Una nuova prospettiva sulla Città Murata di Kowloon, il ghetto cyberpunk preferito di internet

Fino alla sua demolizione completa, avvenuta nel 1994, la Città Murata di Kowloon, a Hong Kong, è stato uno dei luoghi più strani sulla terra.

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apr 8 2014, 10:29am


Una foto dell'architetto Paul Rudolph. Immagine: Library of Congress.

Fino alla sua demolizione completa, avvenuta nel 1994, la Città Murata di Kowloon, a Hong Kong, è stato uno dei luoghi più strani sulla terra. Nel momento di massimo splendore, sul finire degli anni Ottanta, circa 33.000 persone vivevano schiacciate nei circa tre ettari delimitati da questa ex cittadella militare. La necessità di alloggiare così tante persone in uno spazio così ristretto aveva obbligato il centro a espandersi verso l'alto, dando luogo a una suburra verticale ad altissima densità. 

Le condizioni di vita erano terribili, in parte dovute alla concentrazione di così tante persone in così poco spazio, in parte eredità del controllo della Triade. Come ha evidenziato un articolo del South China Morning Post uscito nel 1995 per promuovere il parco da 61 milioni di dollari che ha rimpiazzato la città, la Città Murata di Kowloon è rimasta in preda "allo squallore e all'anarchia" fino a quando non è stata demolita.

"La città—l'unica parte di Hong Kong che il governo imperiale cinese si era rifiutato di cedere alla Gran Bretagna—era conosciuta per le prostitute, le fumerie d'oppio e i dentisti senza licenza," si legge nell'elogio funebre scritto da John Flint sul South China Morning Post. Flint afferma che l'allora governatore di Hong Kong, Chris Patten, aveva festeggiato la "fantastica trasformazione" subita dal luogo. 

Che altro si potrebbe dire? Stipare decine di migliaia di persone in un'area così contenuta e priva di infrastrutture adeguate non poteva portare a nessun altro risultato. Eppure, a distanza di due decenni dalla sua demolizione, la città conserva ancora un discreto fascino. Questo è vero specialmente su Internet, forse per via del perfetto connubio tra i superlativi (il luogo più densamente abitato del mondo!), una storia strana e che si presta bene ad essere raccontata, la Cina, l'essere contro a tutti i costi e l'immagine da distopia cyberpunk che l'ha portata a essere descritta in termini di "moderna utopia pirata." 

E questa dicotomia è esattamente il motivo per cui il nuovo documentario del Wall Street Journal su Kowloon è affascinante. Tra gli altri, vi hanno lavorato Ian Lambot e Greg Girard, autori del testo e delle fotografie contenute in City of Darkness: Life in Kowloon Walled City, libro pubblicato al tempo della demolizione della città e che rimane una delle migliori testimonianze sul tema. 

Da un punto di vista storico, la sopravvivenza della città è stata resa possibile dalle tensioni tra il governo britannico e quello cinese. È nata in seguito all'accordo del 1898 con cui Hong Kong passava in prestito alla Gran Bretagna per 99 anni, nel quale la Città Murata di Kowloon non era incluso. Negli anni Trenta il governo di Hong Kong aveva tentato di demolire la maggior parte delle vecchie postazioni militari facendo sì che la già scarsa popolazione di Kowloon Walled City si avvicinasse allo zero. Durante la seconda guerra mondiale, poi, il Giappone ha continuato a fare a pezzi la base.

Dopo la resa del Giappone la Cina ha reclamato la città dando via libera all'ingresso della prima ondata di occupanti, a cui ne sono seguite altre durante il regime comunista di Mao Tse Tung. Un passo di Julia Wilkinson contenuto in City of Darkness si spiega che questi eventi, combinati con l'incapacità del governo britannico di controllare la città, l'hanno lasciata in preda all'anarchia; un processo per omicidio del 1959 stabilì che il luogo era sotto giurisdizione di Hong Kong ma, come fa notare il documentario del Journal, all'epoca la città era già inaccessibile. 

Il risultato fu una città-stato isolata e in precario equilibrio. Il documentario, filtrato attraverso le lenti di Lambot e Girard—che stanno per far uscire un seguito del libro, intitolato City of Darkness Revisited—mostra come questo isolamento fosse una lama a doppio taglio. 


La città nel 1989, poco prima dello sgombero. Immagine: Wikipedia

La mancanza di supporto dall'esterno ha fatto sì che la città dovesse sostenersi da sola, con un settore industriale e commerciale autonomo mantenuto da una popolazione autosufficiente. L'idea che un'intera città potesse espandersi in tre dimensioni per sopravvivere è inevitabilmente parte del motivo di questa visione romantica, specialmente dopo che la sua esistenza ha influenzato un numero spropositato di opere di fantascienza e cyberpunk, tra cui la Trilogia dello Sprawl di William Gibson e Ghost in the Shell.

Aaron Tan, un architetto di Hong Kong, ha spiegato di recente alla CNN, "ero affascinato—era come un meccanismo che funzionava alla perfezione. Quando l'hanno demolita, è come se il meccanismo fosse stato fatto a pezzi—per la prima volta si poteva vedere cosa c'era all'interno," ha detto. "Come architetto, per me è stata un'esperienza davvero umiliante. Quando guardavamo a questa città vedevamo persone più intelligenti di noi, architetti in grado di risolvere problemi pensando fuori dagli schemi tradizionali del mondo accademico." 

Le stesse condizioni che avevano consentito alla città di crescere e trasformarsi in una massa organica senza eguali costituivano anche il suo problema principale. L'isolamento fisico, politico ed economico in cui versava ha fatto sì che i suoi abitanti fossero intrappolati dietro le sue mura. È un problema con cui i cittadini hanno dovuto convivere fino alla fine. "Se le persone non erano in grado di permettersi l'eroina, morivano," ha raccontato al Journal un ex residente. "E i membri delle loro famiglie non facevano altro che spostarne i cadaveri."

Anche a causa di questi problemi, la Città Murata di Kowloon continua ad esercitare un certo fascino; le sue mancanze sono ciò che ne fa un'ispirazione così potente per ogni rappresentazione del mondo che verrà. E allo stesso tempo, ci ricordano che Kowloon è la prova che i futuri distopici che immaginiamo esistono già. 


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