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Il rave delle osterie ama il Papa

Siamo stati alla 86° adunata nazionale degli alpini, anche conosciuta come la riunione di 400mila maschi di montagna ubriachi ammassati in una città di 100mila abitanti.

di Quit the Doner
14 maggio 2013, 12:41pm


Foto di Roberto Seclì.

Tutti i giornali che si sono occupati della 86° adunata nazionale degli alpini lo hanno fatto con la tipica semplificazione giornalistica che individua un riferimento sostanzialmente irrilevante a quello che per loro è un tema caldo, sia esso classico (crisi della famiglia, Papa, bocchini di minorenni al presidente del consiglio) o contingente (Ius Soli, femminicidio, opinione di Saviano sull’uso delle infradito), e stravolge il significato di un evento per riportarlo al grande universo di senso sclerotizzato che secondo loro deve occupare il cervello degli italiani.

In questo caso l’occasione è stata rappresentata da uno striscione con un saluto al Papa durante la parata della domenica.

Ecco il titolo del corriere.it

e quello di repubblica.it

Quattrocentomila persone si concentrano in una città e il meglio che riescono a tirarne fuori è una parata militare e un saluto al Papa, ovvero l’idea di divertimento proibito che potrebbe avere Barbara Palombelli. Eppure i Quotidiani Italiani Seri provano a vendervela così, giusto per vedere quanto siete scemi o perché in Italia tutto ciò che è divertimento deve essere nascosto e condannato dal Moige.

Fortunatamente io e il mio fotografo eravamo a Piacenza a raccontarvi quello che l’adunata degli alpini è stata veramente:

La riunione di 400 mila maschi di montagna ubriachi ammassati in una città di 100mila abitanti.  

Non suona già molto più interessante?

Se solo al mondo esistesse abbastanza luppolo da farla durare due mesi se ne potrebbe tirare fuori un reality show che persino io guarderei.

Per fare una ricostruzione giornalistica seria è innanzitutto necessario rovesciare il sistema di priorità dell’adunata. Ufficialmente l’epicentro è la parata della domenica, che poi è l’unica cosa che rimane nei libri commemorativi.


Il libretto commemorativo dell’adunata di Bolzano nel 2012. Non contiene tracce di alcolici, il che lo rende una ricostruzione plausibile quanto un convegno di etica aziendale tenuto da Barbara Berlusconi.

Ma basta arrivare a Piacenza per capire che la parata è lo SCUSONE.

Nella mia testa le riunioni dell’Ana (associazione nazionale alpini) funzionano più o meno così

“Non sarebbe fantastico calare ogni anno in 400mila a ubriacarsi in una città per tre giorni?”
“Mhhh…no, non sarebbe male per niente adesso che mi ci fai pensare.”
“Ho l’impressione però che per convincere la municipalità dovremmo trovare uno slogan più convincete di ‘Pisceremo in mezzo milione sulle vostre aiuole’.”
“Forse sì.”
“Che ne dici se la domenica in pieno dopo-sbronza facessimo una parata, magari mettendoci dentro ironici striscioni pro-Papa?”
“Dico che Ezio Mauro ci cascherebbe!”
“Cin-cin!”

Il risultato è magnificamente sintetizzato in queste due foto:

Al nostro arrivo a Piacenza ci accoglie lo sherpa che i potenti mezzi di VICE ci hanno assegnato.

Un uomo la cui cortesissima ospitalità è seconda solo alla sua voglia di farci fuggire senza pagare di fronte a ognuno dei conti che ci verranno presentati durante la giornata.  Il nostro sherpa è l’ultimo espropriatore proletario rimasto in Italia e per uno strano gioco del destino vive a Piacenza e ha i modi soffici e raffinati di un lord inglese.

Più tardi conosceremo anche la sua ragazza, che ci racconterà come sua madre, praticamente astemia, uscita per andare a fare la spesa sia tornata a casa ubriaca per colpa di alcuni alpini. Vuole infatti la leggenda che se incontri un alpino durante l’adunata  lui ti debba offrire da bere. Quello che la vulgata (colpevolmente) omette è che nel 99 percento dei casi la magia che renderebbe l’adunata degli alpini il posto più bello del mondo funziona solo se hai le tette, e ciò significa che in realtà da questo punto di vista è un posto esattamente identico al resto del mondo.

Purtroppo appena ci accingiamo a entrare nel vivo del deboscio alpino comincia a diluviare.

Lo sherpa con solerzia ci fornisce subito delle giacche a vento (apparentemente non trafugate); la mia reca una scritta “Ditta xy Ascensori Piacenza” che potrebbe inficiare negativamente la mia credibilità come inviato, se solo non fossero tutti troppo ubriachi per accorgersene.

Dovunque tu vada nel centro di Piacenza incontri capannelli di uomini con il berretto d’alpino in testa che intonano canti da stadio/da osteria e si danno robuste e cameratesche pacche sulle spalle. Hanno quasi tutti una bella cera tipo questa,

e parlano in lingue incomprensibili, riassunte efficacemente (qualsiasi cosa voglia dire) dalla maglietta nel mezzo:

L’allegria regna sovrana, soprattutto fra i più giovani.

Questi due “veci” sono alpini che hanno fatto la leva rispettivamente nel ‘58 e nel ‘54. Il primo si chiama Gianni, l’altro Enrico Carmine Gargiulo, facendo sì che il suo amico, benché siano entrambi nati e cresciuti a Verona, lo chiami il terrone e quello ci rida giovialmente sopra.

Roberto, il mio fotografo salentino, scatta nel silenzio timoroso di un nero del Mississippi pre diritti civili.

Gianni mi dice “Non metterlo su Facebook però!”

Poi fotografiamo Angelo, detto “Babbo Natale” e lui mi dice “Mettila su facebook però!”: allora capisco che quando sento la parola “facebook “pronunciata da uno sopra i settant'anni non devo considerare la frase nel suo insieme ma solo il vocabolo a sé stante. Si tratta di una specie di rampino transgenerazionale lanciato nel disperato tentativo di entrare almeno un po’ in sintonia con una generazione di stronzi perennemente curvi sul computer. Noi.

Vedermi sintetizzato e approcciato con il “facebook” è un po’ come se da bambino avessero provato ad abusare di te offrendoti caramelle al gusto “rapa”. Qualcosa di talmente deprimente che quando Babbo Natale mi offre il “vino dell’alpino” lo accetto come fosse acqua nel deserto.

Angelo poi insiste a voler fare una foto con me, e quando gli spiego che scrivo sotto pseudonimo e non posso apparire nelle foto mi risponde con un cortese “Dai mona” che non ammette repliche. Finisce quindi così il mio anonimato:


Sulla sinistra, con la barba bianca, un grande statista.

Loro invece vengono da Pollein in Valle D’Aosta e quello tutto a sinistra è il sindaco del paese.

“Cosa fate qua?”
“Beviamo.”
“Cosa fate il resto dell’anno?”
“Beviamo al bar.”

Sono molto simpatici e sono i primi che sentiamo intonare un vero canto alpino che non sia stato mutuato da un coro della curva del Napoli.

Lui invece è un alpino del battaglione Batik, si chiama Paolo, viene dalla provincia di Udine e suona il clarinetto in una fanfara.

A dire il vero essendo del 1984 non ha fatto veramente l’alpino, perché avrebbe dovuto partire volontario e con due fratelli che l’avevano già fatto non gli sembrava il caso. In compenso tesse sperticate lodi del Corpo, un po’ perché aiuta la socializzazione e un po’ perché ha difeso la patria  “combattendo eroicamente sul confine sud della Svizzera durante la seconda guerra mondiale.”
Paolo può comunque considerarsi un vero alpino perché la maglietta che indossa l’ha vinta a una gara alcolica organizzata da una nota marca di birre che la gente normale beve solo in spiaggia.

Questo alpino viene da un paese dalle parti del Monviso e ci invita a visitarlo.

“Ma c’è qualcosa da fare?”
“Un cazzo.”
“Ci penseremo.”

Qualsiasi cosa abbia assunto quest’altro alpino, non ricordavo difficoltà di comunicazione tali per un’intervista dall’ultima street rave parade di Bologna. In 25 minuti capisco che si chiama Silvio, viene da Treviso e sta cercando di chiudersi i pantaloni. Con un po’ di fortuna ce la farà.

La cosa più nota delle adunate sono però i “mezzi” o “trabiccoli” sui quali gli alpini girano per la città in un sano e condivisibile spregio delle regole del codice della strada, notoriamente l’unico codice su cui il governo italiano sfoga tutte le sue pulsioni legalitarie.

Il mezzo più gettonato di tutti è l’Ape, che mi ricorda quando da bambino passavo un tempo preoccupantemente lungo a fissare con disappunto le pubblicità dell’Ape Cross su Topolino chiedendomi chi mai, sotto i 60 e sano di mente, potesse aspirare al possesso di un mezzo del genere. La risposta a cui giunsi, dopo lunghe riflessioni e parecchi complicati schemi su carta, è: un montanaro. L’altra risposta invece è: sì, ho avuto un’infanzia difficile.

Lo scopo principale dei trabiccoli in una sorta di trasposizione malgara della cultura agonale dei manga è eccellere per ottenere consenso femminile.

Il problema vero è che le proporzioni numeriche uomo/donna da queste parti ricordano molto quelle che trovereste in un supermercato dove vendono vagine.

Ciononostante, il vero alpino ce la fa sempre.


Un alpino ritratto mentre accompagna una gentile donzella a vedere in anteprima lo striscione dedicato a Papa Francesco.

Quando non le scarrozza in giro su mezzi che sembrano usciti da Pimp my capra, l’alpino ha le idee chiare sul ruolo della donna durante un’adunata: spillare vino/birra.

D’altro canto, questo è quello che riesci ad ottenere dalle donne quando ti porti in giro tutta la carica sexy che solo un alpino riesce ad avere.

Questi uomini ringraziano comunque per i servigi ricevuti con denaro e graziosi cartelli celebrativi.

L’adunata, come ogni ritrovo con più di tre persone, è anche un’occasione di business. Il ricordo ufficiale è la medaglietta da appendere al cappello.

È comunque possibile barare, perché esistono bancarelle che vi vendono quelle degli anni passati. Quella più invenduta, chissà perché, è quella dell’adunata di Bari. A parte questa tradizione esiste ogni sorta di merchandising. Io e il fotografo pensiamo di comprare questa suprema tamarrata.

Ma lo sherpa ci ferma serissimo: “No, potete prenderla solo se la rubate.”

Ora non so se fra di voi c’è qualcuno che vorrebbe lavorare a VICE ma adesso avete qualche informazione di più su come compilare il vostro curriculum. Levate quel master fighetto alla Bocconi e aggiungete “contrabbando di sigarette dal Montenegro” o “tratta delle bianche”.

La follia alpina contagia anche i locali, come vediamo dagli occhiali di questa signora di Piacenza.

Dopo diverse ore e 106 birre comincio ad avere un’idea chiara di chi siano realmente questi alpini.

Sono persone che non fanno parte di quella generazione di stakanovisti del “divertimento” il cui scopo nella vita è muoversi fra aperitivi, club e voletti ryanair dall’amico all’estero per Erasmus, dottorato o commercio di caciotte contraffatte.

Gli alpini sono il paese reale Heidi edition.

Sono in larga parte gente di montagna alla buona, persone per cui l’adunata rappresenta la più grossa occasione annuale di scendere in valle e spaccarsi la faccia senza avere per forza davanti il solito oste Toni Visentin o sua moglie d’importazione Svetlana Visentin, che è stata sexy per i primi sei mesi e poi è diventata anche lei salubre e noioso paesaggio alpino.

Il dato interessante è che questo rendez vous di montanari si svolge sotto il rassicurante cappello de “lo spirito alpino”. Uno spirito che passa di generazione in generazione.


"Un giorno potrò essere un alpino anch’io?”
“Sì bocia, ma solo se smetti di bere drink colorati con gli ombrellini ai vernissage e impari a distillare a mani nude grappa gusto mulo dalle rocce dell’Adamello e berla durante la messa la domenica, W Bergolio” [potrebbe darsi che l’ultima parte dei questo periodo sia stata leggermente edulcorata]

La notizia vera di cui ti accorgi girando per Piacenza è che lo spirito alpino esiste davvero ed è una cosa positiva. 

Non riesco infatti ad immaginare un’altra categoria di uomini soli e ubriachi che riuniti in centinaia di migliaia per giorni in una cittadina  non istaurerebbero un sanguinoso regime a base di pene di morte per i vegetariani e maxi schermi ad ogni angolo della città con porno  alternato a turni di Champions. Un regime che poi degenererebbe inevitabilmente in incertezza sessuale e culminerebbe in un regno del terrore fatto di porno con i giocatori di Champions.

Gli alpini invece riescono nell’impresa di lasciare dopo tre giorni di gozzoviglie la città esattamente come l’hanno trovata e mantenere il loro grado di molestia entro i limiti dell’accettabile

Per tutti qua invece “essere un alpino” è una cosa importante e se fai una cazzata non ti basta come giustificazione che ti sei bevuto un’autobotte di tavernello, hai comunque  insozzato l’immagine del corpo, un rischio che nessuno qui sembra voler correre.

A occhio questa specie di esperimento sociale dovrebbe far riflettere i teorici delle pene sempre più alte per la microcriminalità.

La provenienza da ambienti sociali sani (come io chiamo tutti quei posti dove il segnale di Mediaset è schermato da mucche), il controllo esercitato dal gruppo e l’aderenza a un ideale che non sembri una canzone dei The Lox sono deterrenti molto più forti delle pene draconiane con cui sempre più spesso i politici si lavano le mani dei problemi sociali.

Comunque, il fenomeno delle adunate è una cartolina da un mondo in estinzione, dato lo spopolamento dei paesi di montagna e soprattutto l’abolizione della leva militare.

Di sicuro tre giorni di bagordi l’anno non valgono un anno della propria vita regalato allo Stato e a un'istituzione militare, ma è anche vero che per molte di queste persone la leva e poi l’adunata sono state pressoché l’unica occasione di viaggiare per il Paese e conoscere connazionali di luoghi diversi.

Non è un caso che qui, nonostante siano quasi tutti del nord, il concetto di unità d’Italia sia molto sentito. Il dubbio che il rispetto delle cose e delle persone molti di loro l’abbiano imparato in caserma viene, a malincuore, anche a un libertario come me, specie se confronti l’adunata con il circo Togni sotto anfetamine in cui viviamo tutti i giorni. 

Rimango molto felice di non aver dovuto fare la leva, ma basta confrontare quello che ho visto a Piacenza con un aperitivo italiano medio dove c’è sempre qualche stronzo che urla cazzate e spacca bicchieri, per capire che  un anno di solide castagne nei denti in stile soldato palla di lardo prima di ritornare alla società e autoproclamarsi adulto pienodidiritti e possessore di Iphone 5 (per molti la stessa cosa) sarebbe stato utile a parecchia gente e soprattutto a chi se li deve sorbire.

Il problema è che per farlo fare ai cretini poi avremmo dovuto farlo anche noi per cui nonostante tutto: addio alpini, è stato bello.

Quello che però possiamo ancora fare è dare a questo pezzo un titolo assurdo, così da sembrare anche noi un Quotidiano Italiano Serio. Qualcosa tipo: il rave delle osterie ama il Papa.

Ecco fatto. 


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