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"Selfies at funerals" non è il peggio che possa capitare a un funerale

Il problema della morte, e sono sicura che qualcuno sarà d’accordo con me, è che la gente comune non la fotografa abbastanza. È per questo che ultimamente finisco molto spesso su Selfies at Funerals.
05 novembre 2013, 12:27pm

Il problema della morte, e sono sicura che qualcuno sarà d’accordo con me, è che la gente comune non la fotografa abbastanza. È per questo che ultimamente finisco molto spesso su Selfies at Funerals, paralizzata dalle quantità di adolescenti in posa di fronte ai propri smartphone nell'atto di documentare la profonda tristezza (e il profondo fascino) che li colgono di fronte alla morte di un loro caro. I volti cupi in primo piano, i vestiti sorprendentemente scollati per un funerale, e poco sotto le didascalie in cui svelano che il nonno, in una bara lì vicino, ha lasciato questa terra e le sue vicissitudini. Sotto la didascalia non manca mai una serie di #hashtag, progettate per attrarre il maggior numero di follower in quel delicato momento della loro vita.

Il fatto è che non è certamente il modo peggiore per documentare un funerale. Perché in cima alla classifica si piazza una famiglia che conosco. La figlia frequentava un collegio nella mia città natale, e si è suicidata pochi anni dopo esser andata via. Il padre disse che era troppo occupato per andare al funerale. Un meccanismo di difesa, qualcuno potrebbe ipotizzare. Be' forse. Ma lui, uomo d'affari sempre in viaggio, aveva vissuto in quello stato di "indaffarato" per gran parte della sua vita, sempre e comunque troppo impegnato per fare qualcosa con lei. In quell'occasione per esempio era in Thailandia, e per rimediare decise di mandare il suo assistente a riprendere la cerimonia con una videocamera, in modo da poterla rivedere in un secondo momento. Nella mia classifica personale di comportamenti da non adottare a un funerale non c'è spazio per i dubbi: potete fare tutti gli autoscatti che volete, ma non lo raggiungerete mai.

In fondo, queste foto hanno la capacità di rendere la morte gloriosamente libera. "I morti pesano molto più dei cuori infranti," diceva Raymond Chandler. Ma i morti sullo sfondo di queste fotografie appaiono quasi privi di gravità, mentre i volti in primo piano sono quelli di astronauti che galleggiano nello spazio con vestiti nuovi, uno specchio a portata di mano e le potenzialità per raggiungere 37 like nel giro di 20 minuti. Tutte le scariche di dopamina di cui puoi avere bisogno, mentre i neurotrasmettitori scattano e dicono che sì, ti fai notare, sei vivo, qualcuno ti sta prestando attenzione, in un giorno in cui dovresti essere tu stesso a rivolgere la tua attenzione a qualcun altro, qualcuno che non ti ringrazierà mai per quel momento.

Ma rimango dell'idea che dovrebbero esserci più foto di morti tra la gente comune. Nessuno fotografa la fine. I caminetti sono pieni di immagini di bambini appena nati, ma non ci sono cornici con vecchi moribondi all’ospedale per ricordare quello che accadrà dopo. Ricordo che la vista di mia nonna pochi giorni prima della sua morte mi turbò profondamente, dato che non la vedevo da un mese o due. Quando entrai nella stanza della casa di cura era ancora viva, ma era diventata improvvisamente magrissma, disidratata. Si era visibilmente rimpicciolita. Non sapevo che la morte avesse quell'aspetto su una persona ancora in vita. Avrei voluto sapere prima di questo segreto, prima di arrivare e dirle addio.

La morte dovrebbe essere pesante. I funerali dovrebbero essere pesanti. E se sei abituato ad avere il cellulare perennemente in mano, hai bisogno più che mai di quella dopamina. In un abito che non ti dona, con un pallore che non ti si addice. E in tutto ciò bisogna essere adulti, ma può essere difficile quando hai poco più di 12 anni. Può essere difficile anche quando hai solo 56 anni. Tutti cercano di essere tranquilli e tristi insieme agli altri, in attesa che qualcuno rompa quel tragico silenzio. Non ti piace questo grande spazio di sensazioni inesplorate in cui rischi di finire.

Come dice Raymond Chandler—ho appena letto Il grande sonno—"Cosa importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? Si è morti, si dorme il grande sonno e ci se ne fotte di certe miserie. L'acqua putrida e il petrolio sono come il vento e l'aria per noi. Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di esser caduti nel letame."

Ma a noi importa dove sono caduti, e dove li abbiamo posti dopo, e gettiamo la terra sulla loro bara. Quest’estate ho fotografato mia figlia vicino alla tomba di mia nonna. Una bambina che non aveva nemmeno capito di essere in un cimitero, e correva in giro, probabilmente profanando quanto incontrava in tutta la sua frettolosa energia. Non si sono mai incontrate, anche se avrei voluto davvero vederle insieme. Così ho piazzato una bimbetta vicino alla lapide, col suo viso accanto al nome della bisononna, in modo da avere una foto di loro due insieme. Era il massimo che potessi ottenere.

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