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Così, i supervisori hanno iniziato la loro missione vagando per la Siria in una condizione, tutto sommato, non molto felice. Nei primi giorni venivano continuamente fermati da siriani disperati che li imploravano di aiutarli, dopodiché sono diventati obiettivo di cecchini dell'esercito (il che, in effetti, deve avergli chiarito le idee su come Asad stia interpretando il “cessate-il-fuoco”).Per ora appare dunque chiaro come le Nazioni Unite abbiano scelto di proseguire lungo la via diplomatica, imitati da una comunità internazionale apparentemente intenzionata a mantenere il ruolo di mediatore piuttosto che intervenire per forzare la caduta della dittatura, come invece auspicato in passato. A onor del vero, va detto che sabato scorso l'ONU ha approvato la spedizione di altri 300 supervisori in grado di spostarsi velocemente verso le aree colpite da violenze e avere così maggiori possibilità, per fare un esempio, di vedere con i propri occhi i bombardamenti su Homs.
Dal momento che i supervisori sembrano destinati a restare a lungo, vale la pena riflettere sul contributo che potranno apportare. La cosa più ovvia (e forse anche più importante) è che saranno i primi occidentali in grado di riferire alle autorità competenti i massacri che continuano ad avvenire in Siria. (Lo scorso inverno avevamo assistito a un'altra missione, guidata però dal generale sudanese e sostenitore di Asad Mohammed al-Dabi, sospettato a sua volta di crimini di guerra—fatto che non ha certamente contribuito alla legittimità dell'operazione.)
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Da quando sono atterrati in Siria, i supervisori hanno assistito a un bizzarro schema di violenze: non appena loro arrivano in un'area, le crudeltà si placano per aumentare, però, in un'altra zona. Fino ad ora la spedizione si è spinta nel sud del Paese, provocando un aumento degli attacchi nei centri di Idlib e Homs. I resoconti stimano che, da quando i supervisori sono arrivati in Siria, più di 300 persone sono state uccise dal regime.E se la missione di sorveglianza si rivelasse un fallimento, che fare? Aprire zone franche al confine con la Turchia, intervenire militarmente? No, la comunità internazionale vuole imporre nuove sanzioni. Di sanzioni ne sono già state imposte parecchie, in effetti, ma sembra che per ora abbiano danneggiato più la popolazione che non il governo. Il segretario di Stato americano Hillary Clinton spinge perché l'ONU imponga nuove sanzioni, tra cui l'embargo di armi e la restrizione della capacità di spesa del governo. Questa proposta ha subito scatenato la reazione della Russia, il maggior esportatore di armi in Siria.
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Chiudiamo la rubrica con un video in cui il presidente Asad, insieme alla moglie Asma, prepara del cibo per gli sfollati di Homs, che è un po' come vedere un serial killer che manda regali alle sue vittime.Per aggiornamenti continui, vi consigliamo di seguire questi account Twitter:
@syriahr@LeShaque@AlexanderPageSY@Arab SpringFFSeguite Henry su Twitter: @Henry_LangstonLa scorsa settimana: Aggiornamenti dalla Siria - Decima settimana
