Il difficilissimo Natale vegano

Oggi vi racconto una storia triste, una storia che parla di una ragazza, in questo caso me, e della mia tormentata esistenza di vegana.

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16 dicembre 2013, 10:06am

Ciao, sono Virginia e non mangio derivati animali. (Si apre così la seduta del gruppo di auto-aiuto vegano periodo natalizio 2013).

Ci tengo ad assicurarvi in partenza che non è mia intenzione tirarvi su un pippone sulle varie ragioni per cui la scelta di non ingerire cadaverina sia quantomeno un'opzione da considerare, prendetelo come un regalo di Natale.

Quello che state per leggere non sarà quindi un pamphlet moralistico, il proselitismo basato sul senso di colpa non è nelle mie corde, ma come Gesù intendo comunicare tramite parabole, quindi mi limiterò a raccontarvi una storia triste, una storia che parla di una ragazza, in questo caso me, e della mia tormentata esistenza di vegana incompresa durante un pranzo natalizio standard.

Premessa: ci sono varie ragioni, fuori dalle mie manie di persecuzione, per ritenere che il razzismo nei confronti di chi opera una scelta alimentare non consona alle tradizioni sia l'ultima frontiera del fascismo autarchico alimentare. Ok, questa affermazione è da prendere con le pinze, ma effettivamente se penso agli elementi che uniscono, in particolare, il popolo italiano, di sicuro la pizza e il crudo di Parma, e più in generale stare a tavola e condividere le stesse pietanze, è uno di quelli. Sociologicamente parlando, l'Italia si è unita e formata anche grazie a costumi alimentari che hanno permesso la condivisione di idee oltre che di digestioni congrue. Pensate alla carbonara, che deriva sicuramente dai movimenti della carboneria (qui sto sconfinando nel paradossale).

È però un fatto assodato che, più ci si avvicina al nucleo familiare tradizionalista italiano, più si rischia di essere ostracizzati se si rifiuta di mangiare ciò che ci viene offerto, come testimonia molto bene questo documento:

È forse per questo, quindi, che da anni sto subendo una specie di embargo da parte dei miei parenti quando mi azzardo a esplicitare le mie pericolose tendenze alimentari nelle occasioni in cui la mia famiglia si riunisce attorno a un tavolo, in particolare l'umiliazione del pariah alimentare è tanto più accentuata quanto più numerosi sono i parenti che mi circondano, e per questo ho deciso di stilare un resoconto, basato su fatti reali, di una comune preparazione (psicologica, mia) a un pranzo di Natale in una famiglia che non accetta la mia diversità (piango chiusa nell'armadio per circa tre ore al giorno per questo motivo).

Tutto è iniziato lo scorso Natale, quando ho preso il toro per le corna (in senso figurato, sapete, animalismo, no corrida, etc.) e ho dichiarato alla mia famiglia che non mi sarei alimentata come loro. Le conseguenze di questo mio coming out sono state perlomeno bizzarre: ho ricevuto molte meno inquisizioni, paradossalmente, quando ho esplicitato le mie tendenze in altri campi, o quando ho dichiarato che sì, ogni tanto, raramente, ho fatto uso di marijuana (vegan). Il primo boss da affrontare nello scontro atavico in tema di cibo tra me e i miei parenti è stato il mio babbo, che oltre ad essere un abile pescatore e un ancor più abile cuoco, ha la bizzarra peculiarità di essere tofurepellente.

Il signor Ricci minacciato con un cubetto di tofu.


L'affascinante uomo ritratto qui sopra è, appunto, il mio genitore, l'uomo da cui mi deriva gran parte della mia buona creanza a tavola (robe del tipo: finisci tutto quello che hai nel piatto, c'è gente che muore di fame) nonché colui che da anni si occupa della preparazione del pranzo natalizio. Il signor Ricci ed io abbiamo un rapporto realviscerale, da sempre basato sulla condivisione di buon cibo e buon vino, ed è per questo che le sue reazioni sono state forse quelle più assurde.

Ho dovuto cioè avere a che fare con una rimozione freudiana da parte sua dell'informazione più volte ripetuta: papà, sono vegana, che si è persa nei meandri del suo subconscio comportando siparietti beckettiani sin dalla preparazione dell'antipasto:

Lui: "amore ti sto preparando i panini, vuoi il crudo o il cotto?"

Io (credendo seriamente che scherzasse, sto al gioco): "crudo, babbo"

Lui: "Ok, ci vuoi anche la mozzarella? O preferisci la fontina?"

Io: "La mozzarella va benissimo"

Dopo aver assistito alla preparazione indiscriminata di panini non-vegan, gli ho fatto notare che forse si era dimenticato di un piccolo dettaglio, lui mi chiede umilmente scusa e io ritengo i nostri dissidi appianati, salvo poi rivolgersi di nuovo a me con aria bastonata e questa domanda:

"Ma quindi non mangerai nemmeno la zuppa inglese?"

"Eh no babbo, sai contiene uova e latticini"

"E nemmeno il panettone?"

"Burro, uova... Credimi non lo faccio contro di te."

"Che stronza che sei."

Fortunatamente a compensare quest'attitudine oscurantista c'è la mia genitrice di sesso femminile, colei che più di tutti i miei parenti si è avvicinata a comprendere le mie esigenze alimentari. Nonostante ciò, il suo avvicinamento al veganesimo, vuoi per abitudine, vuoi per tendenze democristiane, ha comportato un'accettazione sì, ma solo parziale, della peculiarità di sua figlia. Che in termini di cibo si traduce in: considero questa tua scelta alimentare non per intero, ma solo nella misura in cui tu possa comunque condividere le stesse identiche pietanze che mangiano le persone normali, ovvero: le verdure sono ben accette, ma non chiedermi nemmeno per scherzo di portare a tavola le oscene proteine vegetali di cui ti alimenti. Risultato: mi ritrovo qui, a pranzo con tutti i parenti, e davanti a me si stagliano derrate infinite di verdure che nemmeno un diplodoco, nessun accenno a tofu, seitan, tempeh, sai, quelle cose che riescono a rendere simpatico anche un tristissimo piatto di fave lessate.

Rassegnata al fatto che per i miei genitori la mia, oramai infelicissima, dichiarazione comporta che io venga automaticamente reindirizzata alla nicchia biologica degli erbivori, mi siedo a tavola, luogo in cui devo fare i conti con altri parenti il cui argomento principale di conservazione è, con mio sommo sconforto, la mia alimentazione—strano come a nessun individuo che mangia sia richiesto di essere un esperto alimentarista, ma a me in questo caso sì, dato il terzo grado a fuoco incrociato che sto per affrontare.

Zio (medico): "Mi spieghi cosa intendi quando dici che l'apparato digerente di un essere umano non è predisposto all'assimilazione della carne?"

"Oddio, ma proprio a tavola?"

"Dai parlamene"

"Sai, secondo alcune teorie il fatto che noi abbiamo un intestino intricato come quello degli erbivori, mentre i carnivori hanno una specie di tubo, presuppone che se ingeriamo certe sostanze che vanno facilmente in putrefazione, non riusciamo ad eliminarle e si formano delle patacche di schifo nelle pareti intestinali."

"Mh. Sei sicura che il tuo apporto proteico sia sufficiente con una dieta di questo tipo?"

"Be', tento di compensare con proteine vegetali"

"Lo sai che in ogni caso introdurre troppo glutine nell'organismo è molto nocivo? Se esageri con il seitan sei a rischio di diventare intollerante."

"No ma non esagero"

"In ogni caso ci saranno alcune vitamine di cui ti privi con questo regime alimentare, tipo quelle del gruppo B"

"Sì, infatti prendo un integratore alla spirulina"

Ma ecco che dalla fascia interviene mio cugino, che vorrebbe andare alla radice del problema:

"Quindi tu mi stai dicendo che per un essere umano è più naturale alimentarsi senza derivati animali"

"Non è che volevo intavolare un discorso sui massimi sistemi"

"Fammi capire, hai detto che il nostro intestino è predisposto a ingerire verdure e non carne, no?"

"Sì..."

"Che quindi quest'alimentazione sarebbe secondo te la più naturale per l'essere umano"

"Guarda a me fa stare bene, non te la sto imponendo"

"Però prendi degli integratori"

"Sì ma..."

"Ecco, questo fatto che hai bisogno di integratori mi fa capire che la tua alimentazione non è naturale al cento percento, altrimenti non ne avresti bisogno"

"Ok, hai vinto tu, ora posso mangiare questo broccolo?"

"Tu non ti fai abbastanza domande su te stessa".

Tutto il mio sforzo di mantenere la calma viene subito reso inutile dall'arrivo di mia cugina, vegana da combattimento che, al contrario di me, è decisa a non lasciar cadere l'argomento per quieto vivere, ma ad aprire il fuoco:

"Sapete che i giapponesi dicono che noi europei puzziamo di latte, be' secondo me voi puzzate di cadavere." ed altre amenità che sono i temi che rendono la categoria vegan così degna di essere detestata.

A queste dichiarazioni infuocate, rispondono pronti altri parenti carnivori:

"Vedi come siete voi, siete delle estremiste."

"Siete come la zia che fa la dieta Dukan"

A questo punto non mi resta che esercitare tutta la mia inesistente tecnica zen e rifugiarmi nel mondo dei sogni, dove condivido un piattino gourmet con Beyoncé, che da quando ha deciso di essere vegana per un brevissimo lasso di tempo, si fa chiamare BIOncé, ok scusatemi.

Ad ogni modo vorrei che questo racconto di dissidio alimentare venga nataliziamente coronato con una gioiosa celebrazione, o se preferite un minuto di silenzio, per i sobri piattini condivisi su Instagram da Bio.

Insomma, come ho esplicitato all'inizio, questo non voleva essere una tirata moralistica sul perché è giusto essere vegani e non è giusto non esserlo, anzi, proprio per questo motivo il mio intento è illustrare voltairianamente a voi, ma soprattutto ai miei parenti, che ognuno dovrebbe guardare nel proprio piattino, almeno durante un momento gioioso come un pranzo di Natale.

Se proprio non riuscite a sfangare il suddetto pranzo senza litigare con i parenti, tenete presente che, se in tema di cibo potete incappare in queste bagarre, con una buona bottiglia di vino si va sempre sul sicuro. Ed è 100 percento di origine vegetale.


Segui Virginia su Twitter: @virginia_W_

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