolzano. Dopo essersi laureato in lingua cinese a Ca' Foscari è andato a lavorare per una società che produceva a Honk Kong: ed è lì, per salvarsi dagli insistenti inviti al karaoke dei capi della fabbriche di cui doveva controllare i prodotti, che hanno preso vita i suoi primi progetti fotografici.

Da allora Nicolò ha ottenuto uno stage di sei mesi alla Magnum Photos di Parigi, ha vinto una borsa di studio a Fabrica, ed è entrato a far parte dell'agenzia fotografica Contrasto, ottenendo una serie di incarichi per varie riviste internazionali e documentando i più svariati eventi, dalle biennali d'arte alla primavera araba.

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Il filone che lega i lavori più consistenti di Nicolò è l'interesse per le dinamiche che stanno dietro all'emarginazione delle minoranze e i meccanismi attraverso cui quest'ultime riescono a ritagliarsi uno spazio vitale all'interno della società. Il lavoro che meglio rappresenta questo interesse è Hidden Islam, un progetto fotografico partito nel 2009 e autoprodotto attraverso la casa editrice Rorhof, fondata da Degiorgis ed Eleona Matteazzi, con cui la scorsa estate Nicolò si è aggiudicato l'Author Book Award ai Rencontres d'Arles nella sezione giovani autori e ha vinto il premio della Fondazione Aperture a Paris Photo.

Hidden Islam è un'indagine attraverso le realtà nascoste delle comunità islamiche nel nord-est italiano: piccole moschee ricavate in capannoni industriali, garage, piccoli negozi o discoteche. In Italia, infatti, ci sono soltanto otto moschee ufficiali, a fronte di 1,3 milioni di musulmani.

Per cinque anni Nicolò ha visitato, vissuto, e mappato le varie comunità del nord-est, riproducendole attraverso un filtro che riuscisse non solo a restituirne l'atmosfera, ma anche i legami con il tessuto urbano. La composizione del volume è studiata per rendere questa doppia angolazione: l'impaginazione prevede che gli esterni—fotografati in bianco e nero—si sovrappongano alle foto degli interni e della vita della comunità.

Alla pubblicazione del libro è seguita anche una sorta di appendice, Hidden Islam - 479 comments, che riprende la mole di discussioni nate sotto a un articolo del Guardian dedicato al progetto.

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È appena uscita la terza edizione del libro, quindi ho contattato Nicolò e ci siamo fatti una lunga chiacchierata su Skype per parlare di Hidden Islam e dei suoi progetti futuri.

VICE: Ciao Nicolò. Raccontami cosa ti ha portato a questo progetto. Come e perché è iniziato questo viaggio di ricerca.
Nicolò Degiorgis: È iniziato tutto nel 2009. Ero appena tornato in Italia dopo un'esperienza in Cina, dove mi ero occupato della comunità islamica nel nord-est della Cina, gli Uiguri. Ero appena entrato a Fabrica, a Treviso. In quel periodo nel trevigiano c'erano parecchi attriti tra il sindaco leghista e la comunità islamica.

Mi avevano suggerito di dedicarmi ad un progetto ampio sull'Islam in Italia, che poi non è andato in porto, così ero entrato in contatto con il primo centro islamico a Marghera, nella periferia di Venezia. Si trovava in un capannone industriale, e la cosa mi aveva molto colpito: è da lì che è scaturito il mio progetto.

E dopo sei passato alle altre comunità: Venezia, Treviso, Verona, Vicenza…
Sì, e ho realizzato che stavo creando una vera e propria mappatura dei centri islamici.

Dopodiché sono entrato come ricercatore all'università di Trieste, a Scienze Politiche, dedicandomi ad un progetto incentrato sulla comunità islamica e cinese. Man mano la cosa è cresciuta: da un lato studiavo più gli aspetti sociologici e giuridici della tematica, e dall'altro continuavo la documentazione fotografica. Ho sempre avuto l'intenzione di sviluppare il progetto e farne un libro; la struttura che ha assunto, però, ha preso forma negli anni.

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Il tuo interesse principale, da quanto mi è parso di capire, sono le dinamiche attraverso cui i gruppi minoritari riescono a ritagliarsi uno spazio vitale all'interno della società, e i meccanismi che stanno dietro all'emarginazione.
Ho iniziato ad occuparmi di minoranze in Cina, ma credo che l'interesse principalmente scaturisca dal fatto che sono cresciuto in Alto Adige: in un contesto in cui convivono tre culture differenti. Sono cresciuto bilingue, e quindi abbastanza sensibile alle tematiche delle minoranze, delle differenze culturali e dei passati non ancora totalmente risolti.

Ho letto che hai avuto difficoltà a trovare una casa editrice che investisse nel progetto, ed è per questo che hai deciso di autoprodurlo. Secondo te come mai?
Diciamo innanzitutto che il progetto, quando ho deciso di autopubblicarlo, è cambiato molto. Magari con il libro finito avrei trovato più facilmente una casa editrice. È strano, comunque, perché ha funzionato molto bene nell'arte contemporanea, e poi è stato ripreso e pubblicato da alcuni giornali.

Siccome utilizza una fotografia abbastanza neutrale, combinando due linguaggi diversi, uno più simile al reportage, uno alla fotografia tipologica, non rientra pienamente nella fotografia classica o tradizionale che trova subito un canale editoriale.

Nonostante ritraggano luoghi di culto, e che quasi tutte le foto del libro siano state scattate durante momenti di preghiera, le tue immagini mantengono una grande naturalezza. Come se quasi i soggetti non fossero consapevoli della tua presenza. Come sei riuscito a ottenere quel livello di fiducia che ha reso possibile questo effetto?
Ci sono voluti un po' di anni. L'idea iniziale era quella di seguire alcune comunità per un po' di tempo e capire come si sviluppavano. Volevo cercare di vivere il più possibile la comunità. Sono comunità religiose, e quindi ovviamente situazioni molto intime. In cui si deve avere un certo rispetto.

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Mi sono anche posto la questione di quanto c'entrasse il fatto che fossero comunità musulmane o meno: perché sono abbastanza convinto che in altri contesti religiosi—e mi è capitato di documentarne alcuni come la comunità protestante evangelica cinese e coreana—ci siano molte più difficoltà ad accedere.

Io spiegavo il mio progetto, e il fatto che volevo seguire ogni aspetto di quello che accadeva nella comunità. Ho iniziato a farmi vedere e a frequentarle assiduamente: è capitato di rimanere a dormire in alcune di esse. Seguivo qualsiasi tipo di lezione che facevano, coraniche, di lingua araba, italiana… perché la parte affascinante del progetto era quella di conoscere questa realtà.

Durante l'anno visitavo varie comunità, ma la maggior parte del progetto ha preso forma durante i mesi di Ramadan, perché c'è molta più attività all'interno della comunità. La fotografia in realtà era un momento relativamente breve del progetto.

C'è una sorta di narrazione nel libro…
Sì, c'è, per quanto riguarda le fotografie degli interni. Diciamo che non è strettissima, ma comunque avevo intenzione di creare un racconto e una fotografia più di reportage: che fosse intima e meno circoscritta.

Parlami del lavoro e dell'idea che stanno dietro alla mappatura delle moschee.
Inizialmente non era assolutamente intenzionale. Poi, man a mano che procedevo con il lavoro, l'idea era sì quella di toccare un tema globale che riguarda gran parte del mondo, ma comunque mantenendo una certa specificità sul territorio.

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Oltre a essere un censimento dei centri islamici del nord-est, lo è anche dell'architettura di quest'area. C'è tutto un percorso naturale, che ha a che fare con l'immigrazione, e che porta le comunità ad utilizzare questi spazi. Sono comunità che hanno bisogno del tempo per strutturarsi, anche economicamente. E quindi gli spazi in grado di accogliere delle comunità di questo tipo e di queste dimensioni sono dei capannoni. Ci sono molti esempi nel nord est che testimoniano come si siano verificate situazioni di frizione fra i cittadini e la comunità islamica. Ovviamente spesso dietro ci sono problemi di intolleranza e ignoranza, in altri casi, invece, dei semplici problemi logistici legati all'afflusso del traffico e alla mancanza di parcheggi.

Che mi dici del contributo di Martin Parr?
Ho conosciuto Martin Parr nel periodo del mio stage alla Magnum, e lo avevo assistito durante uno shooting. Gli avevo mostrato il mio portfolio, che conteneva perlopiù i progetti realizzati in Cina, e da lì mi ha sostenuto e dato consigli. Quando questo progetto è iniziato e gli avevo mandato le prime foto gli era subito piaciuto. Il fatto che credesse nel libro mi ha aiutato molto nei momenti frustranti che si provano quando si lavora a progetti a lungo termine.

Riguardo alla pubblicazione di 479 Comments, hai dichiarato "If the primary reason for doing the first book was to reveal something, the reason for this is to show what was actually revealed, by documenting the reaction it aroused." Cosa hai capito dalle reazioni che l'articolo pubblicato sul Guardian ha suscitato?
L'idea era quella di rivelare soprattutto quello che doveva uscire, quello su cui bisogna lavorare, quindi l'opinione pubblica. Le informazioni semplici su cui bisogna discutere. Come ho detto molti punti da affrontare sono semplicemente organizzativi. Ma quello che colpisce di più è quanto si sappia poco riguardo alle tematiche che riguardano l'Islam, o su cosa sia un centro islamico e quello che si fa al suo interno. È una cosa che mi lascia sempre perplesso.

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Come hanno reagito le comunità dopo la pubblicazione del tuo lavoro?
Fino ad ora non mi sono state rivolte critiche, dopo bisogna vedere come verrà percepito questo lavoro a lungo termine. In alcune comunità ho organizzato vari eventi con dibattiti politici e invitando esponenti della comunità islamica e sociologi.

Uno dei primi feedback che mi hanno dato, però, riguardava il fatto che loro stessi non avessero mai visitato molti dei centri islamici del territorio veneto. E quindi è stato anche un modo per confrontarsi con la situazione nelle quali si trovano. Da questo punto credo che ci sia anche un aspetto storico interessante per il futuro: ovvero l'aver ritratto lo sviluppo di molte di queste realtà.

Come valuti invece l'impatto della questione sull'opinione e la situazione italiana? Mi riferisco ad esempio alla "norma antimoschee" approvata dalla regione Lombardia
Una delle cose che ho percepito di più lavorando a Hidden Islam nel nord-est è la grande varietà delle diverse realtà. Quindi c'erano posti in cui non esistevano problemi, e situazioni—magari anche solo a 20 chilometri di distanza—in cui i problemi erano molto sentiti.

Anche questa questione delle norme "antimoschea" in Lombardia dovrebbe far pensare a una serie di regolamentazioni a livello nazionale. Il problema fondamentale è quello di capire la funzione di questi centri islamici: che spesso rivestono anche un ruolo di integrazione. Se uno frequenta un centro islamico si rende conto che è frequentato da non so quante etnie, la cui lingua in comune è l'italiano. I responsabili offrono corsi di italiano perché spesso le donne musulmane sono casalinghe e non hanno modo di imparare la nostra lingua. Ci sono i boyscout per i bambini.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Al momento ho due mostre per Hidden Islam in programma e ho appena pubblicato la terza edizione. Ho anche altri progetti, e mi sto dedicando al progetto di un altro fotografo: un progetto molto ampio sulla fotografia tramite webcam e sulla privacy. E poi ho il corso di fotografia al carcere, che sta richiedendo abbastanza tempo e impegno e che per alcuni aspetti si lega al filone che mi ha portato a Hidden Islam. Anche semplicemente perché molti dei miei allievi del carcere di Bolzano sono musulmani.

Segui Niccolò su Twitter: @NCarradori