Taccheggiare da American Apparel

Questa è una storia vera di furto ai danni di una corporation.

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30 dicembre 2007, 11:00pm


Foto di Patrick O'Dell.

Questa è una storia vera di furto, ma il racconto che segue viene definito fiction perché ho tralasciato alcune cose, ne ho spostate delle altre e non sono sicuro che tutti i dialoghi siano andati proprio così nella realtà.

Quella sera avevo una lettura a Brooklyn. Volevo una camicia più bella. American Apparel ha delle belle camicie. La guardia di sicurezza che di solito si trova all’interno di American Apparel non c’era. Ho preso la camicia che volevo e mi sono messo a girare per il negozio. Ho visto uno strano personaggio che teneva un libro a pochi centimetri dalla faccia, con gli occhi che spuntavano da sopra. L’uomo mi stava guardando. Ho pensato che fosse solo un personaggio strano. Molta gente è strana. Sono uscito da American Apparel con la camicia tra le mani.

Lo strano personaggio ha fatto un rumore alle mie spalle. L’ho guardato. Mi ha chiesto di mostrargli la camicia. “Lavori qui?” gli ho detto. Ha detto di sì. “Lavori davvero per American Apparel?” ho detto. Ha detto di sì e mi ha mostrato un distintivo della polizia attaccato alla fibbia della cintura sotto la sua maglietta extralarge. “Oh,” ho detto. Siamo rientrati. Siamo scesi nel sotterraneo. Mi hanno fatto una fotografia e mi hanno ammanettato. “Non venire a rubare a noi,” ha detto il manager. “Vai a rubare a qualche corporation di merda. Noi abbiamo condizioni di lavoro eque. Siamo sostenuti dal governo. Il nostro obiettivo è offrire qualcosa di esteticamente bello ad un pubblico di massa che la parola esteticamente non sa neanche cosa vuol dire; alla fine è per questo che esistiamo, credo.”

“I miei soldi li spendo in posti anche migliori di questo,” ho detto. “Ristoranti bio-vegani.”

“Splendido,” ha detto.

Mi hanno fatto la foto, ci hanno scritto sopra “Arrestato” e l’hanno appesa al muro. C’erano anche altre foto, e alcuni sembravano felici di essere immortalati. Su alcune c’era scritto “Arrestato”. Il personaggio che mi aveva preso si è piegato e ha messo la testa accanto alla mia e qualcuno ci ha fatto una foto. Il suo nome era Luigi. “Che fai, Luigi,” ha detto qualcuno, “Stai cercando di farti dare un bonus?”

Mi hanno tolto le manette. Un poliziotto è arrivato e mi ha messo delle altre manette e mi ha portato alla macchina. Mi ha detto che avrebbe fatto in modo di farmi rilasciare in giornata dalla cella di detenzione temporanea per poi farmi avere un’udienza di lì a un mese e probabilmente qualche giorno di servizi sociali da scontare. Ha detto che la decisione dipendeva dal suo capo.

Siamo arrivati, e mi hanno messo in cella con un bianco calvo, un ispanico pelle e ossa, e un cinese alto. Il cinese alto ha detto che aveva comprato un po’ di roba da Duane Reade e poi era andato da Kmart e mentre usciva da Kmart un tizio l’aveva fermato e gli aveva trovato nella busta lo shampoo e le altre cose che aveva preso da Duane Reade e aveva detto che aveva rubato quella roba da Kmart e l’aveva portato in una stanza e gli aveva ordinato di entrare in una cella. Il cinese alto aveva detto che non voleva entrarci nella cella. Allora l’hanno afferrato per il collo, l’hanno preso a pugni e a calci e gli hanno svuotato le buste della spesa e preso i soldi. Il cinese alto ha detto di averli visti mentre gli prendevano i soldi. Ha fatto il gesto di infilarsi dei soldi nel taschino della camicia. Io ho riso e ho fatto un’espressione che era una combinazione indecifrabile di comprensione, noia, sfida, incredulità e confusione. “Questi sono un’associazione a delinquere,” ha detto il cinese alto. Ha detto di non avere soldi per procurarsi un avvocato. Ha detto che era uno studente straniero, dal Canada.

“Canada,” ho detto.

Un uomo ubriaco, sporco di sangue in faccia, dentro le orecchie e sulla camicia, è stato trascinato nella cella. Sembrava il tizio bianco che in Rocky III si allena con Rocky ma poi lo tradisce. “Mi hanno dato un pugno in faccia da Starbucks e mettete dentro me?” ha urlato. “Bastardi. Vi divertite a fare questo lavoro, vero? Prendete le impronte a uno come me come se fosse un cazzo di problema di sicurezza nazionale, di lotta al terrorismo e di sicurezza nazionale del cazzo… non è giusto. Pezzi di merda.” Si è rialzato a stento e ha detto: “Va bene, ora comando io in questa cella. Rimanete tutti seduti. Ora comando io in questa cella.” Ha toccato l’ispanico pelle e ossa. L’ispanico pelle e ossa ha detto: “Amico, non mi devi toccare. Io non ti faccio niente. Non ti ho fatto niente, non mi toccare.” Si sono stretti la mano. “Solidarietà”, ho pensato. L’ubriaco si è seduto e ha continuato a urlare ai poliziotti. “Sono sporco di sangue e sono in prigione,” ha urlato. “Non è giusto. V’inculo di brutto.” Un poliziotto ha detto che l’ubriaco lo avrebbe preso nel culo per primo, e poi se n’è andato.

L’uomo ubriaco ha urlato: “Non devi rompere i coglioni a uno che è più intelligente di Einstein.” Un altro poliziotto ha detto all’ubriaco di smetterla di fare il coglione. “Mi menano in un locale e guarda che mi succede?” ha urlato l’uomo ubriaco. “Figli di troia. Bastardi. Sono troppo incazzato. Io le forze dell’ordine le rispetto. Io vi rispetto. Voi siete la polizia di New York. E questo è splendido. Ma con tutto il rispetto, andatevene affanculo. Pezzi di merda. Ho la camicia fradicia di sangue e mi mettono dentro.” L’uomo ubriaco si è alzato e ha cominciato a camminare per la stanza. Io ero seduto per terra. Lui mi ha guardato. Io non l’ho guardato. Ha urlato al poliziotto che stava ad un passo dalle sbarre della cella: “Dov’è andato quell’altro? È ancora qui?” Il poliziotto ha detto che l’altro non era lì. “Splendido,” ha urlato l’ubriaco. “Splendido. Splendido. Splendido. Splendido. Splendido."


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Il poliziotto se n’è andato. Il cinese alto ha detto all’ubriaco: “Come ti chiami?” L’ubriaco ha detto il suo nome e poi ha detto: “Io ho fatto il test di intelligenza e ho preso 1520. 1580. Ho spaccato a quel test. E poi sono grosso.” Il cinese alto ha chiesto all’ubriaco delle botte che aveva preso da Starbucks. “C’è stata una rissa in un locale,” ha detto l’ubriaco. “Avevo portato alcuni clienti a bere una cosa, e guarda com’è finita.” Il cinese alto ha chiesto cos’era successo all’altro tizio. “È scappato.”

Tutti sono stati in silenzio per un po’. Poi l’ubriaco ha detto: “Io vi ammazzo tutti. Va bene? Siamo tutti d’accordo su questo? Parliamone, okay? Alzate la mano se siete d’accordo.” Poi ha toccato l’ispanico pelle e ossa. L’ispanico pelle e ossa si è alzato con un’espressione arrabbiata e ha detto: “Non mi devi mettere le mani addosso. Non mi devi mettere le mani addosso.” Il bianco pelato allora si è piazzato davanti all’ubriaco. Aveva un’espressione arrabbiata.

I poliziotti hanno portato l’ubriaco fuori dalla cella. Da fuori l’ubriaco ha cominciato a urlare contro l’ispanico pelle e ossa e contro il bianco calvo, che era basso e grassoccio. Ha urlato al bianco pelato: “Tu non lavorerai mai più con il sindacato.” Il bianco calvo ha detto: “Il sindacato? Ma di che cazzo stai parlando? Sono dentro per spaccio, e mi porteranno via per un bel po’.” I poliziotti tenevano fermo l’ubriaco. “Dov’è il tuo sindacato adesso, stronzo?” ha detto il bianco calvo. I poliziotti hanno messo l’ubriaco in un’altra cella. “Io mi ritrovo in una rissa di merda in un locale, e sono sporco di sangue,” ha urlato l’ubriaco. “E voi mettete me in galera. E quell’altro?”

“Ma non avevi detto che eri da Starbucks?” ha detto un poliziotto. “Ero andato a cagare da Starbucks, esco e un tizio mi colpisce,” ha detto l’uomo ubriaco. “Ero da Starbucks. Non ci credi? Ero da McSorley’s, il locale più vecchio… figli di puttana. Non è giusto.”

Un poliziotto nero ha detto: “La vita è ingiusta.”

“E tu?” ha urlato l’ubriaco. “La vita. Che cazzo c’entra la vita? Non farmi ’sta menata, testa di cazzo. Non ci provare nemmeno, cazzo. Che cazzo c’entra la vita? Sono davvero incazzato. Devo fare delle telefonate. La mia azienda sta per fallire. Devo controllare la mail.” L’ubriaco ha chiamato ‘negro’ il poliziotto nero, e poi ha urlato ad un altro poliziotto: “Tu sei un ciccione irlandese. Sei diventato un poliziotto solo perchè non riuscivi a fare colpo sulle tipe. Vaffanculo.”

Il bianco calvo ha urlato: “Sei solo un piagnone bianco di merda.” Ha urlato qualcosa sull’orologio dell’ubriaco, che sembrava davvero costoso. Erano in celle diverse, e non riuscivano a vedersi. “Il mio orologio!” ha urlato l’ubriaco. “Non lo devi neanche nominare il mio orologio, coglione. Io mi scopo tua sorella. Il mio orologio. Io ho un cazzo di Rolex da 20.000 dollari, hai capito coglione? Io vi faccio causa a tutti.” “Ecco bravo,” ha detto il bianco calvo. “Sei un ricco piagnone bianco. Questo è quello che fanno i ricchi piagnoni bianchi come te, fanno causa.”

“Prima quando mi è successa questa cosa ero arrabbiato,” ha detto il cinese alto. “Ora mi sento meglio. Non conosco nessuno a cui sia successa una cosa così, capito? Alla fine è un’esperienza.” L’ubriaco si era addormentato nell’altra cella. Hanno portato il bianco calvo a farsi prendere le impronte digitali. L’ispanico pelle e ossa ha detto che l’avevano beccato con 50 grammi di erba. Ha detto di avere un altro sacchetto di marijuana e si è indicato il pacco. Ha detto: “Ti perquisiscono qui.” Si è toccato le tasche. “Ma non qui.” Si è indicato il pacco. Ha sorriso. Si è indicato una scarpa e ha detto che lì aveva delle pasticche. Ha detto qualcosa tipo che avrebbe guadagnato 1.000 dollari. Aveva intenzione di vendere le pasticche e la marijuana quando lo portavano alla centrale. Il bianco calvo è stato riportato in cella. La sua espressione era diventata una strana combinazione di malinconia, stoicismo e calma. Ha detto che quelli di Fukan avevano preso il controllo di Chinatown ormai. Ha detto che lui aveva cominciato a vendere fuochi d’artificio quando aveva 11 anni. Ha detto che una volta c’era da mangiare per tutti a Chinatown. Ha detto che quelli di Fukan hanno rovinato Chinatown. Mi ha chiesto di che parte della Cina fossi. Gli ho detto che sono di Taiwan. “Hai presente quell’isoletta accanto alla Cina?” ho detto. “Lo so,” ha detto. “Sono geograficamente preparato.”

Un poliziotto ci ha detto che l’ubriaco aveva picchiato un barbone, non le aveva prese da Starbucks. Il bianco calvo e l’ispanico pelle e ossa lo hanno insultato. “È ubriaco,” ha detto il poliziotto nero. “La gente è diversa quando si ubriaca. Magari si riprende e diventa la persona più dolce del mondo.” Poi hanno svegliato l’ubriaco e il poliziotto che aveva chiamato irlandese ciccione gli ha preso le impronte digitali. L’ubriaco ha parlato con il ragazzo irlandese e si sono abbracciati e stretti la mano. Il cinese alto è stato rilasciato. Hanno portato via il bianco calvo. Poi è tornato. “Mi hanno detto quello che mi beccherò,” ha detto. “Vado dentro per un bel po’.” Lui e l’ispanico pelle e ossa hanno cominciato a progettare di uccidere l’ubriaco. Erano passate circa cinque ore. Ho firmato un documento che diceva che mi sarei presentato davanti al giudice. Mi hanno rilasciato. Sono tornato da American Apparel. Ho visto Luigi. Mi ha sorriso, è venuto da me e mi ha controllato la borsa. Mi ha restituito la borsa. “Grazie per aver scelto American Apparel,” ha detto.

Sono andato in biblioteca. Ho scritto una mail all’organizzatore del reading, e l’ho copiata alla persona con cui avrei dovuto leggere. “Mi dispiace ma non ce l’ho fatta,” ho scritto nella mail, “oggi mi hanno arrestato e poi rilasciato verso le 9:30 da qualche parte a Manhattan. È andata bene senza di me? Mi dispiace davvero.” La persona con cui avrei dovuto leggere mi ha risposto chiedendo se volevo una copia del suo libro gratis. Gli ho scritto il mio indirizzo. Qualche settimana dopo mi sono presentato dal giudice. Mi hanno dato due giorni di servizi sociali. Il primo giorno ho trasportato sacchi di merda nel parco di Tompkins Square. Il secondo giorno ho esplorato il parco di Tompkins Square con fare noncurante, raccogliendo i rifiuti con un bastone con la punta a forma di pinza. Ho trovato diverse lattine di birra.
 

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