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Trent'anni, tre da militante nel PD: storia di una delusione

Cosa può spingere un ragazzo a legarsi a un partito che fino a quel momento non è mai riuscito a mantenere una promessa? Bella domanda.

di Hamilton Santià
22 dicembre 2016, 9:19am

Foto via Flickr - Damiano Zoffoli.

Ho guardato l'ultima assemblea nazionale del Partito Democratico, quella tenutasi a Roma la scorsa domenica, sperando di assistere quantomeno a un'analisi della sconfitta "alla vecchia maniera"—del resto, dopo la batosta del referendum costituzionale, una presa di coscienza mi sembrava il minimo. 

Peccato, però, che mi sia ritrovato davanti al solito teatrino "politicista" in cui da un lato il segretario dava la colpa a Internet, alle bufale e alla post-verità; e dall'altro, i protagonisti del partito si lanciavano messaggi e minacce incrociate—chi in modo sotterraneo, chi in modo plateale tipo Roberto Giachetti. Quei militanti e iscritti delusi che, come me, si aspettavano un rilancio si dovranno accontentare di una discussione sulla legge elettorale.

Come succede ogni volta che seguo spettacoli del genere, inevitabilmente finisco con il chiedermi "Ma come siamo arrivati fino a qui?," per poi approdare alla domanda più inquietante: "Ma serve ancora a qualcosa quello che stiamo facendo?"

Una volta avrei saputo cosa rispondere a queste domande. Era il 2013, e il Parlamento era impegnato nelle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica. Dopo aver deciso il nome del proprio candidato per il quirinale, 101 franchi tiratori del PD avevano ammazzato in culla Romano Prodi. A Giorgio Napolitano era succeduto Giorgio Napolitano, e sappiamo bene cosa è arrivato dopo: il governo guidato da Enrico Letta con una maggioranza di larghe intese tra centro-sinistra e centro-destra.

In quel momento, a Torino, qualcuno distruggeva il telecomando scagliandolo contro la televisione. Sentendosi tradito nella propria fiducia e nel proprio voto, replicando l'ennesimo copione che ci rende tutti figli di Nanni Moretti, quel qualcuno—che poi sarei io—aveva deciso di agire. 

Delle due l'una: o smetto direttamente di credere a tutto e divento grillino, o mi iscrivo al Partito Democratico.

Cosa può spingere un ragazzo di 27 anni a legarsi a un partito che fino a quel momento non era mai riuscito a mantenere una promessa, non era mai riuscito a dare il via a quel progetto di "unione dei riformismi", e non si era mai veramente interessato a costruire un'alternativa politica credibile per un popolo che voleva ancora definirsi di "sinistra"? Bella domanda.

Forse era l'idea, un po' fuori moda, che solo nei partiti di massa si potesse innescare un processo di cambiamento in grado di intercettare i bisogni profondi della società (certo, il fatto che tutti—anche dentro il PD—al tempo sottostimassero il crescente impatto del Movimento 5 Stelle mi avrebbe dovuto far capire qualcosa, ma non stiamo a sottilizzare). O forse, più semplicemente, era la volontà di rendere più simile a me e ai bisogni della mia generazione quello che, volenti o nolenti, sarebbe stato ancora per un po' il "punto convergente" della politica progressista italiana.

Volevo che si parlasse di cultura e ricerca, si proponessero idee innovative sul mercato del lavoro e sulle misure di welfare per quando il lavoro non c'è; volevo che ci fossero idee chiare sulla questione omosessuale e femminile, per costruire una società più "uguale" e tollerante. E credevo che portando questi temi nel mainstream si sarebbe potuto innescare un circolo virtuoso per cui tutte le persone—alla cui sostanziale bontà ancora credevo—avrebbero realizzato l'importanza di questi temi.

In più c'era il congresso alle porte, e pensavo che un nuovo segretario più giovane e innovativo nella forma, nel vocabolario e nell'azione potesse essere una possibilità non solo per un partito politico, ma per l'intero paese. Così, nel 2013, mi sono iscritto al Partito Democratico perché non mi piaceva il partito che avrei voluto continuare a votare. E la politica di cui volevo parlare era quella di cui parlava un giovane deputato che si voleva candidare al congresso: Pippo Civati.

Foto via Wikimedia Commons

Ho cominciato a partecipare alle riunioni di chi si stava preparando a supportare Civati al congresso, e ho imparato in breve tempo le caratteristiche della militanza tradizionale: volantini, mercati, parlare con le persone, convincere l'interlocutore della bontà delle nostre idee. 

Di quelle prime riunioni di recente mi è tornato in mente un intervento in particolare, quello di un ragazzo che non voleva più essere iscritto al PD perché sostanzialmente si sentiva tradito. "Credo in quello che stiamo facendo qui, ma voglio farlo da fuori," aveva detto. "Voglio che il PD mi dia di nuovo un motivo per iscrivermi." Ai tempi quella frase mi era sembrata fuori luogo, quasi di convenienza. Anche perché le cose sembravano andare bene.

Alla fine delle primarie eravamo arrivati terzi, ma avevamo creato qualcosa: una campagna entusiasta, con un sacco di ragazze e ragazzi—spesso alla prima esperienza, come me—che avevano grandissima voglia di fare e di creare una comunità. Per come la vedevo io, sembrava quasi facile: bastava dire cose belle e ambiziose per ridare fiducia nella politica a una generazione che non stava trovando lavoro e si sentiva derubata del proprio futuro.

In questo caso come in altri, però, tutto quell'entusiasmo è andato perduto: la Storia la fanno i vincitori, e spesso la fanno in un modo che non ci piace. Qualche mese dopo, a febbraio 2014, Matteo Renzi è diventato presidente del Consiglio defenestrando Enrico Letta con un colpo di palazzo che andava in totale contraddizione con tutto quanto predicato dall'ex-rottamatore. A maggio 2014 il PD ha preso il 40,8 percento alle elezioni europee e mandato a Bruxelles la più nutrita rappresentanza di deputati della sua storia. Tra di loro sono finiti anche alcuni esponenti vicini a Civati (ai tempi ancora nel PD) come Daniele Viotti, Elly Schlein, Elena Gentile e Renata Briano.

Cambiare il partito da dentro mi sembrava ancora possibile. Ma mi sbagliavo, eccome: da lì in poi c'è stata l'escalation di quella che io chiamo "la grande normalizzazione", poi diventata "la grande degenerazione" del PD. Il Palazzo—quello che si voleva rivoltare—alla fine ha assorbito e annullato ogni istanza propulsiva e voglia di cambiamento. Come se alla fine tutta la spinta innovatrice si fosse impantanata in un problema di volontà politica e nei due grandi sopra-poteri attivi in Italia: la burocrazia e il principio di auto-conservazione.

In parallelo, gli iscritti sono cominciati a calare vertiginosamente; i toni delle campagne di comunicazione si sono fatti sempre più aggressivi, e le divisioni sempre più aspre; infine, la polarizzazione dentro il partito è diventata fortissima: non si parlava più di comunità politica, ma di chi stava con Matteo Renzi e chi contro di lui.

Nel frattempo sono arrivate le amministrative 2016 e la conseguente perdita di Torino e Roma, vinte da candidate del Movimento 5 Stelle; e poi c'era il referendum alle porte, che ha inaugurato una delle peggiori campagne elettorali che abbia mai visto. Votare Sì o No era diventato una questione di vita o di morte, con il corredo di amicizie rovinate e intere nottate a discutere punti di forza o di debolezza fatti circolare in modo inadeguato e minaccioso.

Dal 4 dicembre 2016 a oggi invece è successo quello che è successo: Renzi si è dimesso, Gentiloni gli è subentrato e le logiche della Prima Repubblica, quelle che forse non se ne sono mai andate sul serio, sono tornate. Quello che per me è andato via, in compenso, è l'entusiasmo. 

Il Partito Democratico che abbiamo nel 2016 è un corpo informe. Una struttura che non esiste al servizio di una leadership che appare troppo dipendente dai rapporti di forza interni, dai capi-corrente (smettiamola con questa ipocrisia: le correnti come aree organizzate sono sempre esistite e sempre esisteranno) e dalla "sondaggite."

Il PD non è solo disinteressato a guidare i processi e dare una prospettiva politica; ma somiglia sempre di più a una società di consulenza interessata alla gestione del potere. Non detta l'agenda, la gestisce. Non si pone degli obiettivi, ma salva il salvabile. Subisce il frame e insegue gli avversari sul loro stesso terreno—basta pensare alla questione dei costi della politica e della Casta.

Mese dopo mese si discute sulla mutazione genetica del partito e quella antropologica dei suoi iscritti, molti dei quali mi ricordano sempre più dei tifosi da curva. Discuto con le compagne e i compagni di partito che ancora pensano si possa invertire la rotta, ma sento solo le ripetizioni di qualche copione che conosciamo già (e che non ha funzionato un granché). Quello che vedo in giro è la rassegnazione. 

In fondo, la leadership di Matteo Renzi non è stata vista come un fatto politico, ma come un fatto psichiatrico.

Ultimamente mi capita di pensare alla paventata "età dell'oro," di cui mi hanno parlato spesso i vecchi militanti, e comincia a serpeggiarmi un dubbio: ma non è che in realtà sia sempre stato così e forse non ce ne accorgevamo perché stavamo tra simili? Non è che si sia sempre vissuti in una bolla analogica che ci creava un po' di consolazione? Per ora non trovo risposte, non trovo nessuna scintilla che mi faccia pensare che l'entusiasmo possa ritornare.

Quando vedo quello che succede in giro per il mondo, da Aleppo all'elezione di Trump passando per Brexit, e poi guardo in streaming queste riunioni in cui si parla solo di dinamiche interne e pesi e bilancini, e quando nei circoli si fa la conta a chi è più fedele al segretario (o al capo corrente locale), allora mi dico che il punto non è forse la perdita della politica, ma la perdita del nostro stesso rapporto con il reale, con quello che c'è fuori.

E anche la nostra incapacità di capire che tutto quello che non siamo noi sta diventando una risposta per tutte quelle persone che continuano a farsi domande confuse, caciarone e spesso contraddittorie—e che però, proprio per il fatto di porsele, esprimono un forte disagio.

Ovviamente ho le mie idee su come potrebbero andare le cose da qui in avanti. Un partito in fortissima crisi che, anziché mettersi in gioco con un congresso serio, si chiude in se stesso facendo finta che non sia successo nulla non mi sembra destinato a grandi successi. 

Il problema è che, attualmente, non vedo in giro alternative al PD. Il Movimento 5 Stelle è diventato un partito che giustifica alcuni dei peggiori istinti della società (e il modo in cui stanno amministrando Torino e Roma non aiuta). E tutto quello che sta cercando di nascere "a sinistra" del PD mi sembra mancare della caratteristica principale che deve avere un soggetto politico: la volontà di creare ponti e uscire dal recinto dell'autoreferenzialità.

Personalmente non ho alcuna soluzione in tasca. So solo che oggi capisco le parole di quel ragazzo, e non vedo il motivo di rinnovare la tessera di un partito che non offre più prospettive allettanti a quelli come me.

Thumbnail via Flickr.

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