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William Gibson scruta il passato con gli occhi del futuro

Il nuovo romanzo di William Gibson, The Peripheral, è un viaggio nella visione che il futuro avrà di noi.
4.11.14
William Gibson. Foto: Michael O'Shea

William Gibson non è un oracolo. Certo, è stato il primo scrittore di fantascienza a capire che l'area semantica dietro lo schermo di un computer potrebbe essere vasta e interessante quanto il cosmo; e sì, ci ha regalato un nome—cyberspazio—un neologismo che ha fatto da guida alla nostra immaginazione durante i primi anni di internet. Per ciò che riguarda la praticabilità della tecnologia, è stato acclamato come profeta; le sue predizioni hanno fatto da battistrada .

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Un soprannome del genere ovviamente vuole essere un complimento, ma Gibson è molto di più di un trend-spotter futurista. È un grande scrittore, uno dei migliori in America. Il suo modo di rapportarsi al futuro ha origine da una comprensione profonda e quasi reverenziale del passato—ed è ben conscio del fatto che la storia, nella sua inconoscibilità e nella sua capacità di modellarsi alle esigenze narrative di chiunque controlli il modo in cui è insegnata, si basi su ipotesi tanto quanto il futuro più fantascientifico.

The Peripheral, il suo nuovo romanzo, dopo quattro anni dall'ultimo, è stato pubblicato alla fine di ottobre. Erano dieci anni che non scriveva un libro ambientato nel futuro, e si è fatto perdonare raccontando non una, ma ben due distinte linee temporali. Una non si spinge troppo avanti ed è piuttosto riconoscibile; l'altra parla di un mondo profondamente cambiato e segnato dalle conseguenze dell'arroganza umana.

È un libro ipnotico e multiforme. Gibson non solo riesce a guardare al futuro, ma anche a immaginare come gli abitanti di esso potrebbero sentirsi a guardarsi indietro, verso di noi. Gli spettatori famelici di leggere The Peripheral per speculazioni sul futuro si troveranno invece a guardarsi nel profondo ad uno specchio, arrivando a pensare, forse, che ogni momento dell'oggi diventerà il lontano ieri di qualcun altro.

L'ansia, la notte prima di parlare al telefono a William Gibson, mi ha fatto fare sette sogni diversi, ma lui si è dimostrato straordinariamente gentile, com'è nelle più rosee aspettative di ogni ansioso intervistatore cyberpunk.

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In The Peripheral il futuro invia nel passato delle istruzioni per costruire degli oggetti, ma le possibilità tecnologiche sono così limitate che quando gli umani del passato seguono queste istruzioni, si ritrovano in mano soltanto versioni goffe e rudimentali degli originali. Secondo lei non siamo ancora attrezzati per percepire il futuro nella sua reale grandezza?
Una delle cose su cui gioco in The Peripheral è la maniera in cui, nelle storie basate sul viaggio nel tempo, siamo soliti immaginare che le persone nel passato siano rozze e zotiche. Quando immaginiamo le persone del futuro, invece, sono sempre deboli e decadenti. Queste due cose sembrano essere vere da sin dai tempi di H.G. Wells.

Lei comincia sempre un libro con una frase di apertura in mente. Quando si è reso conto di avere quella giusta per The Peripheral?
All'inizio, tutto ciò che avevo era questa giovane donna che camminava lungo una collina e non sapevo bene perché stesse camminando. Ho capito che i personaggi che riesco a far funzionare meglio non arrivano da luoghi particolari del mio inconscio; sembra quasi che semplicemente appaiano davanti al balcone e bussino alla finestra, mentre piove. Li faccio entrare e li lascio che facciano il loro provino, e di punto in bianco sono i protagonisti del libro.

Per quel che riguarda il momento in cui mi sono reso conto di avere la frase di apertura: il mio processo compositivo è così straziante e ripetitivo che non penso di aver chiuso definitivamente le prime pagine fino a quando non ho consegnato la bozza successiva a quella che hai letto. Continuavo a sistemare qualunque cosa—è davvero un lavoro ossessivo—e a ritoccare fino a quando il processo compositivo stesso non mi ha forzato a smettere.

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Nella sua intervista con The Paris Review, che adoro, lei parla di come si comportava, quando aveva cominciato a scrivere, reagendo al modo in cui la fantascienza dipingeva la tecnologia come qualcosa di così pulito e impalpabile da risultare "praticamente invisibile".
Anche nel periodo di quella fantascienza, Arthur C. Clarke disse che qualunque tecnologia sufficientemente avanzata è indistinguibile dalla magia. Non ho mai dubitato di questo; non ho mai dubitato del fatto che avessimo la possibilità di usufruire di tecnologie molto più avanzate, semplicemente non ne avremmo idea. Potrebbe accadere proprio come una magia.
In The Peripheral la tecnologia si è in qualche maniera rivoltata contro di me in una manciata di situazioni. Per esempio, avevo messo a punto il funzionamento del sistema di comunicazione basato su smartphone collegati, ed era un qualcosa di similissimo alla telepatia, e includeva anche esperienze oniriche condivise. Pensavo fosse un'ottima idea per trattare di un qualcosa completamente fuori dal mondo, ma quando ho provato a inserire questo sistema in un capitolo era semplicemente inutilizzabile, perché distraeva chi stava leggendo. Era così strano da risultare impossibile. Ero sicuro che i lettori avrebbero avuto difficoltà a seguire la vera linea narrativa, così ho inserito degli smartphone leggermente più avanzati dei nostri.
Anche così penso distrarrà delle persone, perché i telefoni sono collegati. Penso che le persone che non leggono normalmente fantascienza lo troveranno un po' complicato da seguire, ma la questione del telefono-telepatico faceva sbandare tutta la storia! Era impossibile raccontarla, perché la tecnologia era troppo strana.

Penso che se qualcuno, nel 1950, avesse in qualche modo fatto un sogno nel quale vedeva la tecnologia smartphone che abbiamo noi ora e avesse scritto una storia di fantascienza, dubito che l'avrebbero pubblicata. Raccontare una storia e allo stesso tempo descrivere quello che le persone fanno con le piccole televisioni portatili che hanno in tasca, sarebbe stato oltremodo difficile.

L'unica costante nel nostro modo di guardare al passato è che non vediamo mai gli abitanti del passato come si vedono loro

Di tutte queste invenzioni tecnologiche le cose che più mi hanno colpito in The Peripheral sono gli oggetti fisici che rimangono tra una linea temporale e l'altra.
Sono cresciuto in un vecchio paesino nel Sud e c'erano un sacco di cose vecchie in giro. Per quanto ricordi, avevo questa sorta di fiuto, di passione, per le cose.
Se vai a un mercatino delle pulci e vedi degli oggetti antichi, magari non saranno straordinari, ma di certo centinaia di anni fa avevano un vero valore per qualcuno. Ogni oggetto in vendita nel mercatino possiede una storia segreta. Penso che a un certo punto mi sia capitata la stessa cosa nella struttura del romanzo: anche i miei oggetti, se fossero stati reali, avrebbero avuto una storia segreta.

Sembrano quasi i reperti storici americani ne La svastica sul sole di Philip K. Dick—lei parla di come The Peripheral sia una storia che viaggia nel tempo, ma sembra anche un romanzo storico alternativo in quella tradizione.
Viaggia su quella linea, ed è questo che lo salva da tutte quelle paradossali faccende tediose e infinite.

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Philip K. Dick era ossessionato dalla storicità. Anche il suo libro, insiste un po' sulla differenza tra qualcosa di autenticamente antico e qualcosa che ha soltanto una falsa patina di vecchiume. 
Nella nostra era si vede un bel po' di roba falsa. Di cosa sto parlando? Dai jeans strappati al vintage. Nel progettare la Londra del futuro, ho immaginato che i suoi pochi abitanti avrebbero avuto il buon gusto di non rendere le cose troppo luccicanti. Se avessero dovuto creare cose nuove per rimpiazzare le parti mancanti, sarebbero state indistinguibili da quelle storiche. Non mi viene in mente quanto tempo fa ho letto La svastica sul sole, ma non ricordo un Philip K. Dick particolarmente preoccupato per la falsa storicità. Non penso abbia vissuto abbastanza per provare davvero cosa significhi un falso storico, ma immagino che non l'avrebbe presa bene.

Negli ultimi dieci o vent'anni, l'intera storia della popolazione umana del Nord America è cambiata violentemente

Le piacerebbe scrivere un romanzo storico?
Sicuramente ci ho pensato, anche perché credo di avere gli strumenti; quelli che ho già sono adatti sia per i romanzi storici sul passato che sul futuro. Quando io e Bruce Sterling abbiamo scritto La macchina della realtà, ero molto più interessato a vedere come funzionassero questi strumenti—come i pezzi di un passato reale, che sfruttavamo, funzionavano in relazione al passato alternativo che abbiamo inventato.

La maggior parte della fantascienza fa leva sulla nostra curiosità per il futuro, ma The Peripheral guarda molto di più al fascino che il futuro ha verso di noi. Cosa le interessa di ciò che il futuro potrebbe pensare di noi?
Se ci fosse un qualche modo, per me, di ricevere delle conoscenze dal futuro prenderei un libro di storia. Vorrei sapere cosa penseranno di noi. Da lì sarei capace di dedurre qualunque altra cosa che vorrei sapere del futuro. L'unica costante nel nostro modo di guardare al passato è che non vediamo mai gli abitanti del passato come loro stessi si vedono. Abbiamo un'idea molto dettagliata di come fossero i Vittoriani: non sono così lontani, ma sono molto diversi da noi. La visione che loro avevano di se stessi non c'entra niente con quella che abbiamo noi di loro; probabilmente non pensavano di essere puritani e perversi. Non si rendevano della problematicità delle condizioni del lavoro minorile e sono sicuro che non pensassero che il colonialismo fosse un problema—era una caratteristica del loro periodo, non una cosa da sistemare. Tutti i loro affari erano basati sul colonialismo. Li vediamo in maniera molto differente, e penso che il futuro ci guarderà in maniera completamente diversa da come ci vediamo noi.

Parte del mio processo di scrittura della storia, di cui penso di essere diventato più conscio mentre scrivevo questo libro, è che ho sempre pensato che scrivere di storia non sia molto diverso da scrivere di fantascienza. La nostra visione della storia cambia nel suo scorrere, e tra qualche secolo—dando per scontato che la tecnologia progredirà agli stessi ritmi—il profondo passato umano che queste persone saranno capaci di vedere sarà quasi irriconoscibile a noi.

Non abbiamo la tecnologia per leggere la realtà in questo modo, ma molto probabilmente succederà. Negli ultimi dieci o vent'anni, l'intera storia della popolazione umana del Nord America è violentemente cambiata, e probabilmente continuerà così.