Il re della frontiera selvaggia

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A10N6: L'Ottavo Annuale di Narrativa

Il re della frontiera selvaggia

"Nola gli aveva fatto un cenno. Vieni qui, diceva il gesto. Bobby si era avvicinato. Nola gli aveva fatto cenno di guardare sul sedile posteriore. C'era un corpo lì, il corpo di un uomo morto, a faccia in giù sul sedile."
2.1.15

Foto di Martin Parr

Quel che faceva la differenza per l'Ausonia Country Club, dove tutte le estati, durante gli anni del liceo, io il mio migliore amico Johnny Buschi andavamo a fare i caddy, era la sua vicinanza a Outerbridge Crossing, a soli dieci minuti a bordo di un'enorme Buick una volta arrivati dal lato di Jersey. Per questo era il posto perfetto, per chi tra i suoi membri abitava a Staten Island, per ritrovarsi durante i fine settimana, giocare a golf e stare insieme senza essere disturbati. Dovrei dire subito, nel modo più discreto possibile, che questi uomini erano anche membri di un'altra organizzazione. Erano mafiosi. Letteralmente. Erano "uomini d'onore". Anche se al club non se ne parlava mai, non era un segreto per gli altri membri, per lo più di famiglie italoamericane come mio padre, proprietari di piccole imprese del tutto legali dalle parti del Middlesex o di Union County.

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Anche se quelli di Staten Island erano poco più di un terzo dei membri totali del club, la loro importanza era, in proporzione, molto maggiore, non solo a causa di ciò che sapevamo o pensavamo di sapere sulle loro attività lavorative, ma anche per il modo tranquillo in cui si comportavano, quel contegno difficile a scomporsi che poteva passare, senza difficoltà, per dignità. Semplicemente, erano lì per giocare a golf. Nelle pause, a volte andavano a mangiare qualcosa nel club, un edificio in mattoni bianchi costruito negli anni Cinquanta, oppure, di domenica, si mettevano, dopo essersi fatti la doccia e rasati, a guardare le partite di NFL alla televisione nella stanza rivestita di moquette che fungeva da spogliatoio maschile. Seduti a tavoli da gioco diversi, i due gruppi si assomigliavano molto, con la loro biancheria bianca come la neve, i loro drink in mano, le loro nuvole di talco e dopobarba. A volte, anche i mafiosi portavano al club le loro famiglie—che assomigliavano molto alle nostre famiglie. Le mogli e i bambini nuotavano o sedevano a bordo piscina mentre gli uomini giocavano a golf, poi la famiglia si riuniva per una cena elegante nella sala da pranzo—di nuovo, in tavoli separati dai nostri. In ogni loro azione, passavano tra il resto di noi come ciechi pesci di fondale. Ma nonostante questa separazione, c'era un luogo in cui i rapporti tra i due gruppi andavano oltre la cordialità—in cui si comportavano, a volte, quasi da amici—e quel luogo era il campo da golf. Continuamente, i quartetti finivano mescolati, probabilmente perché il fatto di uscire puntuali era più importante del con chi giocare. Ma anche qui vigeva un divieto severo: non si parlava mai di affari, legali o meno. Si facevano i discorsi che fa qualunque quartetto di uomini. Era un parlare senza freni—per la gioia di noi caddy—e toccava lo sport, le donne, dove andare per mangiare bistecca e code di aragosta, come i colletti bianchi di Washington ci avessero trascinati in un'altra guerra, e, in particolare, lo stato deplorevole dei campi da golf. In altre parole, c'era sempre spazio sufficiente per vanterie e lamentele senza dover calpestare un terreno proibito. L'unico a violare la regola, e solo per un breve periodo di tempo, è stato l'amico di mio padre Bobby Altieri, proprietario di un liquor store a Manhattan. È la sua violazione di una delle grandi leggi del club ciò che voglio raccontarvi.

Bobby Altieri era un ottimo golfista: se finiva con quattro tiri sopra il par per lui era una brutta giornata. Per questo motivo mio padre giocava a golf più volentieri con Bobby che con chiunque altro, compreso il suo migliore amico, Carmen Desirio. Carmen era davvero ricco, cosa rara tra i frequentatori del club. Cosa ancor più rara, era ricco di famiglia, in quanto figlio del più grande costruttore di scuole e chiese dello stato. Quando il modesto business di impianti elettrici di mio padre aveva cominciato a crescere, Carmen lo aveva preso sotto la sua ala per mostrargli come vivere in grande. Era un aiuto di cui mio padre aveva bisogno: originario del ghetto degli immigrati di Newark, era cresciuto in un contesto sociale in cui aveva dovuto conquistarsi tutto. Amava le sfide, e non si divertiva davvero a giocare a golf con qualcuno che non fosse più bravo di lui; e Bobby Altieri, per farla breve, era il più bravo di tutti. Mio padre lo osservava con la stessa concentrazione che aveva usato ai tempi del servizio miliare per diventare un ingegnere. Studiava il modo in cui Bobby si preparava a colpire, sciogliendo le lunghe braccia sopra la palla, con un'aria tutta sua di malinconia giudiziosa, e un sigaro tra i denti per tutto il tempo, che lo obbligava a strizzare gli occhi tra le volute di fumo per tenere lo sguardo fisso sulla palla. Poi colpiva. C'era un motivo se lo chiamavano DiMaggio.

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Ammiravano tutti il gioco di Bobby, anche quelli di Staten Island. Un giorno, una figura del calibro di Vincent (non Vinny) Nola, il più alto in grado tra i mafiosi, aveva attraversato lo spogliatoio in mutande per congratularsi con Bobby, che aveva chiuso la partita due colpi sotto il par. Gli altri presenti nello spogliatoio erano ammutoliti. Quando i due si erano stretti la mano, Nola aveva notato il braccialetto d'oro al polso dell'altro, e aveva detto che un tempo ne aveva avuto uno uguale anche lui, ma che l'aveva dato via e non si ricordava più a chi. Bobby aveva detto che, sì, gliel'aveva dato una ragazza che lavorava per lui, e avrebbe dovuto vedere quello che le aveva dato lui. Vincent aveva riso (in realtà aveva più ridacchiato) e aveva detto che l'avrebbe cercato per fare una partita il sbatto successivo. A che ora sarebbe uscito sul green, piuttosto? Era stato un breve scambio di parole, ma aveva segnato un'epoca. Buschi ne aveva subito tratto un verso in una canzone che stava scrivendo, sulle note di "Davy Crockett," dedicata alle avventure di Bobby Altieri. Bobby non aveva un ammiratore più grande di Buschi. Quindi è logico che sia stato Buschi il primo a dirmi che Bobby Altieri aveva problemi con il suo liquor store. Che questi problemi avevano cominciato a influenzare il suo gioco. Aveva smesso di fare la pausa di riflessione che faceva sempre prima di colpire la palla, e la sua tristezza o malinconia, se era davvero tale, era stata sostituita da un'ansia tangibile. Mentre la situazione peggiorava, aveva iniziato a parlare dei suoi problemi tra un colpo e l'altro, raccontandoli in un modo a metà tra il serio e lo scherzoso—prima ai suoi amici, poi anche ai mafiosi, con cui aveva iniziato a giocare sempre più spesso da quando Nola gli aveva stretto la mano. Non so, diceva, ho questo problema, questo grosso problema, e non so cosa fare. O, più nello specifico: ho questo socio, magari dovrei parlarvi di lui, magari potete darmi una mano… L'unica cosa più allarmante del fatto che Bobby stesse oltrepassando quella linea era il silenzio che accoglieva le sue parole.

***

Presto queste esternazioni si erano fatte sempre più regolari, e lui aveva quasi del tutto abbandonato il tono scherzoso, non solo sul campo da golf, ma anche alla Buca 19, dove prima di quel momento era raro vederlo. Secondo una voce che girava al club, da giovane aveva giocato a basket per la Seton Hall, ma era stato cacciato dalla squadra perché beveva. Dopo quel momento era divenuto famoso perché non beveva mai, anche se lavorava nel campo degli alcolici. Per quanto possa dire io ora, se ne intendeva di vino. Un giorno—credo perché aveva sentito dire, da qualche parte, che volevo fare esperienza di un ambiente diverso da quello in cui vivevo, delimitato da un lato da Parkway e dall'altro da Turnpike—mi aveva raccontato una storia su mio padre e i suoi amici. Ha detto che una volta, per scherzo, aveva portato al loro poker del venerdì sera una bottiglia di vino di altissima qualità proveniente dalla cantina del suo negozio di New York—solo per farsi bello con i ragazzi, mi aveva detto, perché in realtà solo lui avrebbe saputo apprezzarne il sapore. Era stato un grave errore. Chi è che aveva affettato delle pesche come contorno? aveva detto. Chi ci aveva versato dentro del ginger ale? Chi l'aveva allungato con l'acqua frizzante? (Nel dirlo, aveva girato sul dorso la sua grossa mano.) Mai più, aveva concluso. Credo che questa sia stata l'unica volta che Bobby Altieri mi abbia mai parlato, eccetto quando lo faceva per chiedermi una mazza sul campo da golf, anche se in quelle situazioni preferiva avere un caddy che sapesse qualcosa del gioco: Julius Hankey, un ragazzo afroamericano, l'unico adulto tra noi, che in estate viveva nella baracca sul campo e che ci ha insegnato tutto quello che sappiamo del mestiere. In ogni caso, Bobby non era un bevitore incallito—ma in quel momento lo era, stava ricominciando. E più beveva, più diceva cose che non avrebbe dovuto dire.

Al bar, perlomeno, i suoi amici avevano la possibilità di controllarlo, di allontanarlo e di impedirgli di mettersi nei guai. Carmen, il capo indiscusso del gruppo, aveva provato a parlargli nel parcheggio del club. Hai dei problemi: ma chi non ne ha? Aveva iniziato a dirgli Carmen. Tu, aveva risposto Bobby. Quando ne ho, aveva detto Carmen, ne parlo ai miei amici, non a persone a cui non devo. Bobby si era guardato intorno e si era rivolto a mio padre e agli altri, che si erano messi a semicerchio intorno a lui. Che c'è? Aveva detto. Tutto d'un tratto dobbiamo rendere conto a Carmen delle persone con cui parliamo? Quando si era accorto che in quel modo non otteneva il supporto di nessuno, aveva cambiato strategia: Poi, chi ha detto niente a nessuno? Sto solo qui, gioco a golf e mi diverto. Proprio quello che devi fare, ha detto Carmen. Proprio quello che dovresti fare. Giusto, aveva detto Bobby. Giusto, aveva detto Carmen. Chi te l'ha chiesto? Aveva detto Bobby. E così si era conclusa la loro conversazione, che non aveva risolto niente.

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C'era una storia su Carmen Desirio, sulla prima volta che suo padre gli aveva lasciato supervisionare la costruzione di un edificio, un piccolo magazzino di una fabbrica che produceva pannelli di alluminio ad Avenel. Il giorno in cui avrebbero dovuto costruire le fondamenta, che dovevano esser profonde due metri e mezzo, Carmen era stato sul posto a ispezionare il sito sin dall'alba, dicendo agli operai di fare questo, spostare quello, preparare il resto—proprio come aveva visto fare a suo padre. Poi, appena dopo l'alba, aveva dato agli uomini il segnale e questi avevano versato il cemento che aveva riempito il buco, che in superficie era di quattro metri e mezzo per sei. A mezzogiorno le fondamenta erano quasi pronte; alle cinque erano dure come un cubetto di ghiaccio su un vassoio. In quel momento era arrivato il padre di Carmen sulla sua Lincoln. Era sceso. Carmen lo aveva salutato fiero di sé. Il vecchio non aveva detto molto, aveva fatto solo qualche domanda. Questo era stato fatto giusto, quello era stato fatto giusto? Sì, sì. E le fondamenta, si era trovato lì quando avevano colato il cemento? Era stato lì, era stato lì due ore prima. Hai misurato il buco? Aveva chiesto il padre di Carmen. Carmen aveva detto che era profondo due metri e mezzo, che era stato in piedi proprio lì. Il vecchio aveva detto, Non è quello che ti ho chiesto. Ci sei entrato e l'hai misurato tu stesso? Secondo la leggenda, il padre di Carmen era tornato alla macchina e aveva tirato fuori dal bagagliaio una sedia pieghevole, una sedia da spiaggia da due dollari, l'aveva aperta e ci si era seduto sopra. Era rimasto seduto lì mentre Carmen faceva rimuovere le fondamenta di cemento, a pezzi, usando due gru fatte venire apposta da un altro cantiere. Erano andati avanti fino a oltre la mezzanotte, e il vecchio non si era mosso da lì per tutto il tempo. Quando tutti i pezzi di cemento erano stati rimossi, si era fatto aiutare da suo figlio, si era arrampicato dentro il buco, e aveva tirato fuori un metro grosso quanto il palmo della sua mano, di quelli che usano i sarti.

Quando l'aveva misurato, aveva scoperto che il buco era profondo due metri e mezzo. Bene, aveva detto. Era tornato alla macchina e se n'era andato. Non mi hanno mai raccontato se poi i pezzi siano stati rimessi a posto o si sia dovuto colare altro cemento. Anni dopo, mio padre mi ha fatto vedere di che edificio si trattava, mentre mi riaccompagnava a casa, a New York, una sera che avevo cenato con lui e mia madre a casa loro. Il punto è che Carmen un po' ne sapeva su ciò che si può e non si può fare nella vita, e sapeva che quando qualcuno traccia una linea la si deve rispettare, visto poi chi era quel qualcuno. Carmen sapeva come ci si divertiva, ma sapeva anche dov'erano i tiranti di acciaio che tenevano insieme la trama delle cose, ed era questo che avrebbe tentato di insegnare a Bobby, se solo Bobby fosse stato a sentirlo. Il che non era successo. La conversazione nel parcheggio che avrebbe dovuto metterlo in guardia non aveva portato a nulla. Per come l'aveva vista Bobby—questa è stata un'osservazione che mi ha fatto mio padre, che ho ascoltato con attenzione, perché sapevo che mio padre voleva bene a entrambi—Carmen era solo un ragazzo che aveva avuto un cucchiaio d'argento su per il culo dal giorno in cui era venuto al mondo e non aveva mai avuto il genere di problemi che lui, Bobby, stava avendo: quel problema con il suo socio, Sandy, che viveva a New York, quel problema che schiacciava Bobby e lo portava a fare quello che faceva. Ho chiesto a mio padre esattamente di che problema si trattasse. Lui me l'ha detto, e credo l'abbia fatto perché ha deciso che era tempo che io sapessi come andavano le cose.

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Mi ricordo il posto in cui ci trovavamo quando ne abbiamo parlato: una tavola calda incastrata tra un'impresa di pulizie e un cinema, di fonte alla Newark Library. Stavamo passando la giornata in biblioteca, insieme, una cosa già sorprendente di per sé, perché a quanto ne sapevo era l'unica volta in cui mio padre era stato in biblioteca e aveva oltrepassato le sue grandi porte di legno. Quel giorno c'era venuto perché stava lavorando su una nuova tecnica per placcare l'alluminio. L'alluminio non si può placcare davvero; quello che si fa invece è un processo difficile e costoso detto "brasatura." Mio padre aveva passato mesi a "sperimentare," come lo chiamava lui, nel nostro garage, di notte, cercando un modo per rendere il processo più semplice. Quando ci era riuscito, il risultato era stato così stupefacente che un paio di ingegneri di due grandi aziende con cui lavorava, del calibro della Raytheon e della Bell Labs, gli avevano detto che avrebbe dovuto brevettarlo. Quando aveva risposto loro che non sapeva nulla di brevetti, quelli gli avevano detto di andare in biblioteca, dove avrebbe trovato gli archivi dell'ufficio brevetti e avrebbe potuto controllare se qualcuno avesse mai brevettato una scoperta del genere. Mi aveva portato con lui, forse perché intuiva che conoscevo la biblioteca meglio degli stessi bibliotecari, o forse solo per avere compagnia in un ambiente a lui estraneo. Entrambe le ragioni andavano bene, per quanto mi riguardava. In quel momento stavamo facendo una pausa, mangiando dei panini con la salsiccia e delle polpette di carne in una tavola calda dall'altro lato della strada, e lui si sentiva bene, nostalgico per i tempi in cui era cresciuto in questa città, ricordando i giorni in cui il cinema accanto al locale dove ci trovavamo era una sala da ballo dove una volta era andato a sentire un concerto di Harry James. Sapevo che era di un umore che mi consentiva di chiedergli qualsiasi cosa. Questo è ciò che mi ha raccontato:

Bobby Altieri aveva un socio di nome Sandy Grusskopf. Era stato Sandy che, tenendone la metà per sé, aveva venduto a Bobby il negozio di liquori—e a un buon prezzo, il che avrebbe dovuto far pensare a Bobby che c'era qualcosa che non andava. Quando l'aveva comprato, il negozio si trovava a un paio di isolati da Herald Square e faceva buoni affari, per cui Bobby, sull'onda dell'entusiasmo, aveva venduto il negozio che gestiva prima, vicino Columbus Circle, e aveva allargato il nuovo senza pensarci due volte. Ma questo era avvenuto prima che sapesse con che cosa avrebbe avuto a che fare, e cioè che il suo socio aveva il vizio delle scommesse e aveva sempre bisogno di soldi. Sempre più soldi; tutti gli incassi del negozio venivano sperperati così. Il suo socio stava facendo fallire il negozio. Bobby stava per perdere tutto, il negozio e la sua casa a Iselin, che aveva ipotecato per allargarsi. Prima aveva dovuto obbligare suo figlio a lasciare il college; poi era stato costretto a vendere una delle sue auto; a un certo punto si diceva che non potesse più permettersi l'abbonamento al club… Il socio di Bobby lo stava uccidendo. Non sapeva più che pesci pigliare.

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***

Una mattina di agosto Bobby Altieri era andato ad aprire il suo negozio, a New York, e aveva trovato le finestre rotte, la porta scardinata e intere rastrelliere di vini e liquori fracassate sul pavimento. Il suo compagno, Sandy, era già lì, seduto su una sedia presa dall'ufficio sul retro che non era stata sfasciata, e gli aveva spiegato tutto. Non era sconvolto quanto Bobby avrebbe sperato. Sandy gli aveva detto che era stato solo un messaggio inviato dal suo allibratore, che era stato solo un malinteso. Il giorno prima aveva avuto un colpo di fortuna con le corse, a Saratoga, ed era sicuro che quello sarebbe stato il punto di svolta, che la sua serie di perdite sarebbe finita. Nel frattempo, però, aveva chiesto a Bobby un prestito. Bobby gli aveva detto di ammazzarsi. Sandy gli aveva detto che capiva; gliel'aveva detto come se Bobby gli avesse detto che gli spiaceva ma che non poteva aiutarlo. Sandy aveva un'alta tolleranza alla catastrofe. Aveva proseguito dicendo che a riparare il negozio ci sarebbero voluti solo pochi giorni. Poi, avrebbero potuto riaprire, magari organizzando un grande "sconto di riapertura," un'ottima iniziativa che avrebbe portato un bel po' di soldi freschi—soldi che lui avrebbe potuto usare, aveva detto, per approfittare del suo momento fortunato. Nel frattempo Bobby si era ormai calmato, almeno esteriormente. Aveva detto a Sandy di bere un caffè; puzzava di whisky. Sandy aveva sorriso e aveva detto che era una buona idea.

Più tardi, quel giorno, Bobby era andato in banca e aveva parlato con l'addetto ai prestiti, una donna che conosceva da quando l'aveva coinvolta nell'acquisto del negozio. Le aveva detto quanti soldi gli servivano per riaprire dopo che quella notte si era verificato un attacco vandalico al negozio. Aveva incontrato un fermo rifiuto. La banca non voleva più dare credito a un negozio che sembrava incapace di risollevarsi. Le dispiaceva dirglielo. Le piaceva Bobby, come piaceva alla maggior parte delle persone, in particolare le donne, e aveva il presentimento, anche se non glielo aveva detto così, che non fosse Bobby il problema.

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Il giorno dopo era un sabato. Bobby aveva organizzato una partita alle sette, ma aveva dato forfait per giocarne invece una alle nove e mezza insieme a Vincent Nola e a due suoi associati. Bobby aveva giocato un paio di buche senza dire nulla, cercando di rimanere concentrato sul gioco, ma poi, avendo trovato quello che considerava il momento giusto, aveva detto loro qualcosa tipo, Probabilmente avrete saputo che il mio negozio è stato distrutto, o Immagino che abbiate sentito parlare di quello che è successo al negozio. All'inizio, come al solito, nessuno aveva detto niente. Bobby si era spinto un po' più in là. Ve l'ho già detto, aveva detto, ho questo socio, questo figlio di puttana; sarà la mia rovina se non faccio qualcosa… Questa volta uno di loro gli aveva risposto, un tizio dai capelli rossi che di nome faceva Nick qualcosa, con una voce calma, ma con un vago ammonimento in essa che la faceva sembrare un po' stanca: Che ne dici se giochiamo a golf e basta, aveva detto Nick qualcosa. E questo era stato esattamente quello che Bobby aveva cercato di fare, anche se ci era riuscito solo per pochi minuti. Perché a quel punto i suoi sentimenti lo aveva vinto, e lui non aveva potuto fare a meno di aggiungere, No, dico solo che, o lui ammazza me o io ammazzo lui, in un modo o nell'altro… A quel punto lo stesso Nola si bloccato durante lo swing e, con la mazza in mano, si era girato a guardare Bobby. Nola era abbastanza importante da non aver bisogno di parlare e, dal modo in cui l'aveva guardato, Bobby aveva capito che Nola lo aveva sentito. Non aveva detto né sì né no, non aveva fatto alcun cenno, ma sapeva che Vincent Nola lo aveva sentito, e questo era tutto. Questo era ciò che ci aveva detto Dick LaFave che era stato il suo caddy per quella partita. E Bobby sembrava aver capito il messaggio, ci ha detto LaFave, perché aveva giocato le diciotto buche senza più tirar fuori l'argomento. Ma domenica, il giorno dopo, di nuovo Bobby non era riuscito a contenersi e aveva fatto di tutto per trovare Nick, quello che aveva provato a dirgli di smetterla. Si era assicurato di parlargli in un momento in cui Nola non era in giro e aveva detto, prima che Nick potesse fermarlo, Lo so, ho capito, ma non sto mentendo. Ho bisogno di un piccolo aiuto. Questa volta Nick non gli aveva risposto e, voltandosi bruscamente, se ne era andato come se le onde sonore che portavano la voce di Bobby non fossero riuscite a raggiungerlo.

***

Una mattina, poco tempo dopo, Bobby Altieri era uscito dal portone della sua casa di Iselin—su due piani con la facciata dipinta color pastello, come la maggior parte della case della zona, e con un giardino privato delle dimensioni di un francobollo. Aveva le chiavi in mano. Stava prendendo l'auto per andare alla stazione e prendere il treno per andare in città. Preferiva fare il pendolare in treno invece che guidare, perché così riusciva a leggere la pagina dello sport durante il viaggio, non doveva preoccuparsi del parcheggio e al ritorno poteva dormire per tutto il tragitto. Era qualche minuto prima delle otto di mattina, e la giornata non era ancora calda. Non era ancora arrivato al garage quando gli si era avvicinata una macchina che ha creduto di riconoscere. Era una Buick Riviera verde chiaro, ultimo modello, il top della linea, scintillante nel complesso ma che aveva bisogno di un lavaggio sul retro: le portiere e i parafanghi posteriori erano macchiati di fango, come se fosse stata appena guidata attraverso un campo. Si era fermata di fronte alla casa. Vincent Nola si era affacciato al finestrino del passeggero. Indossava una giacca—una tenuta in cui Bobby non l'aveva mai visto, dato che si vedevano solo durante i fine settimana ed era un giovedì: due settimane dopo che il negozio di Bobby era stato distrutto. Nola gli aveva fatto un cenno. Vieni qui, diceva il gesto. Bobby si era avvicinato. Nola gli aveva fatto cenno di guardare sul sedile posteriore.

C'era un corpo lì, il corpo di un uomo morto, a faccia in giù sul sedile. Bobby l'aveva solo intravisto prima che l'auto si allontanasse, lasciandolo solo sul marciapiede.

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Era rimasto lì e si era improvvisamente sentito torcere le budella. Era pazzo di paura. Nello stato in cui si trovava, non riusciva a pensare che al momento presente potesse seguirne un altro; in qualche modo tutto sarebbe dovuto esplodere. Aveva fatto uccidere un uomo, e pensava che la sua vita sarebbe finita per quello, che non sarebbe stato più in grado di camminare o di respirare, e continuava a ripetere, Oddio, ma non stava chiedendo aiuto a Dio, si sentiva che lo diceva, che lo urlava, e cercava di rimangiarselo, ma sentiva di vivere in un altro mondo, separato da questo, e che non c'era modo per tornare indietro, indietro alla sua casa, alla sua vita, avrebbe continuato solo a tremare e sarebbe andato in pezzi se avesse incontrato qualcuno e avesse dovuto fingere di essere quello che era prima nonostante ciò che era successo e ciò che aveva fatto. Era troppo spaventato per pensare a cosa fare, le chiavi nella sua mano sembravano pesantissime, e le vedeva ondeggiare tra le sue dita e si aggrappava a esse, anche se gli sembrava che le stesse tenendo in mano qualcun altro, tanto lontano era da se stesso e dalla sua stessa mente.

Poi aveva sentito la macchina tornare di nuovo. Aveva fatto il giro dell'isolato e aveva accostato proprio come aveva fatto prima. Bobby era rimasto fermo mentre, questa volta, Vincent Nola scendeva dalla macchina, cosa che prima non aveva fatto, e faceva un paio di passi nella sua direzione, mentre Bobby era troppo debole e tremante per avvicinarsi.

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Rilassati, aveva detto Vincent Nola. Rilassati, questo non è il tuo socio. Bobby non aveva reagito, così lui gliel'aveva ripetuto. Questo non è il tuo socio. Volevamo solo farti sapere cosa si prova.

***

Bobby aveva aperto la bocca, ma non ne era uscito alcun suono, che andava bene perché non sapeva che cosa dire. Aveva guardato dentro la macchina e poteva effettivamente vedere una gobba scura nel posto dove si trovava il corpo. C'era ancora un cadavere là dentro, ma non era quello del suo socio. Nola lo aveva appena detto.

Nola l'aveva guardato ed era stato in grado di leggere i pensieri che gli attraversano la mente. Sembrava sapere esattamente quali pensieri fossero.

Bene, aveva detto Nola dopo una lunga pausa. Ascoltami: va tutto bene. Ora sta' zitto e gioca a golf. L'aveva detto come se fosse tutto, come se fosse il motivo per cui aveva fatto tutto ciò. Poi era tornato in macchina e se ne era andato.

Più tardi, Bobby aveva detto di non ricordarsi per quanto tempo fosse rimasto là fuori. Questo è quello che aveva detto alle due persone, le uniche due persone, a cui aveva raccontato quanto successo quella mattina: una di queste persone era mio padre, l'altra era Carmen. Bobby aveva sentito di dover raccontare a Carmen tutta la storia perché Carmen aveva ragione quando gli aveva detto quelle cose, quella volta nel parcheggio. Io, quando ho sentito la storia, non riuscivo a smettere di pensare al fatto che qualcuno possa avere un cadavere in macchina da usare solo per chiarire un messaggio.

John Romano ha scritto le sceneggiature di The Lincoln Lawyer e di Come un uragano, e ha scritto e prodotto un sacco di serie tv.