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Io burkini vi dico: vietare la sinistra? È giusto. E da femminista

Il dibattito italiano sul burkini ha dimostrato che ci sono davvero persone "di sinistra" che ritengono di poter offrire una soluzione assoluta e valida per tutti a una questione etica complessa indossando un costume per qualche ora.

L'intervista oggetto del dibattito odierno. Grab via L'Espresso.

Ogni giorno grazie a Internet c'è chi scopre come perdere dieci chili in dieci ore, come rendere il proprio pene un carrarmato o come ricevere cinquemila like. Io invece ho scoperto come risolvere la questione dell'integrazione in Europa.

Come molti altri, infatti, questa mattina mi sono imbattuta in un'intervista pubblicata ieri sull'Espresso a Lorella Zanardo, scrittrice e autrice del documentario Il corpo delle donne, che da femminista (citando dal titolo) ci dice: "vietare il burkini? È giusto. E di sinistra."

Inserendosi nel dibattito italiano scaturito a sua volta dal dibattito francese sul "burkini" (osteggiato in quanto capo che richiamerebbe "in maniera ostensibile un'appartenenza religiosa," inadatto alle necessità di "ordine pubblico" e "incompatibile con i nostri valori") l'intervista merita anche e soprattutto al di là del titolo scelto, in cui incomprensibilmente mancano i termini "femminicidio" e "Roberto Saviano."

Lo scambio di domande e risposte riesce difatti dove sanguinosi anni di confronti, dibattiti e inutili tentativi di comprensione reciproca hanno fallito, stabilendo una volta per tutte e in un colpo solo che non solo è giusto vietare alle donne musulmane che ne fanno uso di indossare il burkini in spiaggia, ma trattandosi di cosa Giusta™ non può che essere anche una cosa di Sinistra™.

Per arrivare a tale risultato, Zanardo ci ha messo meno di 24 ore—prendi e porta a casa, Bauman—utilizzando la nuovissima tecnologia del femminismo pratico, da oggi disponibile secondo varie tonalità. E questo senza neanche bisogno di scriverci un qualche noiosissimo saggio d'analisi o similari, bensì solamente indossando questo burkini in una assolata spiaggia in Turchia per qualche ora, assorbendo conoscenza dal tessuto tecnico del costume.

Se fino a qui sembra tutto ancora molto confuso, basterà riproporre qualche passo dell'intervista seguito da un commento per chiarire il concetto esplosivo dato dall'associazione tra divieto di burkini + femminismo pratico + cosa buona e giusta + sinistra (del resto, che la questione sia seria e di sinistra lo possiamo intuire anche dall'intervento di Paolo Flores d'Arcais, padre padrone at large della sinistra, di cui l'ultima notizia a me pervenuta lo vedeva appoggiare come provocazione l'editoriale su un colpo di stato dei carabinieri contro Berlusconi).

Dopo una breve introduzione alla figura di Zanardo e la domanda di Castellani Perelli, l'intervista si apre con questa affermazione:

In Francia il Comune di Cannes ha bandito il burkini perché è una «ostentazione dell'appartenenza religiosa». Lo stesso ha fatto un paese della Corsica dopo una rissa in spiaggia. Lei cosa ne pensa?
Come femminista italiana e attivista dei diritti delle donne penso che sia corretto vietare l'uso del burkini.

Qui mi sembra tutto assolutamente logico e coerente: da appassionata di cinema pescarese, per esempio, pretendo che siano immediatamente presi provvedimenti per la situazione poco chiara della mezzadria nella Cina rurale.

Chiaramente l'intervsta prevede la possibilità del dissenso e del dibattito interno. Inoltre è inutile che continuiate a dire razzista perché ho un sacco di amici neri e gay che mi vogliono super bene.

Non tutte le femministe saranno d'accordo con lei.
È vero. Voglio aggiungere che esprimo questa posizione nel profondo rispetto per le donne musulmane e per il mondo arabo. Ho girato un documentario in Iraq, e vengo spesso invitata nei Paesi arabi a convegni sulla questione femminile. Sono temi con cui discuto molto con le mie amiche egiziane, ad esempio. Ma il mio discorso non è "intellettuale", non è teorico.

A questo punto arriviamo dunque alla dimostrazione del femminismo pratico. Al contrario di noi criptofascisti da salotto, scopriamo infatti che per esprimere un simile parere è necessario sporcarsi le mani: Zanardo per esempio si è messa addosso questo buffo costume e ha persino sudato, in nome dell'avanzamento del pensiero contemporaneo e della condizione femminile nel mondo.

In spiaggia?
Sì, in Turchia. E posso assicurarvi che a 40 gradi, sulla sabbia, è davvero intollerabile. È una tuta che ricorda quella dei sommozzatori, ma, perché non corra il rischio di fasciare troppo il corpo e renderlo a suo modo sensuale, è un po' larga e ha anche una mantellina. Quando esci dall'acqua diventa pesantissimo.

Il fatto che indossare un abito di "carattere" religioso possa essere per alcuni una scelta o una soluzione più pratica di altre, o che un provvedimento del genere andrebbe a colpire solo le persone che non hanno quella scelta—nel caso ce ne siano—impedendo loro di fatto l'accesso alle spiagge potrebbe essere mezzo importante, ma anche no.

Insomma, bisognerà pure che le compagne immigrate sappiano che noi abbiamo un approccio consapevole ai Nostri Corpi Di Donne.

Si è parlato molto di quella fotografia scattata alle Olimpiadi di Rio durante il torneo di beach volley. Da una parte una ragazza egiziana in hijab, dall'altra una tedesca in costume sexy. Lei cosa ha pensato? Che eravamo di fronte a un'identica sottomissione, come ha fatto notare qualcuno?
Sull'hijab ho pensato a mia figlia, che fa pallavolo, e mi sono detta che non si può giocare bene con quel peso. Dall'altra parte è evidente che quei micro-costumi occidentali sono fatti apposta perché ogni tanto, ops, scoprano un pezzo di sedere. [...] Dunque, da una parte un corpo camuffato per non eccitare, e dall'altra uno che deve vendere e eccitare. Detto questo, non è assolutamente la stessa sottomissione. L'egiziana infatti non ha scelta, l'occidentale potrebbe anche rifiutarsi e probabilmente non lo fa perché le avranno spiegato che il loro sport ci guadagna in termini di pubblicità e contratti.

Qui, a parte il fatto che l'intervistata si sia concentrata sull'atleta egiziana che tra le due ha deciso di competere indossando l'hijab, a me sembra parecchio gustoso anche il velato accenno alla malizia delle giocatrici che invece non si rifiutano di esporre il culo perché "il loro sport ci guadagna." Catto-femminismo, che passione.

È stata un'estate ricca di polemiche sul corpo delle donne. Soprattutto in Italia, dove si è parlato anche di "atlete cicciottelle", ad esempio. Che cosa significa?
Ci ricorda che noi donne siamo ancora in cammino. Che abbiamo sempre addosso lo sguardo dell'uomo. E che dobbiamo continuare la nostra battaglia per far capire al mondo che i corpi delle donne non hanno nulla di sbagliato.

È vero, dobbiamo ricordarci che siamo in cammino e che i corpi delle donne non fanno nulla di sbagliato. A meno che non indossino un costume che ci sembra brutto o non sudino nei tram, chiaro. In tal caso sono totalmente delle sottomesse, ma per fortuna che la Sinistra Italiana c'è, risolutiva e vicina alle persone come sempre.

In effetti nessuno nella nostra ridente area progressista sembra avere ben chiaro che vietare l'esibizione di un abito associato a una determinata religione possa essere un atto illiberale e che vietarlo per l'unico motivo che ferisce la nostra presunta sensibilità occidentale—lontano dagli occhi, lontano dall'ombrellone—sia anche discretamente meschino.

La cosa più triste in assoluto però, è che questa è davvero la Sinistra™, non Buzzfeed. C'è davvero una parte di persone, intellettualmente affermate, che ritengono di poter offrire una soluzione assoluta e valida per tutti a una questione complessa e controversa indossando un costume per qualche ora.

La parte di persone colta, consapevole e culturalmente recettiva, nelle intenzioni, la parte di sinistra.

Chissà gli altri.

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