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Gli italiani non sono ancora pronti per Bello Figo Gu

Qualche pensiero su razzismo, equivoci, linguaggi più o meno condivisi e pizze con würstel.

di Elia Alovisi
28 dicembre 2016, 2:00pm

Non mi ricordo il primo contatto che ho avuto con Bello Figo, ma probabilmente è stato tramite un video di Andrea Diprè. Prima che guardare i suoi video diventasse qualcosa di triste e misero come gli occhi delle ragazze che si scopa nei porno che gira, c'è stato un periodo in cui farsi qualche risata con i freak a cui sbatteva un microfono in faccia era possibile. E tra questi c'era anche Bello Figo, che sotto un portico di Parma sputava alla telecamera i suoi primi "Swag! Swag!" e "Stasera scopo / Sono felicio". Nulla che avrebbe fatto presagire qualcosa di più di dieci minuti di fama internettiana, sulla falsariga dei vari Spitty Cash, TruceBaldazzi e Lil Angel$ che lo avevano preceduto━tutti fautori del "se è brutto fa ridere" diventati old nel giro di qualche decina di migliaia di visualizzazioni. E invece no.

Non so che cosa abbia reso permanente Bello Figo. Il fatto che oggi sia qua a fare milioni di visualizzazioni è ascrivibile, credo, a un inspiegabile talento nel far ridere e nel pubblicare le cose giuste al momento giusto. Ci sono un sacco di riempitivi, nel suo canale YouTube, ma anche un sacco di genuine hit assurdiste. Non che l'obiettivo di Bello Figo sia mai stato quello di fare "genuine hit assurdiste", eh: come ha più volte dichiarato, è fatto tutto solo per divertirsi, e nel tempo è diventato un modo per tirare su qualche euro. Ma il suo modo di tirare in mezzo ossimori ("Io sembro Mussolini"), creare meme senza volerlo per rendersi poi conto della loro efficacia ("Uno più uno uomo non fa sei" e variazioni sul tema, le fighe bianke, chiudere i verbi con le "l", la pasta con tonno e così via) lo ha reso, con il passare del tempo, una piccola internet celeb

Foto via Instagram.


Facciamo un salto temporale a oggi e Bello Figo è diventato il nemico del popolo. Non sto a riprendere tutta la narrazione che l'ha portato qua dov'è oggi: per quello ci sono un breve pezzo di Roberto Maggioni di Radio Popolare e l'analisi di VICE della sua ospitata da Belpietro con annesso scontro con Alessandra Mussolini. Non so bene quale cortocircuito mentale sia avvenuto a Rete Quattro, quale stagista abbia segnalato agli autori del programma il video di "Non pago affitto". Bello Figo è andato, ha dabbato, si è fatto gridare addosso da tutti e si è giustamente preso in faccia l'ondata di fama che un'apparizione in un salotto televisivo può ancora portare. Il risultato è che recentemente, durante un pranzo coi miei, mi sono trovato a dover spiegare a mio padre chi è Bello Figo e perché fa ridere━conversazione che non mi sarei forse mai aspettato di dover intrattenere.

Nell'ultimo anno sono successe un sacco di cose che mi hanno chiuso la bocca dello stomaco, e una è il fatto che il mondo si è reso conto di quanto fosse semplice dire cose cattive su internet. Vedi pagine come "Raccolta statistica di commenti ridondanti" e ti viene una sorta di mal di cuore a pensare quanto sia facile per chiunque indignarsi e incazzarsi invece di cercare di dare il giusto peso alle cose: molto meglio restare nell'accoglienza della propria filter bubble e mettersi i like a vicenda che farsi venire il sangue amaro, no? Bé, la risposta dovrebbe essere "no". E invece è "sì". 

Bello Figo ha sempre creato contenuti per la sua bolla: gli hater e i troll c'erano, ma erano comunque organici alle culture di internet. Insomma: ride e ci fa ridere, fa qualche concerto in giro, si compra i vestiti e FIFA 17. Tutto qua. Non lancia messaggi impliciti, non strizza l'occhio a niente e nessuno. Tutto è evidente, nei suoi pezzi: se lo senti dire "Le mie fighe sono troppo Lini" non ti chiedi, "E perché?" Lo accetti come "cosa che fa ridere" e basta. La summa del suo modo di ragionare sta in "Pizza con würstel": "Uno più uno uomo non fa diciotto / Entro in pizzeria e mi faccio una pizza / Apro il frigo e mi faccio una coca" Perché? Semplice: "Perché la pizza va con la coca." Punto.

L'Italia non è mai stata abituata all'assurdo, così come non è riuscita a sdoganare davvero un elemento genuinamente comico/satirico nel suo tessuto musical-popolare. Ok, abbiamo avuto i cantautori impegnati e il teatro-canzone, e c'è chi oggi cerca di fare la stessa cosa risultando più o meno credibile. Ma in fondo la nostra tradizione è fatta di canzoni d'amore, grandi sentimenti, emozioni replicabili e condanne generiche: insomma, "Wake up guagliò" va ancora bene, "La terra dei cachi" è stata solo un bellissimo diversivo mai più ripetuto che ha quasi spaccato il marchingegno del politicamente corretto sanremese.

Allo stesso modo, in Italia vige storicamente una grande suddivisione tra "comicità seria" e "il Bagaglino": la prima è Guzzanti che parodizza Il sorpasso con protagonisti Bossi e Tremonti, la seconda è Pamela Prati che resta in reggiseno mentre Pippo Franco fa la faccia stupita e scurreggia. Non c'è spazio né l'ironia né per la post-ironia, nel mainstream italiano: "Se dice questo, è perché lo pensa." Se Emis Killa fa un pezzo dalla prospettiva di uno stalker, allora è sessista. Se Enzo Dong fa un pezzo in cui dice che è felice se a morire è "un Higuain", dicendo oltretutto nel finale che è tutta una metafora, allora odia Higuain. Insomma, in generale un qualsiasi prodotto culturale musicale verrà preso decisamente sul serio dalle masse, se a esse viene presentato dagli unici canali capaci di raggiungerle━a loro volta o incapaci di accogliere ironicamente contenuti non specificamente prodotti per loro, o opportunisti nel presentarli esattamente nel modo più adatto per toccare il loro pubblico. Vedi il titolo in sovrimpressione qua sotto:

Screenshot via YouTube.

Il risultato è che le fasce di popolazione meno adatte a comprendere l'internet contemporaneo━chi non sa l'inglese, chi passa solo da Facebook per raggiungere contenuti, chi si fida di quello che legge senza se e senza ma, i maniaci del "CONDIVIDI", i cinquantenni che hanno appena preso uno smartphone, chi crede che "meme" sia "mettere due frasi descrittive in Impact su un'immagine" e magari si crede pure un Aranzulla━sono state esposte a quella che per loro è succosissima carne da macello. 

Bello Figo non è un rapper━non importa cosa sia, fate voi━ma così è stato presentato, ovviamente. E rap = criminali, droga, negri! Come metal = capelloni, ubriachezza, Satana! E Grand Theft Auto = violenza, pistole, epilessia! Figo non ha davvero opinioni, ma le sue parole sono state prese come tali. Senza un chiaro significante che dice a lettere cubitali "QUELLO CHE STAI VEDENDO È IRONICO, NON INCAZZARTI", lo spettatore medio prende tutti i significati che riceve per quello che sono, come qualcosa di serio. Se il contesto non è "uno spettacolo comico", per dire, o "un libro pubblicato da Sperling & Kupfer", ma solo un generico video di YouTube fruito da persone che condividono un codice comunicativo comune che tu probabilmente ignori completamente, la comunicazione fallisce. E il risultato è una concretizzazione dei microclimi dell'odio internettiano, il che è preoccupante. 

Se io ho, facciamo, cinquantacinque anni, non so usare un computer e sento Bello Figo in televisione dire che non paga l'affitto, vuole il wi-fi, vota Renzi e scopa le fighe bianke, per me davvero non paga l'affitto, vuole il wi-fi, vota Renzi e scopa le fighe bianke. E allora per questo lo odio, magari applicandoci eventuali pregiudizi aggiuntivi. Se al posto di Bello Figo a dire le stesse cose fosse stato, tipo, Crozza in blackface, allora sarebbe andato tutto bene: perché avremmo saputo che era solo lo spettacolo di un comico. Se invece, restando nei panni del nostro cinquantacinquenne, accendo la TV e mi trovo le immagini qua sotto, mi si brucia il cervello.

Se minacce razziste portano all'effettiva cancellazione di un concerto di Bello Figo, è perché gli organizzatori hanno comprensibilmente paura che queste possano risultare in scontri, disordini, situazioni pericolose per l'incolumità degli artisti e dei presenti. Tutto comprensibile: al contempo, credo, prendere davvero una posizione sta diventando sempre più fondamentale per portare avanti quello che ci sta a cuore. E questo comporterà rischi, inevitabilmente: ma se, per dire, negli Stati Uniti avessero cancellato ogni concerto di artisti LGBTQ+ per minacce della Westboro Baptist Church ci sarebbero molti più simpatici cappucci bianchi appuntiti in giro per le strade. E invece Laura Jane Grace suona nel North Carolina che impedisce alle persone transgender di usare il bagno che vogliono, e i PWR BTTM continuano ad andare in tour ovunque nel mondo senza ascoltare i quattro stronzi omofobi che picchettano i loro concerti.

Quelli che vogliono usare i bastoni e non le parole sono ancora la minoranza, nel mondo. A malapena, ma lo sono. Possono sembrare di più, con un account di Facebook in mano: ma quanti vorranno veramente fare quello che dicono? Due spostati? Bene: se questi due spostati vedono che la loro violenza verbale ha effetto sulla realtà, si sentiranno in diritto di continuare a farlo. Lascio a voi immaginare scenari distopici in cui questo processo ha ricadute sempre maggiori sulla libertà d'espressione nel mainstream italiano.

Ma limitiamoci alla musica: farla e avere successo, in Italia, significa disturbare il meno possibile. Si vede nella nuova scuola del rap italiano, che si tiene generalmente ben lontana dal parlare di politica o tematiche sociali nei propri pezzi. Si vede nel rock alternativo ma non troppo, chiuso in sé stesso e capace di occupare i palchi che contano solo quando si priva di qualsiasi elemento troppo fuori dalle regole. Si vede nello status quo della musica leggera, abitato da cariatidi innocue e intercambiabili interpreti di testi d'amore. Un Bello Figo preso per il suo valore nominale, senza un'indagine delle logiche culturali che lo hanno accolto e reso relativamente famoso, è invece quanto di più disturbante possa essere concepito da un italiano medio di mezza età, generalmente insoddisfatto del suo paese e non allenato a comprendere logiche complesse.

Non possiamo auspicare, realisticamente, un cambiamento di queste logiche nel breve termine, soprattutto dato l'immobilismo economico/mediatico che sega le gambe al giornalismo italiano da decenni. L'unica cosa che possiamo realisticamente fare, ora, è spiegare i linguaggi della contemporaneità a chi non li conosce; senza infervorarci e cercando di bucare l'accogliente bolla dei nostri feed di Facebook. Farci meno seghe tra noi-che-capiamo-le-cose-della-modernità, continuando comunque a cantare "Mi faccio una segha" e spiegando a chi non lo capisce perché ci fa ridere. E mangiare tanta, tanta pizza con würstel. 

Elia è su Twitter: @elia_alovisi
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