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I lavori di merda che puoi fare in Italia a vent'anni

Era ormai qualche anno che studiavo alla Sapienza, e come ogni primavera avevo deciso di cercarmi un lavoro. Un lavoro qualsiasi. Anche perché a 23 anni, a Roma, trovare un lavoro schifoso è più facile che trovarne uno decente.

Neri Ricci

L'autore.

Era il lontano 2003. Era ormai qualche anno che studiavo alla Sapienza, e come ogni primavera avevo deciso di cercarmi un lavoro. Lo facevo perché non volevo sentirmi una merda nei confronti di mio padre, e soprattutto per potermi permettere le droghe leggere, che in quegli anni avevano subito un'improvvisa impennata nei prezzi causata dal passaggio dalla Lira all'Euro—un grammo di erba era passato da 10.000 lire a 10 euro, e anche gli spacciatori a San Lorenzo si erano subito adeguati a questa tendenza del lascia o raddoppia. Quando glielo facevi notare, però, ti rispondevano anche loro con l'allora diffusissimo "Eeeh basta co 'sta Lira!"

Insomma, mi serviva un lavoro. Ed ero pronto a fare qualsiasi lavoro, anche non "inerente all'indirizzo di studi da me intrapreso" come mi urlava mio padre. Non avevo capacità specifiche, né particolari ambizioni, e non mi interessava un impiego vero o a lungo termine. Mi bastava fare una cosa qualsiasi, l'importante era essere pagato. Anche perché a 23 anni, a Roma, trovare un lavoro schifoso è più facile che trovarne uno decente. Fortuna che in questi anni, e con tutti questi lavori, ho imparato qualcosa.


Fast Food

Il primo lavoro che ho provato è stato quello che avevo sempre sognato: in un fast food. A Roma il primo fast food aveva aperto a metà anni Ottanta, in via del Tritone. Per me quel posto aveva un'aura di magia—mi ricordava quando da piccolo, una volta al mese, i miei genitori mi ci portavano con mio fratello. È stato un preciso, ma ora indistinguibile, istante in quegli anni a scatenare in me il desiderio di lavorare nei fast food: quando chiedevo di poter avere un altro hamburger. Questa mia richiesta veniva puntualmente disattesa con la scusa che "poi ti senti male." Non accettai mai quella risposta. Così promisi a me stesso che un giorno avrei lavorato li, e avrei mangiato tutti i cazzo di cheeseburger che volevo.

Quel giorno venne quando a Roma aprì il rivale principale di quel luogo mitico della mia infanzia. Molti pensano che le due catene siano sostanzialmente uguali, ma non è così: vendono le stesse identiche cose, eppure ti convincono che una è meglio dell'altra. E ti convincono semplicemente facendoti pagare di più, poco, ma abbastanza da farti pensare "Mmm, costa di più, sarà certamente di una qualità superiore!"

Mi candidai per un posto, e dopo essere stato selezionato in base al mio straordinario CV, mi presentai in via del Corso per fare il colloquio. Una ragazza ci spiegò che era necessario superare un test: riempire un vassoio. Non tutti lo sanno, ma quando riempi il vassoio la bibita va piazzata sempre dal lato del cliente, alla sua destra, così che quando il vassoio viene rimosso, la coca non gli finisce addosso. Superai la prova e fui assunto.

Illustrazioni di Dan Evans.

Rimasi però subito deluso. Il fast food infatti era stato preso in gestione da un'azienda italiana, proprietaria del primo fast food tutto italiano. Il locale in cui lavoravo aveva due banconi per le due diverse catene, e vista la mancanza di personale fui assegnato alla parte "italiana." Mi consegnarono una polo arancione fosforescente, dei pantoloni neri che mi stavano cinque volte, un cappellino e un grembiulino che non fu mai più pulito come in quell'istante. La mia prima domanda fu "posso mangiare da loro in pausa pranzo?," indicando l'altro bancone. Mi venne detto di sì, che potevo, ma che mi sarebbe passata presto la voglia. Giammai, pensai.

Una mattina mentre mi cambiavo nello spogliatoio vidi un collega che si radeva con un rasoio usa e getta, quasi fino a sanguinare. Ma non aveva barba. "Perché ti radi?" gli chiesi. Mi riservò uno sguardo di sufficienza e poi riprese a scorticarsi la faccia.

Poco dopo mi presentai in divisa dalla capa, la dolcissima Mara (un nome di fantasia), la quale mi spiegò le regole: "Ti devi radere, tutti i giorni. E niente orecchino: è anti-igienico!" Non so perché, ma le risultai antipatico dal primo momento. Mentre mi spiegavano come stare in cassa un cliente ci aveva chiesto di cambiargli 50 euro, ma ci fece il gioco delle tre carte. Non ho mai capito come, ma si fottè 50 euro. Così la Mara, che era di Milano e invece di dire il nome della catena per intero usava solo le iniziali, forzandone all'inverosimile la pronuncia inglese, si convinse che a rubarli ero stato io. Come se uno il primo giorno di lavoro si mette a rubare. Ogni occasione era buona per riprendermi.

Finché un giorno, mentre mi cambiavo nello spogliatoio, mi accorsi che qualcuno si era fregato un capo essenziale della mia divisa: il cappellino. Nessuno sapeva dove fosse finito o dove avrei potuto trovarne uno. Così mi fu suggerito di indossarne uno dei vicini di bancone. Il caso però volle che quel giorno ci fossero due responsabili in borghese del controllo qualità. Quei furbacchioni si presentavano come turisti, e poi all'improvviso estraevano le loro carte da visita. Erano l'incubo di ogni gestore del franchising. L'incubo di Mara. Quel giorno erano lì, e Mara nervosissima faceva da cicerone mostrando con orgoglio le cucine, le friggitrici, i bagni. E dopo aver ispezionato anche la croccantezza delle patatine, quando tutto sembrava volgere al meglio, notarono quel ragazzo vestito da arancia, con l'orecchino, la barbetta incolta lasciata crescere per ben 24 ore e soprattutto il cappellino sbagliato. La mia superiore, una di quelle ragazze che potrebbero essere carine se non fossero così teste di cazzo, mi lanciò un'occhiataccia, e passò le ore successive a pianificare una punizione memorabile.

Due mesi dopo il solo odore di hamburger mi faceva venire i conati. I clienti del fast food, delle teste di cazzo neanche capaci di svuotare il vassoio da soli, volevo pestarli a mani nude. I bambini che sparavano la carta delle cannucce erano insopportabili. E la mia capa... dovetti licenziarmi.

Il ragazzo con cui parlai quel giorno mi avvisò "Sei sicuro? Guarda che non c'è tanto lavoro in giro!," ma io lo guardai sorridendo "Guarda che io studio all'Università." "Ah," rispose lui, e abbassò lo sguardo.

La cosa che ricordo con maggior chiarezza era la sensazione liberatoria che provavo guardando i miei colleghi, che quel tipo di lavoro dovevano tenerselo—magari tentando pure di fare carriera nella speranza di diventare responsabili di filiale. Non era questione di ritenersi superiori, né di giudicare gli altri. Tutt'altro. Semplicemente, e fortunatamente, per me quell'occupazione non era vitale.

Un anno dopo

Un anno dopo, provati altri lavori ognuno dei quali, a modo suo, mi aveva portato allo sfinimento—il pony express perché girare per Roma con il TuttoCittà in una mano (Steve Jobs aveva appena presentato l'incredibile iPod da 20 GB), il walkie talkie e il manubrio del motorino nell'altra e con uno (il capo) che ti strilla negli auricolari "dove cazzo stai andando?!" è da pazzi, e per finire lo strappa-biglietti perché strappare i biglietti è facile, ma è anche una bella rottura di palle—mi trovavo di nuovo alla ricerca di un posto, ma ne restavano pochi a disposizione di uno studente al terzo anno (fuoricorso) di Scienze della Comunicazione.

Nel frattempo a via Lionello, su di una collina verde tra il Grande Raccordo Anulare e la ridente Serpentara sorgeva un nuovo universo parallelo: la Galleria Commerciale Porta di Roma, il primo grande centro commerciale che tutti quelli che si erano rotti di andare a via del Corso in Metro a farsi derubare per un paio di Levi's sognavano. Ma non era la Galleria a stuzzicare il mio fine palato. No, era quell'altro monolite blu sorto accanto alla Galleria, ancora più glorioso, più lucente, più giallo. I mobili da assemblare non mi erano mai sembrati così interessanti.

Quel monolite giallo-blu mi faceva sentire al sicuro, proprio come la Svezia. Cosi stampai il mio curriculum vitae, salii sul mio motorino e andai lì. Ma la mia ambizione fu fin da subito spezzata dall'amara realtà: quando entrai dalla porta principale, sul muro di destra c'erano delle gigantografie dei principali dipendenti. Osservai i loro sorrisi, Marco il Capo Reparto Legno, Maria la Responsabile Cucine, Mara la Responsabile Amministrativa... Mara?! Mi avvicinai per essere sicuro. Era lei. Era Mara, la mia vecchia capa. La donna da cui ero fuggito un anno prima ora era lì, beffarda come una schicchera all'orecchio. La ragazza a cui consegnai il mio CV lo lasciò cadere sopra una pila di almeno altri 100 CV. Tutti volevano entrare in quel mondo di segatura e polpette. Io non ne ero più così sicuro.

Mio cugino

Così, consapevole delle poche speranze che avevo di lavorare con gli svedesi, decisi di puntare sul classico, su uno di quei lavori di cui hai sempre sentito parlare, mai troppo bene, ma di cui hai sempre pensato "non può essere così male" o "sicuramente non è peggio che raccogliere merda." Un bel giorno di aprile infatti, mio cugino mi sorprese con un foglio di giornale. Sopra c'era un annuncio che faceva più o meno così:

"Apre a Roma la prima sede di [...], la più grande azienda di inbound e outbound marketing in Europa. Sei uno studente? Sei un Neolaureato? Sei Disperato? Chiama ora!"

Non feci neanche in tempo a finire di leggere che mio cugino era già al telefono con non so chi. "Sì, buongiorno, chiamo in merito a quell'annuncio su... Ah ok, d'accordo, mercoledì alle 8.00. Ok ci saremo, grazie."

E così fu, mercoledì alle 8.00 ero nei pressi di Villa Nemorense, dove la strada sale verso Via Salaria e dopo una curva va a sfociare in piazza Vescovio, una piazza nota per l'alta densità di residenti medio alto borghesi con un'irresistibile attrazione per le politiche neo-fasciste.

Skynet

Il grosso edificio argentato da fuori sembrava la sede di Skynet, la multinazionale che secondo James Cameron nel 2029 creerà un sistema di difesa intelligente che si ribellerà all'uomo e provocherà, con il contributo di Arnold Schwarzenegger, un olocausto nucleare. Ma solo da fuori sembrava Skynet: dentro era molto peggio. Non da subito però, no, quando ti presenti la prima volta li con il tuo curriculum di una pagina nella bustina di plastica stropicciata, ed entri in quella reception con il pavimento scintillante in marmo grigio scuro, per un attimo ti sembra di essere entrato da Google. "Salve s-sono qui per il colloquio..." "Terzo piano," risponde Pina, la receptionist che senza staccare un attimo lo sguardo dal romanzo di Andrea De Carlo indica dietro di me. Due ascensori a turno suonano e si svuotano, vomitano fiotti di ragazzi e ragazze che come pesci liberati in acqua si riversano in strada per respirare l'ossigeno o una sigaretta.

Com'è il call center? Be', forse la cosa più vicina a un call center è un allevamento intensivo. Anzi, un call center è una via di mezzo tra questo e quando Neo in Matrix prende la pillola rossa e scopre che lui e il resto dell'umanità non si trovano nel mondo reale, ma nudi in una vasca da bagno, con dei tubi infilati in ogni orifizio che ci succhiano l'energia come fossimo batterie. Immaginate file di uomini e donne seduti spalla a spalla, davanti a dei computer, collegati tramite gli auricolari, che vengono bombardati da un software che in automatico, senza sosta, chiama uno per uno tutti i nomi presenti sull'elenco. La cosa peggiore è che spesso i destinatari delle chiamate, giustamente, si incazzano. Non tanto per il fatto che li stai chiamando, quello ci può stare, ma per il modo in cui li devi bombardare quando rispondono:
"Pronto?"
"Salve sono Mario del servizio commerciale X, le interessa..."
"No, grazie..."
"Non le interessa?"
"No, no, grazie."
A quel punto una persona normale direbbe "D'accordo, grazie e arrivederci." Ma al call center non puoi fare così, non devi fare così, altrimenti sei fuori.
"Aspetti signore, non ha neanche sentito cosa ho da offrirle, un'occasione incredibile..."
"Grazie, le ho già detto che non mi interessa..."
"Mi scusi, ma se non mi lascia neanche l'opportunità di spiegarle quale offerta abbiamo in serbo per lei, come fa a dirmi che..."
"HO DETTO DI NO CAZZO."
"Ma, signore, non c'è bisogno di perdere la pazienza io sto solo cercando di fare il mio lavoro..."
"Ho capito, ma ti ho detto che non mi interessa..."
"Ma lei non mi concede neanche l'opportunità di spiegarle il prodotto che le sto proponendo."
"So già cosa volete propormi, NON MI INTESSA!"
"Se solo mi lasciasse spiegare..."
"BASTAAA"e attacca.

La prima volta che ti succede capisci cosa prova il Magnotta quando cercano di rifilargli la lavatrice. Quelli sono gli operatori del call center. La prima regola che ti insegnano è: "La chiamata non deve mai durare poco. Ma neanche troppo." Questo perché non tutti per fortuna ti chiudono il telefono in faccia. Ci sono casi in cui chiami la casalinga sola, o il vecchietto che i figli non vanno più a visitare. E li capita che sei alla ventesima telefonata in 30 minuti, e parlare con una persona per più di un minuto ti sembra il top. Ma no, non si può. "Non perdere tempo, se il vecchio non vuole niente, mandalo a fare in culo," mi dice il mio capo squadra, una sorta di Manuel Agnelli calabrese, dark, vestito con una maglietta nera a retina, gli anfibi, e con quattro capelli unti pettinati in avanti per nascondere l'ormai innegabile pelata. La filosofia più o meno è questa. E il mestiere del call center è convincere le persone a comprare quello che non vogliono.

Non tutti sono portati per farlo. Se sei bravo poi ci sono i bonus, se vendi un certo numero di contratti ti trovi un po' di soldi in più nello stipendio. Gli altri invece vanno istruiti, educati, allineati. Così, dopo aver venduto un solo contratto in un mese, ad un povero vecchietto sardo che per vedersi due canali, caccia e pesca, se ne è comprati 502, mi sono licenziato.

Epilogo

A un certo punto, però, c'è stata una specie di evento capovolgente: mi sono laureato.

Durante gli anni dell'università ero riuscito a procurarmi un impiego che potesse foraggiare i miei bisogni; e non mi interessava se per svariate ore al giorno la mia vita era composta solamente da mansioni che per essere sopportate mi obbligavano a spegnere il cervello. Adesso però le cose erano cambiate: le mie aspettative si erano alzate.

In qualche modo sono riuscito a procurarmi uno stage in RAI, e mi sono trasferito a New York. Finito lo stage sono andato in Canada, e per tre anni sono riuscito a mantenere il visto proprio grazie a quel tipo di impiego che per anni mi aveva finanziato gli svaghi da studente: lavorando come traduttore o tester di videogiochi. In pratica me ne stavo seduto su una sedia davanti a una consolle, dalle 9 fino all'1, e giocavo. Molto meglio che ammorbare uno sconosciuto via telefono.
Tornato in Italia ho speso un anno della mia vita cercando lavoro, collaborando saltuariamente con un amico che aveva una piccola casa di produzione cinematografica.

Alla fine, dopo vari tentativi, ho vinto un bando per entrare a lavorare come web designer in università: ed è così che mi sono finalmente tirato fuori dalla gavetta e dai lavori di merda.

In definitiva, con il senno di poi, posso dire che questo tipo di esperienza dovrebbe essere quasi obbligatoria per un ventenne. Oltre alle birre e alle vacanze, i lavori che ho fatto durante l'università mi hanno dato la possibilità di ingoiare un po' di ingiustizie e frustrazioni prima che fosse necessario farlo. È il genere di cosa che ti lascia un po' basito, a cui ripensi ridendo, e che ti fa riconsiderare la tua situazione nei momenti di sconforto: se il tuo capo te lo fa a pezzi affibbiandoti mansioni che non ti spetterebbero, trattandoti come un servo della gleba, puoi sempre ripensare a quando facevi lo speedyboy e ti beccavi infamate dall'auricolare mentre rischiavi la vita per un terzo o meno dello stipendio. Ed è già qualcosa.