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Música

Floyd the Barrett

"L’uomo non ha mai saputo stabilire se la follia sia una forma superiore d’intelligenza.” In pochi casi come in quello di Syd Barrett questa frase sembra essere vera.
06 gennaio 2013, 9:49am

“Pink isn’t well he stayed back in hotel” ("In the flesh"- Pink Floyd)

Il 6 gennaio del 1946 è nato uno dei musicisti più popolari di tutti i tempi. Pioniere della musica psichedelica e soprattutto fondatore e anima dei Pink Floyd—nei quali militò dal 1965 fino al 1969, quando fu allontanato per problemi mentali—Roger Barrett detto Syd non ha bisogno di troppe presentazioni.

Questo perché su di lui è stato scritto e detto di tutto, e sembra difficile poter aggiungere qualcosa di nuovo a una storia in cui gli aneddoti contano più della musica in sé. Funziona così, il Barrett musicista è sempre stato osannato più per essere un mattacchione che non per le geniali trovate. Se non erro, Edgar Allan Poe diceva ”l’uomo non ha mai saputo stabilire se la follia sia una forma superiore d’intelligenza.” Questa frase si sposa perfettamente a Barrett, che aveva capito il potere maligno dello showbiz e non ne voleva più sapere. A conti fatti, del resto, la sua decisione di sparire nel nulla ci sembra saggia, e non proprio degna della sua fama di pazzo.

Detto ciò, la gente si ricorda il ritiro dalle scene principalmente dopo il secondo album, Barrett, del 1970, l’ultimo in cui rimane spalleggiato a livello produttivo/esecutivo dagli ex compagni di gruppo. Conclusosi questo periodo, Syd ha una breve parentesi in una band con elementi dei Pink Fairies, ovvero gli Stars. All’inizio gli Stars vanno benone, poi qualcosa si inceppa in Barrett. Soprattutto dopo un concerto con gli MC5, appare evidente che il disastro è alle porte: solite scene di mutismo sul palco, chitarre suonate a vuoto, come era solito fare nei Pink Floyd.

Barrett molla il nuovo gruppo dopo la recensione negativa di un concerto. A parte una registrazione che pare giri in rete, tutto il resto è andato perduto. A livello contrattuale, però, Syd è ancora nei Floyd: solo nel 1972 decide di firmare la carta decisiva in cui si stacca definitivamente dalla band e va a vivere in hotel. Dopo questa decisione, fra il '72 e il '73, i Pink Floyd fanno uscire The Dark Side of the Moon, opera che parla in maniera implicita di lui e della quale, possiamo dirlo, Syd è indirettamente l’autore. Le tematiche di alienazione prendono ispirazione dal recente distacco. I suoni, perfetti anche a distanza di anni, fanno di Dark Side una pietra miliare, anche se—e qui casca l’asino—si tratta di un disco commerciale in cui le canzoni nude e crude, private degli elaborati effetti elettronici, sono alla stregua di standard soul. Barrett dall’alto del suo eremitaggio rimugina qualcosa, che già dall’epoca degli Stars è fondamentale e chiarissimo: la totale abiura del mondo Floyd.

Il passaggio dall’era psichedelica a quello che possiamo chiamare la svolta new wave è nell’aria.

La concorrenza è grande. Nel '74 i Genesis fanno uscire il rivale naturale di Dark Side, ovvero The Lamb Lies Down on Broadway—disco capolavoro che vede alla regia Brian Eno, l’innovatore maestro dell’ambient e della no wave a venire. I King Crimson firmano Red, che ancora oggi è proto post rock/doom e uno dei più duri della loro carriera. I Floyd sono in difficoltà; cercano di contrattaccare, ma hanno le idee confuse: pensano di scrivere un disco usando soltanto elastici e oggetti da cucina, dai bicchieri alle bottiglie vuote. Titolo provvisorio, The household objects. Ne escono delle session a volte ambient a volte tendenti a una strana dub ante litteram, e l’influenza di Eno è clamorosa. Ma presto abbandonano il progetto. Frustrati, tornano ai più miti consigli della tradizione (a eccezione della stupenda "Welcome to the machine", che inaugura l’industrial eoni prima). Ne nasce un disco, guarda caso, dedicato a Barrett, tra parole accorate e invettive contro il sistema discografico che lo ha reso folle. Si divide fra suite mezze kraut e ballate che imitano e semplificano il suo stile solista. Wish you were here, per l’appunto: torna, non ce la facciamo più. In effetti i Floyd erano già sul punto di sciogliersi, una “surrogate band”, come confesseranno piu’ tardi in The Wall.

L’unico che riesce a far tornare Syd in quel febbrile 1974—ma solo in sala di incisione—è Peter Jenner, il manager dei Pink Floyd deciso a ritrasformarlo in una macchina da soldi. Solo, Barrett si presenta con una chitarra senza corde e si appresta a incidere la sua incompiuta.

Senza i collaboratori di fiducia Gilmour Wright e Waters, tuttavia, Syd non riesce a concretizzare nulla e soprattutto non sa comunicare con i produttori. Capelli lunghi come nei lontani anni Sessanta, dopo tre giorni di session e un morso alla mano di un assistente che gli porgeva l’unico testo del lotto, si ritira definitivamente dalla musica. Non dall’arte, però: continua a dipingere le sue tele stranianti e accartocciate su se stesse.

I commenti dei testimoni oculari liquidano queste incisioni come inconcludenti, mere “blues rythm tracks“, come se i pezzi di Dark Side fossero dei capolavori di astrattismo. Ma oggi, col senno di poi, la verità è un’altra. Ascoltandole sappiamo da dove hanno rubato gli Spacemen 3: brani di chitarra blues dilatati e cosmici, permeati dai soliti toni agrodolci. Brani con sovrapposizioni di basso e chitarra completamente fuori tonalità, qualcosa che è più vicino all’armolodia di Ornette Coleman che a una canzone pop, schitarrate alla Bo Diddley che cercano il rock scarno e puro dei pionieri, quasi intuisse l’arrivo del punk che proprio in quegli anni cominciava a prendere piede (non a caso, i Damned lo volevano per produrre “Music for pleasure”, poi passato ad un meno adatto Nick Mason). E poi, l’evidente centralità degli strumentali: l’assenza di parole e di linee vocali potrebbe essere l’innovazione maggiore per un Barrett che già in "Ramadan”, inedito del primo album recentemente messo in digital download, sperimentava solo con bonghi e suoni di motociclette.

Non il solito Barrett in formato canzone, quindi, ma un Barrett ipnagogico che presagisce il futuro della musica in cui l’incompiutezza è la regola. D’altronde anche i suoi pezzi più famosi sono dei blues presi, spappolati dilatati e a loro modo abbozzati. Così, la proverbiale sregolatezza di Barrett unita alla cecità dei produttori ci ha impedito di avere la versione finale di un possibile capolavoro, che in alcune soluzioni effettistiche riporta addirittura alle chitarre di The Wall. Ma forse è giusto così; QUESTA è la versione finale, più che di un disco, di un uomo che ha sempre preferito la verità della musica alle stronzate del mercato. L’uscita di scena plateale e definitiva deve però ancora venire.

È il '75 e i Pink Floyd stanno terminando ”Shine on your crazy diamond”, la famosa canzone dedicata a Syd. Improvvisamente si accorgono che in studio c’è una presenza strana, un uomo grasso e completamente rasato fino alle sopracciglia. È Barrett. Lo sconcerto è generale, qualcuno scoppia in lacrime. I ragazzi gli fanno ascoltare il lavoro ed il suo commento  sarà “Un tantino datato, non credete?” lasciandoli in preda ai loro fantasmi. La storia , ormai famosa, è questa. Ma dietro all’aneddoto spicciolo c’è che i Floyd hanno bisogno di Barrett come Barrett dei Floyd. Senza lo spirito di Barrett, niente Darkside, niente The Wall, niente di niente. Senza l’aiuto dei Floyd, niente Barrett, niente cappellaio. Solo un matto. Questa la traduzione dell’affermazione di Syd, ormai lontano dai Floyd quanto dal suo personaggio: la rasatura è il simbolo di questo desiderio di essere Roger e non più Syd dei Pink Floyd.

Come dice per sommi capi Oliver Sacks in Musicofilia, "l’intelligenza musicale rimane tale anche nelle peggiori deficienze.” E nel caso di Barrett quest’ultima testimonianza del '74 è il sigillo di un uomo genialmente disturbato, ma soprattutto un uomo di cuore. Per questo non riesco a smettere di ascoltare le tracce, ed è francamente inspiegabile che non siano mai state pubblicate ufficialmente, come avvenuto per “Vegetable man” e tutte le altre perle di assurdità. Anche Opel, capolavoro assoluto, venne pubblicato solamente nell’88, a dimostrazione di un sabotaggio continuo alla sua opera. È ora di aprire i cassetti, perché il mondo oggi più che mai è pronto per Syd. Tanti auguri Pink, che tu possa giocare a domino con noi per sempre.

Dedicato ad Antonio De Vincenzi