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Il mio anno nel carcere più duro di Dubai

Karl Williams è arrivato negli Emirati come turista. Ma dopo che la polizia ha trovato della spice sulla sua auto e l'ha accusato per possesso di droga è iniziato il suo incubo fatto di prigione e violenze.

di Nick Chester
12 maggio 2016, 4:09am

Karl Williams.

In genere, gli Emirati sono considerati una meta turistica come tante; nella pratica, però, le violenze di polizia sarebbero largamente diffuse, e il razzismo istituzionalizzato—in particolare nei confronti della bassa manovalanza straniera.

Quando nel 2012 è andato in vacanza a Dubai, il turista britannico Karl Williams non sapeva niente di tutto ciò. E ha continuato a ignorarlo finché sei poliziotti non hanno fermato lui e i suoi amici Grant Cameron e Suneet Jeerh per un presunto illecito, sottoponendoli a insulti razzisti e percosse.

Nel corso della perquisizione della macchina su cui circolavano la polizia avrebbe trovato diverse dosi di cannabis sintetica, e secondo quanto raccontato da Karl, avrebbe usato violenza contro di lui e i suoi amici per costringerli a dare informazioni sul presunto spacciatore. Karl è successivamente stato condannato a quattro anni; ad aprile del 2013, dopo un periodo di prigione in cui, stando al suo racconto, stupri, sedativi e criminalità erano all'ordine del giorno, lui e gli amici hanno ricevuto la grazia e sono stati liberati. L'ho incontrato per sapere cosa ha passato.

VICE: Ciao Karl, innanzitutto grazie per aver acconsentito a farti intervistare. Andiamo con ordine: puoi parlarci delle circostanze del tuo arresto?
Karl Williams:
Avevamo noleggiato un'auto ed eravamo andati a fare compere, e al momento di mettere la roba nel bagagliaio ci abbiamo trovato dentro una borsa. L'abbiamo aperta, conteneva un sacco di bustine. Lì per lì non abbiamo dato troppo peso alla cosa, ma dopo, mentre eravamo sotto casa del mio amico, è arrivata la polizia. Ci hanno fatti scendere, ci hanno fatti mettere a terra, poi sono passati alle mani. E alla fine ci hanno portati nel deserto. Avevano i taser e li hanno usati su di noi.

Cosa stavano cercando?
Uno degli agenti ci ha detto, "Chiamate lo spacciatore e fatevi portare della spice." Io non avevo nemmeno mai sentito parlare della spice, gliel'ho detto. Ma lui niente, continuava a ripetere, "Allora, chi ve l'ha data?" Usavano anche un sacco di appellativi razzisti, una cosa piuttosto ricorrente tra le forze dell'ordine del posto. Sia tra la polizia che in prigione, ne ho sentite tante. Gli stranieri vengono trattati molto peggio degli emiratini, quando non direttamente discriminati. Dopo ci hanno portati nella nostra stanza d'hotel e mi hanno colpito la mano fino a rompermela. Ero bendato.

E poi è arrivata la detenzione. Per quanto sei rimasto in carcere?
Più di un anno, dopodiché sono stato amnistiato e scarcerato. Sono stato in due diverse prigioni, Port Rashid e la Dubai Central Prison.

Com'erano?
Port Rashid è stata un incubo. Era sovraffollata, 300 detenuti in una struttura che poteva contenerne all'incirca 100. Il cibo era terribile, e si può dire che a comandare fossero i prigionieri. La seconda prigione era molto pulita e il cibo buono, ma anche lì contavano più i detenuti che le guardie. C'erano persone fuori di testa, completamente andate. I più affidabili erano i russi, la mafia russa. Li rispettavano tutti, e loro stessi erano rispettosi, puliti, persone correttissime.

Oltre ai russi, da dove venivano i detenuti?
Diciamo un 20/30 percento da India, Pakistan, Bangladesh, un altro 20/30 percento dall'Africa, e un 15 dalle Filippine. E poi c'erano membri della criminalità locale.

Veniva contrabbandato qualcosa dentro la prigione?
Gli agenti portavano dentro i cellulari, sì. Di sostanze illegali invece non c'era granché, ma molti a quanto pare erano sotto l'effetto di farmaci. Non ricordo che farmaci girassero, ma ad alcuni venivano prescritti calmanti, ad altri eccitanti. Io non prendevo niente. Solo che un sacco di gente finiva per venderli. In più girava voce—a me era stato raccontato sia da una guardia che da un altro detenuto—che tutti i detenuti venissero sedati perché stessero buoni.

Oltre ai farmaci c'erano altri aspetti piuttosto inquietanti—come la questione delle violenze sessuali e dell'HIV, giusto?
Sì, si diceva che per vendicarsi alcuni boss usassero detenuti con l'HIV per contagiarne altri. E poi c'erano le violenze sessuali sui nuovi arrivati. Io non sono un criminale o che, ma quando ho visto questo presunto stupratore l'ho guardato per bene e gli ho riso in faccia. "E quindi sei tu il tizio che va con tutti i nuovi arrivati?" gli ho chiesto. Mi ha risposto, "Sì, gli metto la roba nel tè e poi lo faccio."

C'erano altre forme di violenza?
I pasti ci venivano serviti su vassoi di metallo, e alcuni ne rompevano dei pezzi e li trasformavano in lame. Di notte li sentivi, che affilavano i pezzi di metallo. E il rumore dei pezzi di metallo strofinati sul pavimento è l'ultima cosa che vuoi sentire quando sei in prigione e stai cercando di prendere sonno.

Come sei riuscito a ottenere l'amnistia?
A Dubai, quando vieni condannato per droga e sei alla tua prima condanna, sono quattro anni di carcere. Ma rientri tra quelli che possono ricevere la grazia. Nel nostro caso è stato così, ma penso che il rilascio sia stato dovuto più che altro al fatto che il nostro era diventato un caso abbastanza noto.

Che impatto ha avuto questa vicenda sulla tua vita?
Per un po' sono stato in terapia. Mi ero tenuto dentro un sacco di cose e avevo bisogno di superare quell'esperienza orribile. Passata la fase negativa ho scoperto che potevo canalizzare quel dolore trasformandolo in creatività. Ho scritto un libro sulla mia esperienza, Killing Time; in più le canzoni mi hanno aiutato a tirare fuori tutto, più delle normali parole. Sto anche lavorando a un album.

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