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Motherboard

Il mondo delle pubblicazioni scientifiche è un'oligarchia

Un neuroscienziato ci ha dato in esclusiva le immagini delle sue scoperte per rivendicare i suoi diritti

di Johnny Magdaleno
30 giugno 2014, 9:04am
Immagini: Anonimo

Quando uno scienziato cerca di pubblicare i risultati di un suo esperimento, verrebbe da pensare che l'unica che conta sia l'importanza dei risultati o delle sue scoperte. Ma il mondo delle pubblicazioni accademiche è un'oligarchia il cui ingresso ha un prezzo, e far circolare il proprio lavoro nella comunità scientifica attraverso una rivista ad accesso libero può costare mille dollari di spese di pubblicazione.

Pubblicare su testate a cui bisogna iscriversi può far risparmiare i costi di queste spese, ma limita gli accessi ai soli iscritti a istituzioni accademiche. Il download di un articolo può costare fino a 40 dollari, mentre l'abbonamento annuale a una testata a volte può toccare decine di migliaia di dollari. Basta pensare alla pubblicazione di chimica organica Tetrahedron.

Questa situazione ha alimentato il dibattito sull'accesso libero, e gira intorno ad una domanda fondamentale: come possono fare le riviste di ricerca a bilanciare l'accesso libero, la qualità dei contenuti, le preoccupazioni sul copyright e le tariffe per la pubblicazione? Il copyright è una questione importante; molte testate posseggono il copyright di qualsiasi cosa pubblichino—quelle ad accesso libero per loro natura sono un'eccezione—e non si fanno problemi a far rispettare questo loro diritto, come ha dimostrato la battaglia per il copyright di Aaron Swartz.

E queste non sono le uniche problematiche. Cosa succederebbe se uno scienziato considerasse i suoi esperimenti e i risultati di questi nello stesso modo in cui un artista considera le sue opere d'arte? Se non volesse conformarsi e pagare per cedere la proprietà e la riproducibilità del suo lavoro a un editore che ne trae profitto?

Di recente, un neuroscienziato di un'importante università californiana si è messo in contatto con Motherboard per promuovere queste istanze. Ci ha anche chiesto di pubblicare una serie di immagini di esperimenti che ha eseguito recentemente, nel corso di una borsa di studio.

Ma visto che la maggior parte delle riviste scientifiche si rifiuteranno di pubblicare un lavoro se non è inedito, e visto che lui non vuole buttare via la chance che al suo lavoro venga attribuito il rispetto dato dalle pubblicazioni tradizionali, ci ha chiesto di restare anonimo. Allora lo chiameremo Paul.

"Le parole [dei contratti di pubblicazione] sono così vaghe , e le implicazioni così serie che violerei la politica di una testata se prendessi dei contenuti scientifici dal mio profilo Instagram 'protetto' e provassi a pubblicare le stesse immagini nei canali tradizionali," ci ha scritto Paul in un'email la settimana scorsa.

L'obiettivo di Paul era evidenziare il tranello fondamentale della questione: se pubblica dati o immagini prima, anche solo per chiedere pareri, potrebbe precludersi la possibilità di far pubblicare quelle immagini in una rivista, ma facendole pubblicare in esclusiva a una rivista potrebbe perderne il diritto alla riproduzione, e quantomeno la possibilità di ricercare ulteriori commenti al suo operato.

"È davvero spiacevole perché Instagram in particolare si è dimostrato una risorsa valida per il crowdsourcing dei feedback sul design sia da parte delle mie conoscenze che si intendono di visual che di quelle scientifiche," ha detto.

Un'altra grinza del sistema notata da Paul è la sua fonte di finanziamento. Nel 2013 il Congresso ha approvato un budget per la ricerca e sviluppo di 130,9 miliardi di dollari, da distribuire tra le 12 maggiori agenzie governative, secondo la  American Association for the Advancement of Science

Oltre alle donazioni delle organizzazioni filantropiche, la maggior parte delle università e dei centri di ricerca no-profit si appoggia ai fondi federali per finanziare gli esperimenti dei suoi scienziati, e l'utilizzo di fondi pubblici per fare ricerche a cui poi il pubblico non può accedere facilmente è una questione che disturba alcuni ricercatori.

"I fondi per la mia ricerca personale mi vengono assegnati da un'agenzia federale che ha un budget di 30 miliardi di dollari, raccolti dalle tasse pagate dai cittadini," ha detto. "La gente dovrebbe poter avere una cavolo di opinione sul mio lavoro."

Paul ha pubblicato dieci articoli su testate scientifiche lette dai suoi colleghi, e nella maggioranza dei casi era l'autore principale. Ma come molti altri ricercatori è infastidito dalla burocrazia e dai costi esorbitanti per la diffusione delle sue scoperte nella comunità scientifica. Specialmente perché crede che ciò che fa non dovrebbe essere considerato diverso o lontano dall'estetica e dalla bellezza.

"Quando leggo i bandi per le borse di studio per la ricerca, vedo spesso la parola ‘innovativo’ ma raramente ‘creativo,’"ha detto Paul. "In realtà il ruolo della creatività artistica nel design sperimentale, nella generazione di immagini e nell'analisi dei dati è importante per il processo di ricerca tanto quanto il problem-solving e la perseveranza."

Chiedendo a Motherboard di pubblicare queste immagini, Paul dice di voler scavalcare le strutture di mercato che precludono l'accesso alle informazioni, e inoltre vuole assicurarsi che la sua arte raggiunga un pubblico che altrimenti non conoscerebbe mai ciò di cui si occupa.

Anche se ci chiede di non descrivere nel dettaglio ciò che le immagini mostrano, perché "il mondo della ricerca è molto piccolo,"crediamo che le immagini siano affascinanti comunque. Secondo Paul, anche queste sono un prodotto dello stesso studio, sacrificio e devozione che caratterizzano il processo artistico.

"Mentre creavo e analizzavo queste immagini ho iniziato a concentrarmi sulla bellezza profonda intrinseca nell'evoluzione e nella neuroanatomia," ci ha scritto Paul. "Alla fine ho accettato il fatto che queste immagini fossero una mia opera d'arte; un lavoro della cui proprietà vado fiero."

Ma che siate scienziati che vogliono dare un contributo alla comunità scientifica e che allo stesso tempo vogliono "postare" il loro lavoro online, o che siate un paziente di un ospedale che vuole fare ricerca sull'operazione che dovrà fare, avere la proprietà di ciò che si è creato è molto più arduo di quello che si penserebbe a rigor di logica.

"Da questo punto di vista attualmente non mi sento di dare migliaia di dollari a una testata che otterrà il diritti sui contenuti," ha detto.

Pubblicare questi lavori sulle piattaforme di espressione estetica potrebbe farli esaminare anche a un altro tipo di critici: i critici d'arte. Ma avere più tipi di giudizi costa la libertà di informare il mondo non accademico del proprio ruolo nell'avanzamento della scienza.

"Etichettare i miei risultati scientifici come "arte" mi espone alle critiche, alle opinioni soggettive e a scrutini che vanno molto aldilà degli obiettivi iniziali della mia ricerca neuroscientifica. Ma va bene," ha scritto Paul.