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Noisey

È giusto continuare a fare musica anche se nessuno la ascolta

È inutile chiedersi a cosa serva continuare a fare così tanti dischi.

di Federico Sardo
09 agosto 2016, 1:06pm


Che poi alla fine ti ascolti sempre Turbe Giovanili.

L'estate è quell'ozioso periodo in cui le polemiche da Facebook proliferano in modo incontrollabile. Se ieri la giornata è stata indubbiamente monopolizzata dal "caso-cicciottelle", nel piccolo mondo di chi si interessa alle cose di musica è stato anche molto condiviso questo editoriale di Rockol, dal titolo Ma a che serve continuare a fare così tanti dischi? Le condivisioni e i commenti si dividevano più o meno equamente tra quelli a favore della tesi esposta, e quelli decisamente contrari. Per quanto mi riguarda sono sicuramente tra i secondi, e proverò ad argomentare alcuni motivi.

La prima riflessione che ricavo dal post è che il suo autore sembra rimasto legato a una modalità un po' antica di fruizione, fatta di meccanismi di promozione come gli uffici stampa, che si traducono poi in duemila recensioni tutte più o meno "medie", tutte più o meno uguali, che non nascono da un reale interesse quanto da una sorta di idea di servizio pubblico, in un'impossibile corsa all'onnicomprensività. Credo invece che al giorno d'oggi, al punto in cui siamo arrivati, si possano ricevere quante segnalazioni si vuole, ma che poi stia all'addetto ai lavori (e questa è una parte importantissima del suo lavoro) saperle filtrare non solo in uscita, ma anche in entrata. Sapere quali etichette gli interessano, quali artisti seguire, di quali persone fidarsi (crearsi una rete stimolante), su quali scene essere sintonizzato e quando i riferimenti citati meritano l'ascolto.

Nove volte su dieci se arrivo a un disco nuovo interessante non è perché me l'hanno mandato via mail, ma perché ne sta parlando qualcuno e resto incuriosito, e poi magari ne parlo pure io. Ed è facilissimo in un mondo così piccolo e autoriferito come quello italiano restare "al passo" anche senza stare dietro alle mail degli uffici stampa, e farlo filtrando solo quello che può interessare davvero (perché va bene l'Italia, ma il mondo è grande e non è giusto che un giornalista degno di questo nome dedichi la gran parte dei propri ascolti solo al proprio Paese).

Che ci sia un grande fermento e tante nuove uscite (peraltro senza problemi ecologici, come sottolinea quando parla di digitale) andrebbe invece vista come un'opportunità, e l'occasione per trovare tante cose diverse, molta varietà, qualcosa che ci soddisfi o che ci sorprenda, qualcosa che vada oltre i nostri limiti e i nostri gusti – e c'è, a volersi sfidare vi giuriamo che c'è. Tutte cose positive che non andrebbero accolte con paura. In quel tipo di lettura sembra esserci lo smarrimento dovuto all'oggettivo non poter più essere del tutto in contatto con il mondo come trenta anni fa. È un'illusione pensare che sia ancora possibile nelle stesse modalità, e ragionare in quei termini (le uscite, gli album, le conferenze stampa), in un mondo in cui si possono fare i sold out e i fan che ti assaltano la macchina fuori da Radio Deejay avendo pubblicato canzoni solo su YouTube.

La disintermediazione può essere una grande ricchezza e dare vita a infiniti, nuovi, stimoli culturali – in primis per il giovane e attento ascoltatore che a sua volta vuole diventare musicista: a volerla vedere, c'è un'innegabile libertà in un mondo in cui interi generi musicali nascono e si sviluppano esclusivamente tra Bandcamp, Mixcloud e YouTube.

Superato il problema ecologico, nel profluvio di uscite ci sono ricchezza e opportunità artistiche che è davvero conservatore e reazionario voler limitare, suggerendo il rimpianto per un mondo arcadico in cui pubblica dischi solo chi ha dietro gli investimenti di una casa discografica. Mi sembrerebbe davvero un epocale passo indietro, e non sono affatto sicuro di volerlo fare. Come se poi questo presunto "controllo qualità" delle case discografiche negli anni ci avesse garantito chissà quale valore culturale, di sperimentazione o di ricerca. Se l'oggettiva realtà del "escono troppi dischi, non ci si sta più dietro" va bene in uno sfogo al bar con un amico, da una riflessione giornalistica mi aspetto anche riflessioni di altro tipo sul tema.

Anche nel nostro piccolo paese alcune delle cose più interessanti venute fuori negli ultimi anni, sono state accolte da etichette più o meno piccole (cresciute anche grazie a questi fenomeni) che le hanno pescate dal mare di Internet, dove avevano saputo farsi spazio autonomamente. Continuare a porre la questione in termini di domanda (fisiologicamente ridotta) e offerta (spropositata) è affrontare il discorso con categorie superate, che non tengono conto del nostro essere oggi costantemente immersi in un oceano di stimoli infiniti e incontrollabili, nel quale possiamo pescare secondo modalità per forza di cose mutate.

Se l'autore del post, per tutta la sua estensione, mette se stesso davanti ai musicisti e alle loro spinte, ci si può chiedere allora anche a chi si stia rivolgendo. Agli ascoltatori? Ai colleghi? All'industria musicale? O ai giovani musicisti? Sembra a tratti un articolo scritto apposta per scoraggiare questi ultimi, e siamo sicuri che sia una finalità nobile e non figlia di un paternalismo un po' miope? Si tratta di un tipo di critica che proviene da una fascia che ripensa con nostalgia a quando le cose andavano diversamente, ed è comprensibile. Forse, più che sterili esercizi di wishful thinking ("che bello se da domani uscisse un quarto dei dischi che escono"), ci sarebbe da pensare ai mille altri modi di approcciare, oggi, lo scrivere di musica.

Modalità più "libere", in un mondo in cui possiamo tutti ascoltare i dischi nell'istante in cui vengono resi pubblici, e in cui già abbiamo un milione di news quotidiane - vizio dal quale, come tutti, lo stesso Rockol (che segue una linea dedicata soprattutto al già-ampiamente-emerso, con decine di lanci su "Il Boss" e altri colleghi ultracinquantenni) non è immune. Battere strade che, invece che a "recensire quello che esce", puntino di più a segnalare con passione cose che abbiamo ascoltato con piacere, di cui abbiamo voglia di parlare e condividere, o sulle quali riteniamo interessante fare un discorso, approfondire o ancora criticare, o di cui abbiamo voglia di parlare con l'autore – partendo da un interesse reale e non da "la band è in promozione: intervista con 1 il perché del vostro nome, 2 quali sono le vostre influenze, 3 progetti per il futuro".

Credo siano strade migliori anche perché, mi chiedo, davvero riteniamo così fondamentale leggere l'opinione di qualcuno su un disco che non aveva voglia di ascoltare? Ripetiamolo: in un momento storico in cui invece volendolo possono ascoltarlo direttamente tutti.

Penso che il punto non sia non riuscire ad ascoltare più di tre dischi al giorno, se ami la musica (e fai questo lavoro) la ascolti comunque di più. Però ascolti, oltre a quella che "devi" ascoltare per rimanere aggiornato e sapere di cosa si parla, quella che ti piace, o che pensi possa piacerti. Ed è giusto così. Sarà poi il fatto che ne ascolti e ne conosci, ricerchi, approfondisci, leggi e segui di più del pubblico medio a fare la tua competenza e (insieme a molte altre cose) a rendere più o meno interessante o stimolante quello che scrivi, ma non certo essere nelle mailing list degli uffici stampa e ascoltare trenta dischi dei quali non hai nessuna voglia alla settimana. Questo semmai ti porterà ad odiare un lavoro che nasceva invece da una passione, e a scrivere pezzi pieni di irritazione per questo motivo.

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