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Com'è tornare a usare internet dopo dieci anni offline

Quando mi hanno condannato a dieci anni dietro alle sbarre, sapevo che sarebbe passato un sacco di tempo prima di potermi connettermi di nuovo. E niente è cambiato come internet in questi dieci anni.

di Daniel Genis
02 marzo 2015, 9:19am

La nuova identità digitale dell'autore.

Dieci anni è una quantità di tempo difficile da definire. Per i moscerini e i bambini, è più o meno l'eternità. Senza considerare i miei primi sette anni su questa terra—di cui ho solo vaghi ricordi di funzioni corporee—dieci anni è un terzo della mia vita. Per internet, nato in sordina nel 1969, dieci anni possono essere tantissimi o pochi, a seconda di quelli a cui ti riferisci. I primi anni furono privi di grandi eventi, ma l'ultimo decennio è stato assolutamente rivoluzionario.

È un vero peccato essermelo perso in toto.

Il regno digitale non aspetta nessuno. Quando sono stato condannato a 12 anni di carcere, sapevo che avrei dovuto aspettare almeno 123 mesi prima di essere di nuovo online. Quando mi hanno rilasciato, un anno fa, dopo dieci anni e tre mesi, le lezioni di informatica non mi servivano più a niente. Il 21esimo secolo non è più agli inizi come nel 2003, il panorama è cambiato e tornare alla vita vera è stato uno shock.

Una volta internet era confinato nei suoi spazi, ma mentre ero in prigione, è riuscito in una fuga rocambolesca. I telefonini con un computer al loro interno hanno portato il web ovunque. I social media sono un nuovo spazio di interazione, che già ha la sua etichetta, le sue regole, i suoi valori. È ormai dato per scontato che, insieme a una macchina fotografica e a un aggeggio che riproduce musica, nelle tasche di chiunque si possa trovare tutto lo scibile umano.

In prigione nello stato di New York ho incontrato un sacco di persone che non erano ancora riuscite ad adattarsi, non avevano mai imparato a digitare su una tastiera, a usare un computer—in casi estremi, a leggere. Avevano perso ogni contatto con il mondo nel momento in cui sono finiti in cella. Armato di abbonamenti a riviste per combattere il vuoto, io leggevo il New York Magazine per cercare di restare aggiornato. I critici musicali mi tentavano con nuovi generi che non potevo ascoltare; lo stato di New York ha costruito le sue prigioni nelle zone rurali, lontano dai ripetitori di electroclash e bhangra. Ai reclusi sono concesse solo le musicassette, il che significa che il classic rock, il country e l'hip-hop vecchio di decenni sono i generi più ascoltati. Alcune delle 12 prigioni che ho visitato prendevano le frequenze delle radio universitarie; in quei casi riuscivo a cogliere qualche sprazzo, ma sono i passi avanti della tecnologia con cui era difficilissimo stare al passo.

Ho letto ogni numero di Wired e carpito quello che potevo dai nuovi arrivati con qualche esperienza su Facebook. Nonostante sia riuscito a scorgere una tv a schermo piatto e a mettere le dita (illecitamente) sul touchscreen di un poliziotto, ho sentito la vita reale proseguire a debita distanza da me. Non aiutava il fatto che i miei compagni appartenessero alla fetta meno tecnologica della società americana; avrebbero benissimo potuto soprannominarsi luddisti, se avessero saputo cosa voleva dire.

Sono nato nel 1978, faccio parte dell'ultima generazione americana la cui vita sociale non è dominata dal digitale. Non ho mai trovato feste grazie a una app. Non ho mai mandato nervose e-mail a una ragazza, e non ho mai usato le chat room per parlare coi miei compagni di classe. BBSed era per i nerd, consegnare i compiti in versione stampata era per i leccaculo, e telefonare costava così tanto che provavo un gran gusto a pensare che con i 25 centesimi che risparmiavo inserendo nella fessura una graffettapotevo comprarmi una birra. Per spacciare si usavano i cicalini, ma quando ho avuto 18 anni e volevo prendere le pose da spacciatore, non potevo permettermene uno valido. Il mio cercapersone non aveva lo schermo, e produceva un bip sinistro se qualcuno mi lasciava un messaggio in segreteria. Le feste erano pubblicizzate da flyer meravigliosi, e io sapevo a memoria tutti i numeri di telefono dei miei amici. Li so ancora.

A febbraio, nella macchina che mi ha portato a casa, c'era un tablet. La disponibilità di informazioni mi ha completamente esaltato, e mi esalta tuttora. Mi sono immerso totalmente in internet, e internet funzionava molto meglio di prima! Non c'era discussione, Wikipedia è una bomba in confronto alla mia amatissima Enciclopedia Britannica rilegata in pelle. Il porno ora è gratis, e pure molto più spinto. Two girls one cup mi aveva incuriosito quando potevo solo leggerne, ma vedere il video è stata una cosa che non potrò mai dimenticare.

Cerco di tenermi lontano dai giochi perché perdo già abbastanza tempo sui social media. Facebook mi ha aiutato tantissimo a riconnettermi con i miei amici e conoscenti. Per un ex galeotto non c'è alleato migliore, e con un po' di furbizia può anche aiutarti a rendere nota la tua storia. Per un lavoro come il mio, in cui è necessario un pubblico, il digitale è un gran regalo. Skype mi ha permesso di tenere una lezione a un dipartimento di filosofia di un'università di Vancouver quando ero in libertà vigilata e non potevo spostarmi. Ogni film, ogni programma tv che mi sono perso è disponibile online. Posso commentare ogni sito. Posso addirittura twittare.

Detta così, sembra che questi sviluppi mi piacciano senza riserve, ma la realtà è più complessa. Una metafora illustrativa: in Fuga da Los Angeles, Kurt Russell entra in possesso di un aggeggio che gli permette di far saltare la corrente in tutto il mondo, e creare una nuova età delle tenebre. Per farlo deve digitare 666, e invece di restituire al presidente il telecomando, compone il numero.

Ecco, io per sicurezza lo comporrei due volte.

Non ho problemi con internet, mi ci trovo bene. Ma internet è ormai parte della vita di tutti i giorni. I motori di ricerca fanno da arbitri di qualunque scommessa da bar, ma non ti aiutano ad attaccare bottone con la ragazza che potrebbe rendere quella notte meno fredda. L'arte delle descrizione è stata rimpiazzata dall'accuratezza di foto e video—più esatte, meno stimolanti. Facebook fa in modo che nessuno dimentichi il mio compleanno, ma lo svuota di significato. Sono i programmatori che mi mandano gli auguri; affidandosi alla funzione, i miei amici si sono da tempo scordati che giorno sia il mio compleanno. L'informazione è un fiume in piena, ma è così superficiale. Un tempo, il fatto che per consultare internet dovessi avere un computer conteneva questo impoverimento, ma ora le cose sono cambiate.

Stare in carcere è un'erosione della personalità: il numero diventa il tuo nome e le uniformi rimpiazzano i vestiti. I carcerati scarabocchiano motti sulle pareti della prigione come tentativo di espressione di sé. Le menti più limitate non fanno altro che scrivere insulti; inevitabilmente qualcuno "succhia gli uccelli", a volte ci sono pure le illustrazioni. Anche io ho dato il mio contributo, anche se non so disegnare.

Per scherzo ho scritto "Yale '96" sotto le tag dei Blood e i memento dei Latinos. Una volta che volevo essere più diretto ho citato Cicerone, Omnia mea mecum porto. Mi stava a pennello, in quella condizione. Prima che finissi in carcere, la mia istruzione mi rendeva "piacevole" agli occhi dei miei amici, "colto" nel corso delle conversazioni formali, e "un cazzo di so-tutto-io" alle mie spalle. In carcere, dove il 68 percento dei detenuti non ha un diploma superiore, ero praticamente un genio.

Comunque, dopo essere stato rilasciato ho scoperto che tutto il tempo passato a raccogliere informazioni mi rendeva solo bravo a Chi vuol essere milionario. I quiz che prima risolvevo per impressionare le ragazze potevano essere risolti dagli smartphone. Parole oscure in lingue ancora più oscure, ringraziare i camerieri in lituano, elencare i domini asburgici—è tutto alla portata di chi sa usare i polpastrelli. Grazie ai nuovi prodotti della tecnologia, internet si è appropriato a mani basse dell'omnia mea. Non lo perdonerò mai.

Riabituarsi alla libertà dopo una sentenza così lunga era considerato tanto difficile che ho anche dovuto fare un corso. I nostri insegnanti erano persone che avevano passato dentro 20 anni. Anche se erano i meno qualificati, avendo passato decine di anni lontano dalla società, gli ex carcerati l'avevano reclamato, perché era retribuito. Durante quelle lezioni mi hanno insegnato come maneggiare un libretto degli assegni e messo in guardia sulle difficoltà del reinserimento. In prigione, l'argenteria si restituisce con molta cura, perché farti trovare con una forchetta può costarti 90 giorni in isolamento. Ci hanno raccontato di ex galeotti che dopo i pasti riconsegnavano i cucchiai alle madri. Attraversare la strada era un pericolo. La folla e la tecnologia mi avrebbero fatto perdere la testa. Riadattarsi è una questione di osservazione, ma io avevo una partita completamente nuova da giocare.

Dieci anni di letture voraci sono serviti, per quanto possibile, a impedirmi di diventare un bruto. Le comunicazioni con la mia famiglia, i giusti programmi in tv (telegiornali, magari, invece che cronache sportive), la radio e i contatti con i nuovi arrivati mi sono stati d'aiuto, ma mi ero completamente perso il potere di internet. Non andavo online dai tempi di Computerserve.

Non sembrava che le cose fossero cambiate così tanto. Prima che entrassi in prigione, c'erano già i laptop e le telecamere e i Blackberry. Ma la novità è la funzione di internet nel creare relazioni interpersonali, e la cosa scioccante è che la società l'ha assorbita senza battere ciglio. Anche la vita sociale degli adulti è mediata dal digitale. Una volta quando mi invitavano alle feste potevo confermare la mia presenza con una telefonata. Oggi ci sono le pagine degli eventi, che hanno la stessa funzione, ma il fatto che siano interattive le rende molto più che una versione digitale di una cosa preesistente. Posso sapere chi altro è invitato, chi ha rifiutato, e se posso portare anche i miei amici. Cercare qualcuno su Google è un controllo preliminare necessario, ma ancora una volta, non è un'arma a senso unico. Dato che mi aspetto di essere a mia volta cercato, mi creo un'immagine e la curo e controllo nei minimi dettagli. È molto importante per chi ha precedenti penali—grazie alla stampa, di solito abbiamo meno voce in capitolo. Cosciente di questo, gestisco un sito in cui racconto la mia storia, e ho una pagina Wikipedia. Dato che ho avuto compagni di cella chiamati per dieci anni con nomi sbagliati, apposta o per errore, so quanto è importante avere il controllo della propria immagine.

Una vera e propria etichetta del mondo digitale si è sviluppata lentamente, dato che tutti davano per scontato che fosse nota. Come risultato, all'inizio ho fatto molti passi falsi; alcune delle vittime di questi passi falsi sono state comprensive, sapevano che ero stato lontano dal mondo digitale, altre no. Mi hanno detto di non postare foto e link sulle bacheche altrui senza permesso. Ho fatto del mio meglio, chiedendo quando non ero sicuro, e sono anche riuscito a presentare la mia sconfitta del 2003 nella luce migliore. Facebook mi ha permesso di rientrare nel mondo in un modo prima impossibile, e a bloccarmi è stata solo una mia ex. Ovviamente, anche lei ha dei guai con la giustizia—Google funziona allo stesso modo per tutti.

Non mi è dispiaciuto troppo rinunciare a un po' di privacy per raccontare la mia storia, soprattutto perché il mio lavoro consiste proprio nello scrivere. Ho imparato le regole e ho accettato che tutto il mio sapere, oggi, serve solo a buttarlo lì in modo divertito. Ma io ricordo un modo senza uno schermo digitale frapposto tra noi e l'affetto. Forse mi manca semplicemente quello stagno più piccolo in cui ero un pesce più grosso, o forse risento di aver ottenuto un'onniscienza immeritata dopo aver imparato a contare in turco. Ma so che non posso lottare contro il futuro. Come si fa a tornare indietro?

Certo, un modo c'è. È solo che non voglio.

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