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Cafolavori

Saviano Zero in condotta

Sarebbe interessante capire come mai i lettori italiani, che non leggono neanche le etichette del Lactacyd Intimo, possano comprare un libro di 450 pagine incentrato sul narcotraffico sudamericano.

di Matteo Gagliardi
29 aprile 2013, 9:46am

Ritorna la rubrica di recensioni letterarie dedicata a quegli attori, presentatori, musicisti e sportivi che a un certo punto della loro vita hanno deciso di scrivere un libro senza che nessuno glielo abbia davvero chiesto. Nella puntata di oggi recensiamo ZeroZeroZero di Roberto Saviano. A chi se lo sta chiedendo, rispondiamo subito così: Saviano sarà pure un profeta, un fratello di Alfano, un Telegattone, ma di certo non è uno scrittore. Questa qualità non soltanto lo rende l’autore più venduto in Italia ma anche il protagonista assoluto di questa rubrica.

ZeroZeroZero, Roberto Saviano, Feltrinelli.

Sarebbe interessante capire come mai i lettori italiani, che non leggono neanche le etichette del Lactacyd Intimo mentre muoiono di diarrea e di noia, possano comprare un libro di quattrocentocinquanta pagine (Il Tractatus di Wittgenstein ne ha 80 e in classifica sta molto sotto “Le canzoncine di Peppa Pig + CD Audio”), incentrato sul narcotraffico sudamericano e scritto con lo stile di uno che il Lactacyd Intimo se l’è chiaramente bevuto. Oltre a essere un libro fiume ZeroZeroZero possiede infatti un altro pregio: è uno Slim Fast di romanzo, saggio, poesia, canzone, articolo di giornale e Baricco che si può riassumere nella sempre felice etichetta “un cazzo di niente.”

La faccia seria di Saviano in quarta, per chi ancora non l’avesse capito, sta lì a dimostrare che il libro è da intendersi “d’autore”. Sulla copertina ci sono tre strisce di coca, questo perché ZeroZeroZero è un libro pericoloso. La citazione di Blaga Dimitrova “Nessuna paura che mi calpestino. Calpestata, l’erba diventa un sentiero” eccita le lettrici italiane, sempre in prima fila a spellarsi mani e labbra affamate di maschio alfa, e che Saviano non vede l’ora di fotterci sotto al naso. Lo dice lui stesso che “tutti vogliono tre cose: potere, pussy e dinero,” e si vede fin dalle prime pagine che ci sa fare con le “tante ragazze di oggi, più brave dei maschi, e una gran voglia di mettersi alla prova.” E così tra “tette, fianchi larghi, culo a mandolino” si mette a fare il porcellino con la “ragazzina, ma con seni e glutei esplosivi. Lo stesso mix di giocosa ingenuità e seduzione supersexy che Shakira ha saputo importare in tutto il mondo grazie alla sua voce potente e ai suoi ancheggiamenti scatenati.”

Poco prima di arrivare al sodo, Bob si ricorda però d’aver scritto un libro “for business, not for fun”, e così per le altre quattrocento pagine si sente autorizzato a elencare più personaggi e luoghi di quanti ce ne siano nella Commedia Umana di Balzac: 

Il 29 luglio 2010 muore Ignacio Coronel Villarreal, leader del cartello di Sinaloa nello stato di Jalisco, socio del Chapo e zio di Emma Coronel, attuale moglie del Chapo. Viene ucciso in una sparatoria con l’esercito messicano a Zapopan, nello stato di Jalisco. Tra i fondatori di Jalisco Nuova Generazione ci sono Nemesio Oseguera Ramos, detto “El Mencho”, Erick Valencia, “El 85”, e Martín Arzola, “El 53”: tutti ex membri del cartello del Millennio, allora branca di Sinaloa. Ora lottano contro Los Zetas per il controllo di Guadalajara e Veracruz, ma sono attivi anche negli stati di Colima, Guanajuato, Nayarit e Michoacán.

Io questa roba semplicemente non la leggo, la guardo, ma non la leggo. Mi fido di Roberto, lui ne sa sempre più di me. Fino a quando però non m’imbatto in un drammatico “Risiko di dimensioni planetarie”, e allora comincio a leggere. Quando Saviano riporta le sue innumerevoli storie del cartello sudamericano, non mi pongo domande sull’attendibilità delle fonti e delle vicende ricostruite, ma quando mi capita di leggere che ci sono “Paesi e nazioni dove piazzare al centro della mappa le proprie bandierine”, allora comincio a nutrire qualche dubbio sulla preparazione dell’autore. Se per un verso la scrittura di Saviano è oltremodo noiosa nel riportare date e numeri (“Trecentotré uomini arrestati in diciannove diversi stati americani. Sessantadue chili di cocaina, trecentotrenta chili di metanfetamine, quattrocentoquaranta chili di marijuana, centoquarantaquattro armi, centonove veicoli e due laboratori di droga clandestini sequestrati, insieme a tre milioni e quattrocentomila dollari in contanti”) dall’altro è evidente quanto Saviano sia un buono studente che non si applica: “È la sfida tra postmodernità e modernità. Tra urla e silenzio,” “La politica ufficiale del bastone si completa perfettamente con quella ufficiosa della carota,” “il Messico non si può definire. È solo Messico. È Messico e basta. È ora, qui. Qui dove la guerra impazza ormai senza confini.”

Saviano non ama approfondire riflessioni come ad esempio “una marea di sudditi interscambiabili nella perpetuazione di un sistema di sfruttamento e arricchimento a beneficio di pochi” o spiegare con più cura “il mondo, del resto, non è più quello di prima. Nel giro di un solo giorno, assieme alle Torri Gemelle si è sbriciolato anche l’ottimismo;” a lui interessa un’altra cosa, molto più importante: 

Saviano con la scrittura ci vuole scopare.

Le questioni della morale, della giustizia, dello spirito, della Storia, sono fuori dalla sua mente; lui vuole scrivere come un tuono, spruzzare i pensieri e scriverli psiuuuuhhh

“Se hai sentito le urla di un uomo che sta morendo o è ferito al fronte, è inutile che spendi soldi con psicanalisti o che cerchi carezze. Quelle sono urla che non dimenticherai mai più.” La verità è che a Saviano non piace scrivere, lui vuole solo scopare con suoi i libri, e sa che con l’erudizione il cazzo ce l’hai quasi sempre asciutto: “Voglio affondare le mani nella ferocia, rovistare dove fa più male e poi vedere cosa mi rimane appiccicato alle dita.” Scoparsele tutte, questo è l’imperativo del Priapo Saviano. E così nella foga si scopa pure la sintassi, “Il colore del vero e del falso, più il colore dei dollari. È perfetto, e pericoloso,” s’incula Nietzsche, “ho guardato nell’abisso e sono diventato un mostro. E allora capisci che sei passato dall’altra parte, e ora è l’abisso che vuole guardare dentro di te. Frugare. Dilaniare. Sprofondare,” e viene in faccia a Melville: “Adesso so di avere la stessa ossessione del capitano Achab. È la coca, la mia Balena Bianca.”

“Con la coca puoi fare qualsiasi cosa, prima che il cazzo ti si ammosci per sempre” scrive preoccupato l’autore di ZeroZeroZero; perché lui sa che quando arriverà quel momento, quando la sua erezione svanirà, quando finirà il tempo dei suoi libri in cima alle classifiche, dei film campioni d’incassi dei suoi libri in cima alle classifiche, delle sue omelie record d’ascolti, della sua aura di santità, allora vorrà dire che l’Italia avrà finalmente smesso di eccitare il Mediocre e lasciarsi sodomizzare a secco.

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