Gezi Park riapre. Anzi, no

A Istanbul è stato indetto un nuovo raduno per riprendere il parco. Indovinate com'è finita.

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08 luglio 2013, 3:04pm


Gazdan Adam Festival, Kadıköy.

Il vero inizio delle proteste a Taksim è dato, da molti, agli scontri del 1 maggio 2013, quando è stato vietato ai manifestanti di radunarsi nella piazza simbolo di Istanbul durante la festa dei lavoratori. È lì che TOMA e gas lacrimogeni si sono ricominciati a palesare sempre più insistentemente dopo un periodo di apparente calma, corroborato da una crescita economica che ha fatto della Turchia la quindicesima economia mondiale, prospettandone l'ascesa al decimo posto in pochi anni.

Ad Istanbul vige il divieto, applicato, di manifestare in qualunque parco o piazza pubblici che non siano Kazlicesme, una piazza in periferia, dove l'AKP raduna i suoi militanti (a pagamento, come abbiamo già detto) per flettere i muscoli sul grande palcoscenico della stampa filogovernativa.

Erdogan e il suo AKP hanno provato a trasformare Taksim in un gioiello di loro creazione, senza riuscirci. Finalmente, venerdì, il procedimento civile che doveva vagliare la legittimità del progetto di costruzione del complesso composto da moschea, centro commerciale e ricostruzione delle caserme ottomane (una triade più simbolica degli intenti dell'attuale governo davvero non potrebbe esistere) ha fermato del tutto i lavori per motivi di salvaguardia dell'ambiente. Nonostante questo sia successo lo scorso 8 giugno, la notizia è stata diffusa solo ieri.


Gazdan Adam Festival, Kadıköy.

Nelle ultime settimane, Gezi è diventato il teatro di una protesta che faceva riferimento non solo al progetto di per sé, ma alla rivendicazione di valori e diritti ben più ampi in spettro. La svolta autoritaria del governo inquieta molti e, per quanto non esista più la perenne minaccia di colpi di stato militari—dal momento che Erdogan ha ordinato l'incarcerazione degli esponenti di spicco dell'esercito—i cittadini, soprattutto quelli urbanizzati e più istruiti, sono ben consci delle lacune della Repubblica Turca in materia di diritti. Per citarne alcune: la mancanza dell'habeas corpus, la proibizione di manifestare, una molto flessibilmente interpretata legge sul vilipendio allo stato, spesso utilizzata contro chi si pronuncia contro l'operato del governo e così via. I giovani, coltivati per la maggior parte ed ansiosi di viaggiare, non sono più disposti a prestare il servizio militare obbligatorio, che spesso viene evitato con la scusante dell'omosessualità, fino a poco tempo fa giustificata solamente mediante prova fotografica (in cui bisogna essere passivi) ed il Minnesota Test, un test somministrato a pazienti psichiatrici che determina inclinazioni con domande del tipo: "Preferiresti fare il carpentiere o il libraio?"—è facile intuire quale delle due opzioni lasci costruire agli esperti militari l'esistenza dell'identità omosessuale di un candidato.

Insomma: Gezi è stato occupato, Gezi è stato sgomberato con la forza. A quel punto molti manifestanti hanno voluto continuare a protestare, immobili, in luoghi pubblici, spesso sotto al solleone dell'estate turca. Lo spirito 'rivoluzionario' viaggia veloce sui social media, ma non riesce a trovare il mordente fuori dalle grandi città, o presso individui più anziani o meno collegati.

Quando la corte amministrativa si è pronunciata contro il proseguimento dei lavori a Gezi, Taksim Dayanismasi ha indetto un nuovo raduno alle 19.00 di sabato, al fine di riprendere Gezi. C'è da dire che, da quando il parco è stato sgomberato, la sua superficie è per intero ricoperta da autobus della polizia che aspettano solo manifestanti da arrestare. L'intero perimetro di Taksim è costellato da cellulari, TOMA e poliziotti in bivacco. Tutti i quartieri limitrofi (Cihangir, Istiklal e così via) pullulano di polizia in divisa e in borghese. Idem per Dolmabahce, il palazzo presidenziale, e Besiktas, teatro di sanguinolenti scontri nelle scorse settimane. I disordini proseguono da tempo, e quando sabato sera mi sono recato sull'Istiklal a vedere quale fosse la situazione sono rimasto sorpreso dalla partecipazione, non massiccia come all'inizio, ma pur sempre ingente.


Manifestanti su via Istiklal.

I cori sono sempre gli stessi—her yer taksim, her yer direnis (ovunque è taksim, ovunque è resistenza), il più potente di tutti, risuona poderoso nelle stradine laterali del grande viale commerciale che porta a Taksim, intervallato dal rumore di casseruole sbattute in segno di protesta da chi è rimasto a casa.

Per quanto l'inizio della marcia fosse dato alle 19, già alle 18.30 la polizia aveva iniziato l'attacco con TOMA, gas lacrimogeno lanciato ad altezza d'uomo e proiettili di plastica. Gli eventi ormai seguono sempre lo stesso schema: basta il lancio di un solo bossolo di gas per mandare in fuga centinaia di persone, nonostante i "yavas, yavas!" (piano, piano!) urlati da chi sta in prima linea: giornate e notti infinite di scontri hanno stancato tutti, ma la risolutezza e la non violenza dei manifestanti sono encomiabili, e prova del fatto che c'è una parte della Turchia veramente pronta alla democrazia. 

Sono salito per Istiklal fino a quando non mi sono trovato davanti un TOMA, e ho deciso di girare in una traversa, dove tutti correvano da una parte all'altra perché sulla strada erano stati lanciati lacrimogeni da tutte e due le parti, facendo rimanere me e altri terroristi come madri e figli in un cul de sac sempre più affumicante, finché non si è aperta davanti a noi la porta di un caffè. Dentro, scene di ordinaria amministrazione: limoni che venivano lanciati da una parte all'altra, un comitato di benvenuto che spruzzava una miscela di acqua e Talcid (un antiacido gastrico usato come lenitivo contro i gas), e qualcuno che sorseggiava una birra togliendosi la maschera anti gas nel portarsi il bicchiere alla bocca. 

Sono rimasto dentro per un po', fino a quando il fumo non si è diradato, e sono sceso verso Cihangir, dove plotoni di polizia camminavano compatti, arrestando chiunque di minaccioso (cioè munito di una maschera a gas) si trovassero di fronte. Sceso verso Tophane, ho visto una delle scene più inquietanti delle ultime settimane. 

Tophane è un quartiere a larga maggioranza conservatrice. È costellato di moschee molto frequentate, e affaccia su Karakoy, che a sua volta affaccia direttamente sul Bosforo. Quando sono arrivato a Istanbul, un mese fa, mi sono finto un turista più ingenuo del solito (se possibile) e sono andato a parlare con gli anziani seduti al parco circostante la moschea. Tutti loro concordavano su una cosa: i manifestanti sono giovani che cercano botte, non hanno richieste concrete se non quella di rompere le scatole ai cittadini benpensanti, e la violenza (secondo loro poca) è più che legittima. Sabato sera, individui della stessa tipologia erano radunati in comizio, ed applaudivano i TOMA della polizia stazionati lì di fronte. Tophane è a neanche cinquecento metri da Taksim, e questa distanza è utile per capire quanto disomogenea sia la compenetrazione degli ideali dei manifestanti nel tessuto sociale e culturale turco. Qualche settimana fa, a Fethiye, sud della Turchia, mi sono sentito apostrofare come agente straniero e capulcu (delinquentello) da signore velate quando ho raccontato loro che ero semplicemente stato a Gezi, né a manifestare, né a raccontare quello che era successo.


Manifestanti in un caffè vicino a via Istiklal aspettano che il gas si diradi.

Erdogan ha spesso voluto sottolineare la dicotomia noi-loro, buoni-cattivi, gente perbene-rivoluzonari, e questa si è tramutata, come molti temevano, in orrenda verità quando, sabato sera, alcuni sostenitori del governo si sono messi ad attaccare i manifestanti con clave e machete. La polizia, di fronte a loro, non ha battuto ciglio, e ha solo pensato ad assalire chi esercitava il diritto della protesta. 

Se non fosse stato per facebook e twitter, i video non sarebbero mai stati diffusi, e i tre giustizieri (moschettieri) mai identificati e arrestati. 

Quando sono tornato a casa in taxi, in un clima elettrico ma triste, stanco, ho letto una scritta sui muri: "non avete il gas al sapore di ciliegia?" È appena iniziata la stagione della raccolta.

La violenza sta subendo una normalizzazione mirata allo scoramento dei cittadini, e se non fosse per l'enorme forza d'animo dei manifestanti, questa protesta sarebbe già annegata nel sangue settimane fa. 

Per dirlo con le parole di Somay, professore alla Bilgi University, "Erdogan ha avuto successo e ha scalato il potere proponendosi come fratello dei cittadini, e ora vuole diventarne padre. I giovani non ci stanno: ne hanno già uno."


Aggiornamento: nonostante il sindaco avesse annunciato la riapertura di Gezi Park, lunedì sera l'area è stata nuovamente resa inaccessibile dalle forze dell'ordine, che anche in questa occasione hanno fatto uso di lacrimogeni contro la folla e portato a termine diversi arresti.


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