Siamo andati a vedere quanto è messo male Expo con i lavori

A poco più di un mese dall'inizio di Expo ci siamo fatti un giro tra i lavori che non vedranno mai la fine, per capire cosa è diventato l'evento in questi anni di lotte di potere, deroghe al codice degli appalti e colate di cemento su Milano.

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23 marzo 2015, 9:29am

L'Expo Gate davanti al Castello Sforzesco. Tutte le foto dell'articolo sono state scattate da Stefano Santangelo tra il 16 e il 17 marzo.

Non c'è dubbio che tra scandali giudiziari, infiltrazioni mafiose, traduzioni che fanno impallidire Google Translate e un assortimento verybello di catastrofi comunicative, per Expo 2015 sia stata durissima arrivare fino a qui. Ma ormai manca poco più di mese al taglio del nastro.

Il 13 marzo 2015 il primo ministro Matteo Renzi ha fatto un sopralluogo all'interno del Grande Cantiere, tra i circa tremila operai che lavorano giorno e notte per portare a termine l'impresa. "Siete l'anima e il cuore di questo cantiere," ha detto tra un selfie e una stretta di mano. "Dovete lavorare con l'orgoglio di chi sta costruendo una grande cattedrale laica. Ce la faremo come è sempre nel nostro dna, magari facendo un po' di corse alla fine."

Lo stesso giorno, Expo ha caricato sul proprio canale YouTube l'ultimo episodio di "Belvedere in città," una serie di video ripresi da un drone per mostrare l'erezione della "cattedrale laica" che dovrebbe essere presa d'assalto da venti milioni (o forse dieci?) di visitatori da ogni angolo del globo, pronti a spendere a più non posso e inondare Milano di soldi.

La realtà, tuttavia, è decisamente meno ottimista di quanto dia a intendere Renzi e di alcuni articoli apologetici che definiscono il cantiere uno "straordinario laboratorio di costruzione" che cresce con una "vertiginosa rapidità."

Stando al "cruscotto dei lavori"—che oltre a essere di difficile consultazione sembra non essere troppo aggiornato—nel sito di Expo, solo il 18 percento dei lavori sarebbe effettivamente completato. Per il commissario di Expo Spa Giuseppe Sala, invece, i lavori sono praticamente finiti, "obbiettivamente intorno al 90 percento." Antonio Lareno, responsabile della Cgil per Expo, si è mostrato molto meno convinto: "Al momento nessuno può dire esattamente a che punto siano. Lo sapremo solo dieci giorni prima dell'apertura dei cancelli."

Qualche giorno fa, inoltre, è venuta fuori la
notizia più imbarazzante sul reale stato di avanzamento dei lavori: ossia il bando per il "camouflage" delle opere che non saranno terminate il primo maggio. Si tratta di una gara per più di 2 milioni di euro, tra cui figurano anche gli "allestimenti delle quinte di camouflage"; in pratica, si spenderanno altri soldi per camuffare le aree incompiute, che secondo i calcoli del Fatto Quotidiano potrebbero ammontare a circa 11mila metri quadrati.
Il video girato da Q Code Magazine nel cantiere principale di Expo.

La questione dei ritardi è però solo uno degli aspetti più emblematici di cos'è Expo nel 2015, e soprattutto di cosa è diventato l'Evento in questi anni di lotte di potere, deroghe al codice degli appalti e colate di cemento su Milano.

Se si riprende il dossier di candidatura con cui Milano ha vinto nel 2008 contro Smirne, infatti, è incredibile notare come dell'ambizioso piano originario non sia rimasto praticamente nulla.

Tra le opere mai realizzate, solo per citare le più significative, c'erano la Biblioteca Europea, la Città dello Sport, la Città della Giustizia, la Città del Gusto e i progetti delle Vie d'Acqua (su cui tornerò più avanti) e delle Vie di Terra. In più, tutti i progetti più avveniristici e "verdi" sono stati abortiti uno dopo l'altro, smentendo clamorosamente la promessa di Letizia Moratti: "Milano diventerà sempre più bella e sempre più verde. Non ci sarà il cemento che qualcuno teme, non è nello spirito dell'Expo."

Il cantiere della M5 in piazza Gerusalemme.

L'occasione di trasformare radicalmente la città e i suoi dintorni era così ghiotta che si è voluto sfruttare Expo per rilanciare le grandi opere infrastrutturali, a partire—ad esempio—dalle tre nuove linee della metropolitana. Di queste, però, solo la M5 sarà ultimata del tutto (sebbene a Expo praticamente finito); la M4 è stata bloccata in certi punti proprio per non interferire con Expo, e sarà finita (forse) nel 2022; e la M6 è rimasta nel libro dei sogni.

Reti della M4 in piazza Frattini.

Poi ci sono le superstrade considerate fondamentali per Expo come la Zara-Expo, che tra costi extra e interdittive antimafia ha avuto una storia molto travagliata e probabilmente sarà finita a esposizione iniziata; e la Rho-Monza, che doveva essere "una delle principali strade di accesso a Expo dalla Brianza e dalla Svizzera" e invece sarà "un'opera provvisoria" funestata da "polemiche, ritardi e popolazione in rivolta."

Tra le opere connesse a Expo sono state infilate infrastrutture che, in realtà, con Expo c'entrano poco o nulla. Tra queste ci sono la Tangenziale Est Esterna di Milano (Teem), sui cui lavori la 'ndrangheta aveva messo le mani; la vecchia Pedemontana, di cui è stato inaugurato solo il primo tratto; e la BreBeMi, l'autostrada aperta nel 2014 che si è rivelata un flop di dimensioni epiche, e sulla quale gravano le pesanti accuse del procuratore Roberto Pennisi della Direzione Nazionale Antimafia—"La BreBeMi è servita a interrare rifiuti"—che tuttavia la società ha respinto.

Di come le premesse originarie di Expo siano state completamente stravolte ne ho parlato con Roberto Maggioni, giornalista e coautore del libro Expopolis. "L'Expo era partito un po' diversamente," mi dice. "Dopo la vittoria della gara internazionale si era cominciato a parlare di Orto Planetario come anche di un'eredità da lasciare a Milano dopo la fine dell'esposizione. Quel progetto voleva mantenere la vocazione agricola di Expo, e quindi tenerlo più in linea con il tema della sostenibilità e dell'agricoltura. Era un'idea di Expo meno novecentesca, meno da padiglione, meno da luna park."

Il progetto si è scontrato anzitutto con il regolamento stesso di Expo, che è un "format rigido," e successivamente è naufragato tra i litigi e le accuse reciproche della politica, lasciando campo aperto a volumetrie, cubature e, appunto, al luna park.


Lavori alla Darsena.

La scelta stessa del luogo in cui tenere l'Expo—una delle ultime aree agricole del nordovest di Milano schiacciata tra due autostrade, il carcere di Bollate e il Cimitero Maggiore—è per Maggioni "una sorta di peccato originale. Di solito le esposizioni universali si fanno su terreni pubblici; a Milano invece, il centrodestra di Moratti e Formigoni ha scelto di farlo su terreni privati, per metà di Fondazione Fiera, che in quegli anni (2006-2007) aveva i conti in rosso. Quella scelta ha condizionato tutta la fase di costruzione." E naturalmente il destino stesso dell'esposizione.

A parte gli incredibili tour virtuali della fiera promossi dal sito di Expo, quando mi sono fatto un giro a Rho-Pero non mi è parso di essere nell'Arcadia tecno-ecologica sbandierata sette anni fa, ma piuttosto in una specie di declinazione milanese di Blade Runner—con tanti saluti alla "sostenibilità", che teoricamente dovrebbe essere uno dei capisaldi della fiera.

Una delle riprove più lampanti del tradimento di questa vocazione ecosostenibile—ammesso e non concesso che sia mai esistita sul serio—la si vede chiaramente nell'area che sorge di fianco a Expo, Cascina Merlata.

Le torri di Cascina Merlata.

Durante l'esposizione, questo nuovo quartiere ospiterà il "Villaggio Expo" e accoglierà delegazioni e staff dei paesi partecipanti. Dietro al nome bucolico, tuttavia, c'è dell'altro. Il progetto, mi spiega Maggioni, nasce "dalle vecchie amministrazioni di centrodestra" ed è "l'antipasto di quello che è la commistione di affari tra Compagnia delle Opere, coop rosse e banche."

Per Gianni Barbacetto e Marco Maroni, autori del saggio Excelsior. Il grande ballo dell'Expo, Cascina Merlata è—al di là delle giustificazioni ufficiali—semplicemente "un'operazione immobiliare che rovescia nuovo cemento in una zona [...] che di tutto avrebbe bisogno tranne che di altro cemento."

E infatti, pur essendo una cosa sola (sono urbanisticamente connesse e servite dalle stesse infrastrutture), Expo e Cascina Merlata non vengono mai presentate insieme. "Cascina Merlata è il lato B dell'Expo," si legge in Excelsior, "ma non bisogna dirlo per poter continuare a proclamare che avremo un'Expo leggera e poco cementificata. La parte costruibile dell'area Expo è di circa 500.000 metri quadrati (una metà del sito, perché l'altra metà dovrà restare parco). Di 500.000 metri quadrati è anche l'area di Cascina Merlata [...]. In totale, dunque, un milione di metri quadrati ad alta densità edilizia."

Nei dintorni del cantiere principale e in giro per Milano, inoltre, è possibile imbattersi negli scampoli del progetto originario di Expo—una lunga scia di cantieri aperti, reti e barriere sparsi nel perimetro urbano di Milano.

La vicenda più incredibile è quella che riguarda le famigerate vie d'acqua, inizialmente pensate come un sistema di canali di oltre 20 km che avrebbe collegato la Darsena in piazza XXIV Maggio a Expo, rendendo Milano una città navigabile come Amsterdam e Venezia. Il costo previsto era di oltre 300 milioni di euro, poi ridotti a un centinaio.

Nel dossier presentato al Bie (Bureau International des Expositions), le vie d'acqua erano il fiore all'occhiello di Expo, e si potevano leggere descrizioni a dir poco immaginifiche: "Lungo la 'via' saranno piazzate installazioni per rendere il percorso immediatamente riconoscibile, anche di notte. Fontane illuminate segnaleranno le vie d'acqua, con bande di acqua e luce progettate verticalmente su nel cielo."

Insomma, doveva venire fuori una cosa del genere:

Il rendering del progetto originario delle Vie d'Acqua, 2007.

La brillante trovata si è scontrata sin da subito con una serie di problemi insormontabili, in primis l'orografia di Milano. La navigazione viene mestamente accantonata e si opta per "prendere acqua dal canale Villoresi, nella pianura a Nord della città, passare dai nuovi padiglioni e arrivare fino al Naviglio Grande." Il grosso guaio è che bisogna passare per alcuni quartieri a ovest di Milano e, soprattutto, per i parchi delle Cave, Trenno e Boscoincittà.

È nel 2013 che iniziano i problemi seri e, in un certo senso, si decreta il fallimento dell'opera. Le proteste dei cittadini e del comitato NoCanal bloccano i cantieri e il progetto si ridimensiona ulteriormente—come ha detto lo stesso Sala, ora "dovrebbe limitarsi a una pura opera idraulica."

Un tratto delle vie d'acqua Nord ad Arese.

Ad aggravare un quadro generale già molto precario ci si mettono anche le indagini della procura di Milano: tra settembre e ottobre 2014 vengono coinvolti il manager di Expo Antonio Acerbo e la Maltauro, le ditta vicentina alla guida dell'Ati (associazione temporanea di imprese) che aveva vinto l'appalto per le vie d'acqua Sud.

Tra l'altro, anche il cantiere della Darsena—che dal 2013 è diventato il luogo di pellegrinaggio preferito per gli anziani che guardano i lavori—è stato seriamente a rischio. Nel dicembre del 2014, infatti, la prefettura ha disposto un'interdittiva antimafia per una società capofila del progetto di riqualificazione, e firmato il commissariamento per non mandare all'aria dei lavori che, essendo nel cuore di Milano, devono tassativamente essere finiti all'inizio di Expo.


Il cantiere per la riqualificazione della Darsena, che dovrebbe essere pronta entro la fine di aprile 2015.

Tornando alle vie d'acqua Sud, il colpo di grazia per quest'ultime arriva nel novembre del 2014, quando il prefetto di Milano accoglie la richiesta del presidente dell'autorità anticorruzione Raffaele Cantone e dispone il commissariamento.

Per vedere cosa sia rimasto delle vie d'acqua mi sono fatto un giro nella periferia ovest di Milano. Quando arrivo in via Cancano, all'ingresso del parco delle Cave nel quartiere Baggio, la scena è piuttosto desolante: ci sono delle cesate abbandonate, blocchi di cemento e cartelli sovrastati dalla scritta "NO SGOMBERI." Di fronte a questo abbozzo di cantiere c'era il centro sociale Soy Mendel, sgomberato all'inizio di marzo.

Spostandomi nel quartiere Bonola, in via Quarenghi il cantiere esiste ancora ed è (più o meno) in attività. Essendo stato uno dei più bersagliati dalle proteste, davanti al cantiere c'è una volante della polizia in presidio fisso. Che gli abitanti non siano mai stati troppo entusiasti del cantiere lo si capisce osservando le scritte che circondando le barriere di jersey, piene di frasi come "il canale si ferma qui" e "giunta Pisapia siete degli ipocriti."

Per riepilogare la vicenda dal punto di vista di chi l'ha vissuta in prima linea ho sentito Luca Trada del comitato No Canal. "La battaglia è iniziata ormai un anno e mezzo fa," mi spiega, "quando nei parchi della periferia ovest di Milano sono apparse le cesate di cantiere. L'opera ci era parsa da subito inutile, costosa, nociva e assolutamente incompatibile con la destinazione di quelle zone. Abbiamo bloccato i cantieri, e dal comune era arrivata una proposta di trattativa. Poi, di fronte all'evidenza che la trattativa era solo un mezzo di dividere e guadagnar tempo senza sostanziali cambiamenti, la lotta è ripartita fino ad arrivare a febbraio 2014, con il comunicato di Expo che dichiarava che la via d'acqua a sud non si sarebbe più fatta, che i parchi non sarebbero stati attraversati e che ci sarebbe stata una soluzione tecnica per risolvere eventuali rischi allagamenti nel sito Expo."

Anche se il progetto originale è evaporato, Trada evidenzia come non sia stata comunque data "alcuna garanzie sulle bonifiche. A oggi, inoltre, non abbiamo nessuna conferma, garanzia o evidenza—se non qualche dichiarazione sui giornali—che dice che la via d'acqua non si farà davvero più e si fermerà all'Olona. Nero su bianco nessuno l'ha messo." Se i tentativi di far riprendere i lavori nei parchi dovessero ripartire," assicura Trada, "ritorneremo a fare quello che abbiamo fatto un anno e mezzo fa."

Più in generale, comunque, la vicenda delle vie d'acqua è "emblematica del fatto che i cittadini, attivandosi in maniera democratica e assolutamente pacifica, possono ottenere dei cambiamenti e risparmio di denaro pubblico." E l'azione di No Canal, sempre secondo Trada, "ha messo a nudo il modello Expo e le sue tante contraddizioni."

Il cantiere del sito espositivo, insomma, è solo una parte di un problema ben più esteso e che riguarda l'intera città di Milano, rimasta impigliata in questa sfilza di contraddizioni.

"Secondo me da Expo non è venuta fuori alcun tipo di idea di città," sostiene Roberto Maggioni. "L'unica cosa che ha fatto Expo è stato appiccicarsi con il suo marchio a ogni iniziativa che c'era già a Milano, su ogni cosa che c'era già in città. È vero che alcuni lavori urbanistici hanno subito un'accelerazione avendo come scadenza il primo maggio, ma è poca roba. Anzi, è nulla rispetto all'avere un'idea di città che guardi oltre il 2015."

Lavori alla Darsena.

E alla fine forse ha ragione l'economista e docente della Bocconi Roberto Perotti, per il quale "né la corruzione né i ritardi sono il problema principale di Expo 2015." Il problema è proprio il Grande Progetto in sé, "nato e cresciuto per un'amnesia collettiva della razionalità umana" e pompato dalla retorica che ha fatto crescere a dismisura le aspettative per l'evento.

Del resto, la stessa retorica l'ha usata anche Matteo Renzi nel corso del suo sopralluogo "motivazionale" al cantiere, quando ha declamato: "In ballo c'è l'idea stessa dell'Italia. Non è solo una partita che riguarda Milano e la Lombardia, ma la sfida del 2015 per il nostro Paese." Ecco, l'impressione è che queste parole prima o poi ci si ritorceranno contro—sempre che non l'abbiano già fatto.

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