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Addio etichette independenti, non ci mancherete

Sulla triste fine di Hydra Head records e Il futuro della discografia indipendente.

di Francesco Birsa Alessandri
19 settembre 2012, 10:21am

La notizia triste della scorsa settimana, almeno per chi segue un certo tipo di musica, è stata la chiusura di Hydra Head, una delle label che per anni hanno retto il peso del firmamento post-hc e post-metal, contribuendo a definire l’estetica e la mentalità che hanno determinato la forma della musica pesante di un intero quindicennio. Chiusa, morta, kaputt, e le cause sono, ovviamente, molteplici. Dal canto suo, il capoccia Aaron Turner dichiara fondamentalmente bancarotta: il mercato discografico fa acqua da tutte le parti, c’è la crisi per tutti e un’etichetta di stampo fondamentalmente do it yourself non può certo rimanere a galla in un mare del genere.

Ecco, già questa, ai miei occhi di bacchettone punk hc, sembra una grossa contraddizione: una label diy non dovrebbe, per definizione, fottersene del mercato? La sua funzione non è proprio quella di rappresentare una sacca di resistenza ai modi di produzione mainstream, usando tutta una serie di metodi più economici e “antagonisti”? Credo che, proprio per questo motivo, sia sbagliato piazzare una label come Hydra Head nel mondo DIY. Senza nulla togliere a Turner e compagnia, l’etichetta funzionava come una vera e propria azienda, finanziandosi col fatturato dei dischi e basandosi sul lavoro di un (per quanto piccolo) gruppo di impiegati, ognuno con la sua funzione specifica. E quando ti infili in un gioco del genere, volente o nolente devi fare i conti con la competitività del mercato, saperti rinnovare... cosa che HH non è stata minimamente capace di fare negli ultimi periodi, rimanendo piuttosto indietro rispetto a quello che la gente vuole ascoltare e suonare oggi. E dire che gli stessi Isis di Aaron Turner sembravano aver capito che era finita un’epoca quando, un paio d’anni fa, hanno detto basta.

Insomma, in giro si fa un gran parlare del caos in cui la musica indipendente (oltre che la musica in generale) è precipitata, ma a me le scosse di questi giorni sembrano più botte di assestamento che altro: il panorama sta cambiando di nuovo e molto rapidamente. Purtroppo qualche morto va messo in conto. A essere in crisi, in realtà, appare essere soprattutto la struttura della label “verticale”, quella in cui una o poche persone decidono cosa produrre, quanto e come, in base alle disponibilità economiche o alla “statura” degli artisti. Bisogna considerare, ancora una volta, che se c’è un grosso regalo che internet ci ha fatto, è la possibilità di fare circolare da soli la nostra musica. Allo stesso tempo, sappiamo bene che questo ha creato una saturazione per cui perdersi nel marasma è facilissimo, quasi matematico. Le label servono per emergere, per usufruire di mezzi di promozione un tantino più grossi e anche, spesso, come garanzia di qualità (o di un certo tipo di musica).

Di conseguenza, il bisogno di mettere un “marchio”, una firma in più sulla musica, non svanirà così presto. Però, a questo punto, ha molto più senso utilizzarlo come nome collettivo, come stemma di una crew di artisti e non di un’etichetta. Voglio dire, l’idea di “rete” ha un ruolo fondamentale nel diy da molto prima che esistesse internet: per fare a meno del mercato istituzionale occorre saper spargere la voce tra gli altri interessati, distribuire dischi capillarmente nelle varie distro, sapere a chi scrivere per organizzare concerti, etc. A questo punto, quindi, perché non possono le label stesse diventare “reti”, cerchie di artisti che, mettendo in comune le risorse, si aiutino a vicenda a far girare la musica? Mi sembra l’evoluzione più naturale e conveniente. E, a mio avviso, i sono un paio di fattori che stanno già contribuendo in maniera determinante a creare questo tipo di contesto.

Il primo è la continua perdita di importanza del formato fisico (i “dischi”). Ora mi immagino gli improperi e le scomuniche dei puristi. Ok, anche a me piace comprare vinili, cd e cassette, ma produrli costa soldi, molto più che piazzarli in download a pagamento su bandcamp. Allo stesso tempo mi rendo conto che tutte le volte che compro della musica lo faccio più per ripagare del regalo che ci ha fatto chi si è sbattuto a crearla e produrla. Il collezionismo in sé mi è sempre sembrata una cosa profondamente materialista, tranne quando è una forma di studio&conservazione. Certo, la “resistenza” di formati minori come le cassette ha avuto un ruolo chiave nel DIY recente, ma anche quello mi sembra destinato a cambiare con la prossima generazione, già fondamentalmente abituata al digitale, per cui non varranno niente né la nostalgia né l’oltranzismo.

L’altro fattore è la morte del concetto di “band”, altro sentiero che a mio parere abbiamo già imboccato. La musica, oggi, la facciamo sempre più spesso da soli o collaborando di volta in volta con altri musicisti, ma in maniera piuttosto estemporanea. La rock band duratura, quella che fa la gavetta con le classiche storie di ego in mezzo, sta morendo (nella misura in cui un fenomeno culturale può “morire”, chiaro). Spero che, nell’affermare questo, la mia ottica non sia troppo influenzata dal fatto che ora va più di moda la musica elettronica che le chitarrine. Non voglio dire che tra dieci anni nessuno suonerà più strumenti “veri”, ma che lo si farà in un contesto diverso. Magari assisteremo all’ennesimo revival roccheggiante, ma sarà comunque differente da tutti gli altri “ritorni” visti finora. Allo stesso tempo, non se ne andrà a puttane la dimensione sociale del suonare, semplicemente funzionerà in maniera più dinamica. Parte del mondo della musica elettronica (e dell’hip-hop) si muove già in questa direzione.

In questo modo, appunto, si creerebbero giri di artisti capaci di intrecciarsi tra loro e ricombinarsi sempre in maniera nuova e—passatemi il termine pretenzioso e ingombrante–rizomatica. Per gli ascoltatori rimarrà comunque possibile conoscerli e scovarli in base alla crew di riferimento, alle collaborazioni, al passaparola. In un certo senso, credo sarà persino più divertente, soprattutto per la maggiore semplicità nel condividere le idee con gli altri. Sulla lunga distanza anche le divisioni di “genere” cadranno definitivamente, e sarà un bene, come passare da una mentalità tribale a una specie di individualismo collettivo post-social network. Non sarà indolore, ma mi sembra troppo facile vedere i cambiamenti culturali sempre e solo come una perdita, senza guardare alle nuove opportunità che si aprono. L’importante è cercare di essere il meno romantici possibile, evitando di aggrapparsi a un passato che sta bene dove sta.

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