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Stampare vestiti in 3D va parecchio di moda

OpenKnit è un progetto abbastanza ambizioso per mettere da parte i ferri da lana e liberarci del sistema produttivo capitalista. Una cosa alla volta, però.
27 febbraio 2014, 1:25pm

Immagine: Gerard Rubio/Flickr

Il designer di Barcellona Gerard Rubio sta mettendo a punto una macchina per maglieria che vi confezionerà un bel golfino solo schiacciando un bottone; è come una stampante 3D per i vestiti di lana.

Si chiama OpenKnit, e le sue caratteristiche sono molto simili a quelle delle stampanti 3D per la plastica. Si carica il materiale grezzo (il filo colorato), si importa il progetto digitale dell'oggetto e si lascia che la macchina faccia il proprio lavoro. La parte centrale è composta da un letto di aghi, tipo quelli che usi usano per lavorare a maglia, solo molto più numerosi. Una spola dotata di sensore per contare i punti fa passare sopra il filo e si occupa dell'intreccio. Il tutto sotto la supervisione di un processore Arduino Leonardo.

Rubio mi ha spiegato via mail che ha iniziato questo progetto durante il suo corso di laurea in Media Design alla ESDI di Sabadell, un comune spagnolo famoso per la sua tradizione nel campo dell'industria tessile laniera. È stato ispirato dal contesto storico e dai telai che vedeva a scuola. “Dopo quattro anni che ci andavo tutti i giorni ho cominciato ad apprezzare queste macchine, sia vecchie che moderne, e ho pensato che con la mia esperienza in fatto di stampanti 3D e manifattura digitale potessi usarle per fare qualcosa di buono,” racconta Rubio.

La macchina “stampa” i vestiti mettendo insieme tre sezioni tubolari, una per il corpo e due per le maniche. Possono essere ognuna di un colore diverso; successivamente, saranno unite e rifinite per formare un maglione di lana. Il processo per confezionare i vestiti è ancora in fase di sviluppo e non è ancora del tutto automatizzato, ma Rubio dice che da quando ha caricato il video di OpenKnit su Vimeo, ha ricevuto molti commenti utili per capire come perfezionarlo.

La sua prima collezione comprende un maglione blu con le maniche rosse, un vestito, un berretto e una sciarpa di tre colori. Sono ancora poco definiti nei dettagli, ma Rubio spiega che sta migliorando la precisione della macchina, e che ci sono “ancora molte ore di rodaggio da fare.”

Le somiglianze tra OpenKnit e le stampanti 3D non si limitano alla tecnica di produzione automatizzata. Rubio è influenzato dal potenziale sociopolitico della manifattura fatta in casa e del movimento dell'open design, e strizza l'occhio al progetto di stampa 3D open source RepRap.

La tecnologia è open source, e l'idea è quella di creare una comunità attorno a OpenKnit che possa caricare e “stampare” i propri vestiti grazie al software Knitic, sviluppato dagli artisti Varvara Guljajeva e Mar Canet. Gli utenti potranno poi condividere i loro progetti su Do Knit Yourself, un database online creato da Takahiro Yamaguchi, “una piattaforma open source per i vestiti, un guardaroba virtuale che permette agli utenti di condividere le proprie idee.” Tutto quello di cui avete bisogno per diventare tessitori 3D è disponibile su GitHub, sebbene sia ancora in versione beta.

La prima collezione di Rubio. Immagine: Gerard Rubio/Flickr

Tutto questo serve a realizzare il vero obiettivo di OpenKnit, cioè quello di sfidare il modello consumistico della moda contemporanea. “Oggi, appaltare la produzione a terzi è diventata la norma: la produzioni di massa dei beni a basso costo aumenta i profitti delle aziende ma crea condizioni di lavoro precarie a causa della corsa al ribasso nella competizione dei mercati in via di sviluppo,” si legge sul sito di OpenKnit. “OpenKnit offre un'alternativa a questo modello produttivo.”

Rubio sostiene quindi che il modello della comunità non serve solo come passatempo per giocare con la macchina, ma “è l'unico modo in cui questo strumento open source può evolvere, grazie alla collaborazione altrui, e permettere alla gente di produrre i propri vestiti su misura. Questo ridurrebbe la nostra dipendenza dall'attuale sistema produttivo, e di conseguenza anche la nostra complicità con quel modello.”