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Attualità

I passivo aggressivi internettari

Esaminiamo uno dei più temibili effetti collaterali del paradiso digitale.

di Demented Burrocacao
13 giugno 2013, 8:56am


Illustrazione di Simone Tso.

Affezionati lettori di questa amena rubrichetta, vedo che bene o male mi seguite: ne sono lieto e  sarei curioso di conoscervi tutti ma purtroppo vi perdete nel mare di bit e per me siete sovente, mio malgrado, meri avatar o meri commenti. Quando aprii questa rubrica tessendo gli elogi del parlare da solo, feci questa dichiarazione: "Si tratta forse di una delle poche cose pure in un’era in cui parlare con gli altri è come guardare una tv interattiva, svolgendosi il tutto prevalentemente via chat."

Be' sì, in effetti è giunto il momento di riflettere su questa cosa, soprattutto dopo che ho discusso animatamente con un mio consanguineo a trecentomila chilometri di distanza, dall’altro capo del mondo (discussione quindi priva di senso): che cosa succede dunque in questo ambiente bizzarro chiamato “rete”? Sono stati scritti libercoli su libercoli: internet è la realtà delle opportunità, è uno spazio libero da dittature, il potere al popolo fattosi strumento di conoscenza e diffusione di idee, un luogo di sovversione permanente ecc; questo ci dicevano agli albori della società “internettaria”, per citare il nostrano Richard Benson. Nei primi anni Novanta sembrava tutto possibile, ora invece abbiamo banner ovunque e pubblicità appena apri gli occhi, tanto che posso ricordarmi la pubblicità dei Kellog's perché su Youtube non posso fare zapping come in tv, falliscono piattaforme e l’FBI chiude siti a grappolo. Insomma qualcosa è cambiato. Sono il rischi del non parlare da solo, ma del parlare con un terzo incomodo chiamato computer che ti fa parlare con un’altra persona che parla col terzo incomodo: insomma chi fa da sé non fa per tre, un bel casino. Ed ecco a voi la lieta tribù dei passivo aggressivi su internet, l’effetto collaterale del paradiso digitale.

Tralasciando il fatto che ora addirittura nascono movimenti politici che fanno della rete la propria bandiera (tralasciare neanche tanto, considerato che l’approccio che hanno è quello del ragazzino del forum che si incazza con tutti e tutto per avere ragione) sarete avvezzi a chattate di personaggi furiosi, post di psicopatici e commenti di gente che si sfoga a casaccio giusto per farlo anche se non sa di cosa parla: roba che nella vita reale basterebbe un gesto, una mimica e già le chance di salute mentale generali aumenterebbero—nonché le “cape di gallo” tagliate. Se ci hanno creato con la faccia un motivo ci sarà, sennò al suo posto avremmo avuto un culo. Voi mi direte: ma c’è la webcam. Sì vabe', ma in quel caso posso anche mandarti a cacare senza rischi di essere menato. È un po’ come quei programmi di tv interattiva di fine anni Ottanta in cui compravi l’aggeggio/pistola alla Standa per sparare alla tv e ammazzare i cattivi col raggio laser: in realtà non sparavi affatto né toglievi la vita ai mostriciattoli. Era piuttosto il supermercato a toglierti il quattrino.

La tribù dei passivo aggressivi su internet è agguerritissima, e nessuno è escluso: neanche il sottoscritto. C’è chi appunto ha deciso che si è svegliato male e devi farlo anche tu, chi praticamente ti scambia per il suo psichiatra e chi non capendo una battuta spiritosa—magari mal riuscita—difende le sue idee a spada tratta anche se nessuno gli ha detto un cazzo di contrario. Fondamentalmente sembrano tutti sotto un qualche tipo di droga che gli va in bad trip; internet è una calamita per gli sfoghi, come un volto virtuale sul quale alimentare una psoriasi.

Quelli che sono lenti a scrivere si fanno rodere il culo se dall’altra parte c’è una parlantina spiccata, vanno improvvisamente in competizione. In realtà quello che praticano è una forma di luddismo subliminale: il problema non sei tu, magari se prendono a mozzichi lo schermo o la tastiera è meglio. Avere uno schermo davanti dà la sensazione che qualcuno ti guardi nel profondo dei tuoi intimi cazzi, è proprio la forma  rettangolare a delineare un campo d’azione limitato e claustrofobico, come una pallina in un Pong degli anni Settanta: ma se fosse davvero così l’anonimato sarebbe semplicemente una figura professionale di qualche impiegato fantozziano o un personaggio di Manzoni, non qualcosa di possibile e utilissimo. In realtà tutta questa aggressività è un desiderio represso di potere e di ESSERE, qui e ora. Ansia da presenza mancata, per troppo anonimato. Notato come con gli sms questo non accada? Il mezzo appare meno minaccioso, la rubrica telefonica ti dà identità. Forse si, il busillis è quello.

La cosa si potrebbe risolvere semplicemente inventando un mezzo alternativo, tipo un codice morse, oppure tornare al vecchio modo del telefono—cosa che si può fare tranquillamente su Skype, come ben sapete. Ma che sbatti che è!  Rispetto alla comunicazione scritta è meno veloce, poi se sei ubriaco come fai? Ti ci vuole l’interprete. Se sei un maniaco sessuale devi parlare senza sbavare, insomma non è il massimo della comodità. Forse un sintetizzatore vocale aiuterebbe, ma tanto i non vedenti o ciechi che dir si voglia ad esempio si incazzano via chat lo stesso senza colpo ferire. Perché la vista non fa il senso di distanza, è l’assenza di tutto il resto: spostamento d’aria, odori, spazi. Crea problemi doverli intuire e il cervello è iperstimolato nell’immaginare una dimensione che non c’è: sfido io che poi gli rode il culo.

I passivo aggressivi però, appunto, non sono solo aggressivi ma passivi. Ti dicono anche le cazzate, tanto mica li vivi nel reale: magari ti promettono mari e monti poi fanno di tutto per non farlo. Un sabotaggio che in qualche modo nasconde la loro voglia di fare emoticon con le faccine brutte. A tutti capita in effetti di digitare le emoticon col sorriso o di scrivere AHAHAHAH e invece c’hai ‘na faccia da funerale. Una schizofrenia senza precedenti domina su questi schermi: chiariamoci, non è che io creda a tutte le etichette che la medicina mentale odierna tenta di affibbiare a noi poveri morti de sonno (questa in particolare la potete approfondire qui, ma è sicuro che  tanto a posto le rotelle non stanno. E se si è matti si può esserlo anche senza partire di capoccia contro la parola digitata, diciamolo.

Esatto: perché se Patricia Wallace in La psicologia di internet (2000) diceva che internet è fucina di nuovi modi di scrittura e comunicazione, in realtà pare che questa comunicazione scritta sia un po’ quella orale degli scimpanzé o degli uomini primitivi, che si incazzavano facilmente anche se si guardavano in faccia (salvo poi spulciarsi in segno di pace). Nel giro di pochi anni da che dovevamo essere l’utopia hippy riveduta e corretta ci ritroviamo dentro caselline bianche a tirare la cacca dei nostri neuroni impigriti. Una cosa molto diversa dal camminare in prati fluorescenti disquisendo del cosmo con un’anatra rosa.

Nel breve racconto di Luigi Antonelli “L’uomo gesticolante” si narra del suo osservare un uomo che parla da solo in un vagone: la fine recita così “la vita è una continua insidia al mondo interiore che ci veniamo conquistando. Lo spettatore irritante ed estraneo dell’altro treno determina la nostra difesa, ossia la nostra resistenza, ossia il dramma.” Eh sì, perché tutta questa aggressività è dovuta al terzo incomodo sopracitato: lì il treno, qui il computer. In questo senso è anche un po’ come ne L'uomo col magnetofono di J J Abrham, in cui una seduta psicanalitica fallisce a causa di un magnetofono: il paziente si sente tradito dalla presenza del mezzo meccanico e si incazza come un lupo col terapeuta. Diciamo che è vero: la rete ti fa tirare fuori il subconscio e a volte questa cosa può—inconsciamente, guarda un po’—infastidire assai. Certo mica è sempre così male, sai quante dichiarazioni d’amore puoi fare via rete senza timore di arrossire: quanti brividi ti dà poterti esprimere in libertà senza che nessuno ti dica un cazzo. Quante emoticon seminate qua e là nel prato fertile della fantasia: però ecco, dal vivo baciamoci e meniamoci davvero che almeno facciamo pace più rapidamente.


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