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Il festival dei buchi nel cervello

Siamo stati alla manifestazione nazionale antiproibizionista di Roma, indetta in vista del pronunciamento della Corte Costituzionale sulla Fini-Giovanardi.

di Leonardo Bianchi
10 febbraio 2014, 1:11pm

Tutte le foto di Federico Tribbioli

Le Porte dell'Inferno si spalancano in piazza Bocca della Verità a Roma. È un sabato pomeriggio finalmente assolato dopo giorni di pioggia incessante. Le zaffate di fumo verde invadono le narici e si mescolano ai gas di scarico del traffico impazzito. Intorno a me è un tripudio di anarchia, sballo, cartine, Giamaica, birracce, filtri, promiscuità sessuale e musica sparata ad altissimo volume. I giovani reggono pezzi di carta a forma di foglie di marijuana e, soprattutto, sono pieni di buchi nel cervello che cercano di nascondere con maschere oltremodo bislacche.

O almeno, questo è lo scenario da propaganda proibizionista degli anni Trenta che si prefigurerebbe il senatore Carlo Giovanardi. In realtà mi trovo nel mezzo della manifestazione nazionale antiproibizionista, indetta da moltissime associazioni in vista del pronunciamento dell'11/12 febbraio della Corte Costituzionale sulla Fini-Giovanardi—una legge infilata di straforo nel decreto sulle Olimpiadi invernali di Torino del 2006 e portatrice di svariati effetti nefasti sulla vita sociale del paese.

Quando arrivo un gruppo di manifestanti sta contestando energicamente Marco Pannella, il leader dei Radicali che si è presentato in piazza nonostante i ripetuti inviti degli organizzatori a stare alla larga dalla manifestazione. "A miserabbile!" gli grida un manifestante. "Pannella e i Radicali fuori dalla piazza!" urla un altro. I giornalisti si avventano sul capannello per immortalare la situazione di tensione; non mancano spintoni, insulti e provocazioni alle quali Pannella risponde così.

Ma è un fuoco fatuo: la gente perde l'interesse per l'anziano leader piuttosto in fretta. Del resto, ci sono cose più importanti da fare. Cose che richiedono un'elevata dose di concentrazione.

Sono quasi le due e il corteo è lontano anni luce dall'iniziare. Vago senza meta per ingannare l'attesa e noto subito la quantità industriale di rasta. Ce ne sono di tutti i colori, forme e origini; alcuni fumano, altri ballano, altri ancora fanno frusciare le cartine o sorridono; e alcuni indossano deliziosi papillon.

Guardandosi in giro, comunque, ci si accorge che la piazza raccoglie veramente di tutto.

A un certo punto scorgo addirittura due enormi bandiere dell'URSS che svettano sopra le teste dei manifestanti.

Mi avvicino per parlare con i tovarish che reggono i vessilli. Sono venuti da Perugia a chiedere la "legalizzazione della cannabis," ed entrambi si dichiarano estremamente "fiduciosi" per la cancellazione della Fini-Giovanardi da parte della Consulta. Chiedo ai ragazzi dove hanno preso la bandiera dell'URSS, e uno dei due mi risponde visibilmente orgoglioso: "A Mosca, in Piazza Rossa." Mi congedano con il pugno chiuso d'ordinanza.

Le sorprese non sono finite qui. Poco lontano dai due scorgo Lui.

Tutti vogliono farsi una foto con Lui, e Lui accontenta tutti, aggirandosi instancabile tra i camion-carri allestiti dai vari centri sociali che hanno aderito alla manifestazione. Il momento di iniziare la street parade scocca quando Lui sale su un carro e apre le danze in questo modo.

Sono le tre e mezza passate quando finalmente il corteo si muove da piazza Bocca della Verità per raggiungere il Lungotevere.

Prima di perdermi tra i fumi della Fattanza Generalizzata scambio due parole con Lorenzo, un attivista antiproibizionista. Lorenzo dice che il giudizio della Consulta può rappresentare un punto di svolta dopo "anni di abusi e repressione nei confronti dei consumatori e dei piccoli spacciatori: basta pensare che i due quinti dei reclusi nelle carceri italiane attualmente sono in cella grazie a questa legge." L'attivista auspica che la dichiarazione d'incostituzionalità—con tutto quello che ne dovrebbe conseguire a livello politico—possa rappresentare il primo passo verso una "cultura antiproibizionista, anche in senso critico e consapevole nell'utilizzo delle sostanze."

Non è così scontato, però, che si arrivi a un cambio radicale nella legislazione. "È un processo molto lento," spiega Lorenzo, "perché abbiamo ancora il peso di una cultura retrograda in merito. Però credo che faremo anche dei grandi passi avanti in vista di quello che sta succedendo in Europa e nel mondo. È un'occasione per eliminare un problema."

Nel frattempo, da un lato il corteo s'ingrossa mano a mano che attraversa il Lungotevere; dall'altro diventa sempre più lento. Il colpo d'occhio che si può vedere dentro la manifestazione offre manifestanti che ballano sotto le casse dei camion;

O meglio: che si scatenano sotto le casse;

Manifestanti che portano a spasso i cani;

Cartelloni che rispondono a Giovanardi;

Ragazzi che lanciano accorati appelli;

E manifestanti che non rinunciano a baciarsi con trasporto, diciamo.

Il fiume di persone (30mila secondo gli organizzatori, anche se molto probabilmente sono di meno) arriva nei pressi del carcere di Regina Coeli, presidiato dalle forze dell'ordine in tenuta antisommossa.

Lo speaker del primo camion lancia "un bacio ai carcerati di Regina Coeli", e poco dopo dagli amplificatori parte uno spezzone audio di Amore Tossico. Di fianco a me una manifestante sta parlando al telefono, e nel frastuono generale colgo la seguente frase: "Questa è una manifestazione politica, non è pe' sfonnasse."

Dopo aver percorso anche l'altra parte del Lungotevere, la street parade finisce con estrema calma verso le sei e mezza di sera.

Erano diversi anni che non venivano organizzati eventi pubblici di orientamento antiproibizionista di questa portata; ma se si prende in considerazione l'attuale periodo storico, la circostanza non è troppo sorprendente.

Il fallimento ormai conclamato della Guerra alla droga ha comportato a livello globale un'evoluzione assolutamente impensabile solo fino a pochi anni fa. Questo cambiamento epocale, tuttavia, sta attraversando la sua fase più delicata. Come ha scritto recentemente l'Economist, "se la legalizzazione funziona in America (e in Uruguay), allora sicuramente prenderà piede altrove. Allo stesso tempo, però, se questi paesi sbagliano qualcosa c'è la possibilità che l'opinione pubblica cambi parere e la campagna contro il proibizionismo subisca un contraccolpo."

In Italia non c'è alcun rischio di sbagliare qualcosa, dal momento che l'unico obiettivo veramente a portata di mano è la depenalizzazione—non certo la legalizzazione o la liberalizzazione, che sono strade comunque altamente complesse.

Già nel 1993, del resto, la popolazione italiana si era espressa a favore della depenalizzazione con un referendum. Peccato che, come spesso succede, il referendum sia stato totalmente ignorato da una classe politica che è andata nella direzione opposta, lanciandosi in una repressione spietata e crudele. Una repressione che, come dimostrano i disastri causati dalla Fini-Giovanardi, non ha fatto altro che acuire ed esasperare i problemi già esistenti.

L'ottima partecipazione numerica della manifestazione dell'8 febbraio, dunque, sembra confermare il fatto che sia proprio questo il momento giusto per ripensare completamente la legislazione in materia e far uscire il dibattito sulle droghe leggere dalla modalità "Crociata Inquisitoria" con cui è stato impostato finora.

Certo, la strada è lunghissima e terribilmente in salita. Ma in fondo, come ha osservato lo scrittore americano Don Winslow, "la legalizzazione e la depenalizzazione possono sembrare disgustose e spaventose, ma sono alternative nettamente migliori di ciò che stiamo facendo ora."


Segui Leonardo su Twitter: @captblicero. Foto di Federico Tribbioli.

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