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Com'era essere giovani in Italia negli anni Ottanta

Abbiamo chiesto ai nostri genitori com'era avere la nostra età tra gli anni Settanta e Ottanta, quando l'Italia viveva un momento di sviluppo economico e sociale molto diverso da quello di oggi.

di Redazione
20 novembre 2015, 10:58am

Non c'è bisogno che vi diciamo che viviamo in un momento storico molto strano per essere giovani, e già in passato abbiamo parlato di come la nostra generazione non riesca a capire quando è il momento di crescere. Questa difficoltà è ancora più evidente se paragonata alle storie dei nostri genitori, persone che, nella maggior parte dei casi, alla nostra età potevano dire di aver già concluso qualcosa. Che fosse avere un contratto a tempo indeterminato, una famiglia o la possibilità di fare esattamente il lavoro per cui avevi studiato.

L'impressione è che allora, tra gli anni Settanta e Ottanta, arrivati a 25 anni fosse impossibile non crescere. Eppure ogni generazione ha i suoi problemi, e del resto quasi nessuno di noi in questo momento sarebbe disposto a barattare i venerdì sera in giro con un figlio di 13 mesi. Così, abbiamo deciso di chiedere ai nostri genitori com'è andata per loro. Se è vero che ripensare ai tempi in cui eri giovane quando hai 50 o 60 anni può portarti a vederli molto più in positivo della realtà, c'è anche da dire che loro vivevano in un periodo in cui—così ci hanno detto—raggiungere i propri sogni era, se non facile, certamente possibile.

Emilia all'inizio degli anni Ottanta.

EMILIA, 1963, MILANO

Sono cresciuta nelle case popolari costruite per i dipendenti OM-Fiat e poi riscattate alla periferia nord di Milano, dove i miei genitori erano emigrati dal sud nel 1955. Da me si aspettavano il massimo impegno a scuola: era sottinteso che avendo avuto la fortuna di frequentarla i risultati dovessero essere in linea con l'opportunità che mi si offriva. A differenza di oggi, la nostra generazione non aveva dialogo con i genitori; i ruoli erano molto chiari e definiti e finché non avevi un lavoro e quindi un'indipendenza economica godevi di minori libertà e considerazione. E dato che all'epoca il desidero di essere autonomi e di sganciarci dalla famiglia (almeno per noi "proletari") era molto forte, dopo il diploma ho preferito cercare un lavoro che mi rendesse autonoma e iscrivermi all'università frequentando la sera.

Ho iniziato come segretaria in uno studio di avvocati internazionali dove, né più né meno di oggi, sono stata sfruttata e ho dovuto farmi le ossa. Ma quando me ne lamentavo a casa la risposta non era "poverina, come ti capisco" ma "ci siamo passati tutti." Dopo aver cambiato altre due aziende "scalando" i ruoli, nel 1986 ho deciso che era il momento di cambiare settore, e così ho fatto. Avevo 25 anni, mi sentivo adulta, lavoravo da sei anni sempre con contratto a tempo indeterminato, avevo risparmiato qualche soldo, il mio stipendio era cresciuto e adeguato al ruolo. Mi sentivo pronta per decisioni grandi. Mi sono sposata. Ho comprato casa. Erano gli anni del benessere diffuso, e ricordo che a Natale facevamo regali costosi. Ci sentivamo tutti abbienti.

BEPPE, 1952, TORINO

Da piccolo volevo fare il medico e negli anni Ottanta stavo facendo il medico. Ero assistente di ruolo all'università, lavoravo in un ospedale moderno, ero andato a fare i primi congressi negli Stati Uniti nel 1980. Bastava impegnarsi. Perché c'erano gli spazi, le possibilità, era tutto persino abbastanza prevedibile: era chiaro che se volevi diventare un grande studioso dovevi fare questo questo e questo e ce l'avresti fatta. Gli ospedali assumevano, le università assumevano, i professori si prendevano cura dei più volenterosi. E anche se quello che guadagnavo lo davo a mia mamma, a 26 anni ero completamente indipendente.

Ed è vero che a 30 anni non facevo più cose divertenti, lavoravo e la sera studiavo perché dovevo scrivere articoli e fare ricerca, ma mi piaceva—ho sublimato la mia ricerca di divertimento normale con la ricerca di quel divertimento lì, di diventare famoso [ ride]. Da noi ci si divertiva prima, fino alla fine dell'università, poi iniziava la vita vera. La mia qualità di vita se la considero dal tuo punto di vista è stata una qualità schifosa, ma è una questione di priorità: non puoi pretendere di diventare il più grande medico del mondo se hai scelto di privilegiare la qualità di vita.

Chiaramente negli anni Ottanta guadagnavamo più di quanto guadagneresti oggi a fare gli stessi lavori, però non avevo la base di disponibilità economica "ereditaria" che avete voi e quindi mi veniva meno spontaneo uscire a bere tutte le sere. Con le ragazze poi era un casino, erano tutte figlie di un'educazione cattolica stretta. In realtà eravamo tutti figli di un'educazione cattolica che ti metteva paura di tutto.

La differenza rispetto a oggi è che noi sapevamo chi sarebbe diventato grande, e invece ora io non ti so dire che diventerà grande, perché ci sono troppe variabili che non dipendono dalla persona. In più allora accettavi delle condizioni di vita non bellissime perché era valido avere una prospettiva. Ed è anche vero che la generazione prima di noi alla nostra età era in guerra, quindi a differenza vostra nessuno poteva dirci "ai nostri tempi si stava meglio."

Costanza nel 1985.

COSTANZA, 1963, PROVINCIA DI GROSSETO

Sono diventata "grande" nel periodo post femminista, in un piccolo paese di provincia. Ho goduto dei privilegi della lotta che le donne avevano iniziato e delle conquiste che avevano ottenuto: il sesso per me non è stato un tabù, ho usufruito dei consultori con grande libertà, ho usato la pillola anticoncezionale a 16 anni. Noi giovani eravamo completamente scissi dagli adulti, non avevamo nessun interesse a interloquire con loro—rappresentavano un mondo sfocato da cui pensavamo di aver preso o poter prendere le distanze una volta per tutte. Il mio desiderio era quello di diventare una donna libera, con una laurea che mi avrebbe permesso di affrancarmi economicamente dalla famiglia e da ogni altro legame, compreso quello matrimoniale.

Quello che effettivamente ho fatto poi è un'altra storia. Dopo il diploma e l'iscrizione alla facoltà di lettere e filosofia dell'università di Pisa, a 21 anni mi sono innamorata di quello che dopo un anno è diventato mio marito. Ho subito deciso di avere un figlio, e di fare la madre a tempo pieno: pensavo di aver scelto orgogliosamente il lavoro più bello del mondo per scoprire poi che dalla società non è in alcun modo ritenuto tale, e che sono solo una semplice casalinga che adesso, con una separazione recente, deve lottare per un assegno di mantenimento.

È stato dopo il primo figlio che ho iniziato a sentirmi grande, a 22 anni. A trent'anni mi consideravo completamente adulta, con tre figli già grandicelli e una vita autonoma. Nel frattempo però non era cambiata solo la mia vita: probabilmente proprio quella difficoltà che sentivo, e che si avvertiva a livello generazionale, di scambio con gli adulti ha creato il gap che non ha permesso di concretizzare la trasformazione culturale che pensavamo già realizzata. A inizio anni Ottanta ero in prima linea nell'impegno politico, ma tutto ciò che è avvenuto dopo la morte di Berlinguer mi ha privata di ogni interesse. Facevamo di nuovo fatica a parlare tra di noi, e anzi molti crescendo riproducevano gli stessi modelli che avevamo tentato di abbattere.

Pietro con la sua fidanzata e futura moglie, 1983.

PIETRO, 1953, PROVINCIA DI SAVONA

Innanzitutto, non mi sono mai preso troppo sul serio. Sono nato e cresciuto nell'entroterra ligure, quando vivere in campagna era ancora considerato una limitazione. È per quello che per tutti gli anni delle superiori, d'estate, per non lavorare la terra coi miei mi ero trovato dei lavori. Allora immaginavo che quel mondo fosse più facile. Quando invece il lavoro è stata l'unica alternativa, dal momento che avevo smesso di studiare, mi sono scontrato con un ambiente ostile, in cui era fin troppo facile essere schiacciati.

Anche se non appartenevo a nessun gruppo politico (avevo fatto le contestazioni studentesche, ma non mi riconoscevo in nessun partito) mi consideravo antimilitarista. Avevo pensato di espatriare, ed è così che sono riuscito a rinviare il servizio e sono finito in Svizzera, con una ditta italiana che lavorava lì.

Tornato in Italia, a fine anno mi è arrivato il congedo per esubero di leva. Avevo 20 anni o poco più, un lavoro e una certa stabilità economica. Eppure i miei genitori si aspettavano sicuramente che diventassi meglio di loro. Tutti volevano per i figli quello che non avevano avuto, e non solo: cercavano una rivalsa. Io il loro lo vedevo come un punto di vista borghese—il fatto che uno per forza dovesse diventare qualcuno, acquisire uno status sociale. Non mi interessava, come non condividevo la mania del posto sicuro, dell'impiego statale da cui non ti avrebbero mai licenziato e in cui il datore non sarebbe mai fallito.

Per me, molto semplicemente, un lavoro valeva l'altro. Ma anche se ero economicamente indipendente mi sono considerato davvero adulto solo quando, diversi anni dopo, mi sono licenziato e mi sono messo in proprio. Fino ai 29 anni non avevo nemmeno mai preso in considerazione l'idea di farmi una famiglia, e anzi mi sono sempre considerato scapolo. Poi ho conosciuto tua madre.

DONATELLA, 1962, PISTOIA

Ho compiuto vent'anni nel 1982. Avevo passato tutta l'adolescenza in un istituto privato gestito da suore in cui avevano studiato anche le mie sorelle più grandi, quindi per me la fine di quel periodo e la libertà che si respirava negli anni Ottanta sono stati come l'inizio di una nuova vita. I miei genitori appartengono a quella generazione che ha vissuto la povertà della guerra e il boom economico, ed erano intenzionati a garantirmi un futuro in cui avrei potuto realizzarmi dal punto di vista lavorativo. Ma quello che interessava veramente a me era vivere quel periodo di benessere: crearmi una famiglia tutta mia. Ad essere sincera non mi sono mai veramente preoccupata della mia carriera, a differenza dei miei genitori.

A 22 anni infatti mi sono sposata, e dopo poco tempo sono rimasta incinta del mio primo figlio. Così ho lasciato l'università, mi sono dedicata al mio matrimonio e qualche anno dopo ho iniziato ad aiutare nella gestione delle attività di famiglia. Il mio futuro economico non mi ossessionava, anche perché dall'ambiente in cui provenivo sembrava che il lavoro non mancasse mai, e che fare soldi fosse esclusivamente una questione di volontà: la mia era una famiglia benestante, e avevo sposato un ragazzo poco più grande di me che aveva aperto un'azienda che andava molto bene. Personalmente a 25 anni avevo già raggiunto la condizione di vita che sognavo e per cui ero disposta a impegnarmi, e credo che sia questa la definizione migliore di indipendenza e di vita adulta.

Mario all'inizio degli anni Ottanta.

MARIO, 1954, PROVINCIA DI CATANIA

A dirla tutta, a 26 anni non avevo concluso molto. Diciamo che ogni tanto aiutavo mio padre e mio zio nella gestione della "campagna"—diversi ettari di aranceti appena fuori Paternò. Mentre oggi bisogna essere più veloci degli altri, prima potevi permetterti di tarare il tuo andamento come preferivi. Non so se sia stato effettivamente un bene. Tutti i miei amici si sono concessi di laurearsi anche dopo 10 o 12 anni, perché una volta usciti sapevano che avrebbero trovato un buon lavoro. Io neanche mi sono iscritto all'università, volevo farcela con le mie forze, senza schemi prestabiliti. Ma quando l'attività di famiglia iniziò a cigolare, dovetti ricredermi e pensare a un'alternativa: iniziai subito a frequentare un corso per lavorare in banca.

Gare di motocross ai piedi dell'Etna e tornei di tennis regionali erano il mio tempo libero. Qualcosa però stava per cambiare. Un giorno, un amico mi disse, "Mario, cercano agenti in Mondadori, gente che ci sappia fare, tipo te." Lasciai il corso in banca, e il futuro iniziò subito. Ero, senza rendermene conto, diventato grande. Avevo 27 anni quando chiesi a Pina, la mia fidanzata, di sposarmi. Avevamo una casa, la Volvo 240 Gle, le foto del viaggio di nozze a Parigi, e la famiglia iniziò ad allargarsi: a 31 anni avevo già due figlie.

Ai miei tempi avevamo le palle e i mezzi, ma eravamo anche più ingenui. Credevamo nella rivoluzione, senza mai essere andati alla guerra come i vostri nonni. La differenza tra ieri e oggi è l'esatto opposto: vi credete tutti più furbi degli altri, ma non volete farlo sapere a nessuno. Oggi, me ne rendo conto, tutto quello che avevo io a 30 anni sembra impossibile. Almeno la facilità con cui ne parlo. Soprattutto quella sensazione che raggiungere l'indipendenza fosse un normale passaggio della vita, come ancora dovrebbe essere.

FAUSTO, 1947, PROVINCIA DI PRATO

Negli anni Settanta erano caduti molti tabù, e anche in campagna da noi, con un paio di anni di ritardo, le cose stavano cambiando. I giovani che a quel tempo avevano sui 25 anni erano diventati i protagonisti della politica locale, e taluni tra quelli di una generazione avanti erano diventati piccoli imprenditori. Io mi sentivo già grande e adulto e forte e pieno di "sapere", ma avevo anche cominciato a capire, e sempre di più con il passare degli anni, che quel mio presunto sapere era riferito a un ambiente limitato, molto limitato.

Essendo sempre stato un lavoratore autonomo non sapevo cosa significasse "fare carriera", ma sapevo che non avrei fatto per tutta la vita il medesimo lavoro. Quanto alla famiglia, l'ho fortemente voluta. Mi sono sposato a 25 anni e sono diventato padre a 27. Per me era il naturale completamento dell'essere diventato "uomo". A quel punto avevo ormai la piena indipendenza economica e anzi ero io ad aiutare i miei genitori. Allora era normale che i 30enni fossero indipendenti. Per me era fondamentale, perché non volevo in alcun modo rimanere legato alla loro mentalità e alle loro decisioni.

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