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L'Europa ha votato contro se stessa

Mentre noi eravamo impegnati a parlare di maalox e del declino di Silvio Berlusconi, i partiti euroscettici/populisti sono riusciti a eleggere deputati in mezza Europa.

di Leonardo Bianchi
27 maggio 2014, 2:34pm


Via Flickr/European Parliament.

Tra le celebrazioni a reti unificate per il travolgente—e inaspettato—successo di Matteo Renzi, gli sfottò al Movimento 5 Stelle, i maalox di Grillo e il declino di Silvio Berlusconi, in Italia si è velocemente perso di vista il quadro globale del voto di domenica, che ha consegnato un Parlamento Europeo pieno di forze politiche che esprimono apertamente la volontà di ridurre l’Unione in un cumulo di macerie.

Prima di andare a vedere cos’è successo nei singoli paesi, però, il dato da cui bisogna partire è quello dell’astensione. Se è vero che da un lato il trend è leggerissimamente migliorato rispetto nel 2014 (43,1 percento dei votanti, nel 2009 era del 43 percento), dall’altro la mappa dell’astensionismo è molto chiara, specialmente nei paesi dell’Est Europa—la Slovacchia, ad esempio, ha toccato l’87 percento (ottantasette).

In secondo luogo, i partiti populisti e anti-UE hanno sfondato in Francia, Gran Bretagna e Danimarca. In Germania, il partito anti-euro Alternativa per la Germania ha raccolto il 7 percento, in aumento rispetto alle elezioni politiche di settembre 2013, e il partito neonazista NPD è riuscito a eleggere un eurodeputato. In Grecia i neonazisti di Alba Dorata hanno raccolto più del 9 percento, consolidando la propria posizione come terzo partito del paese.

In Ungheria la partita si è giocata tutta a destra: gli estremisti antisemiti di Jobbik hanno preso il 14,7 percento, mentre Fidesz (il partito del premier autoritario Orban) ha fatto il pieno con il 51,5 percento dei voti. In Austria i nazionalisti del Partito della Libertà (FPÖ) hanno preso il 20 percento, mentre in Polonia il partito Nuova Destra—il cui leader, Janusz Korwin-Mikke, è un negazionista dell’Olocausto che vuole trasformare la Commissione Europea in un “bordello”—è arrivato quasi all’8 percento.

I partiti euroscettici/populisti sono riusciti a eleggere eurodeputati anche in altre parti d’Europa, come si può vedere nell’infografica qui sotto.

Il risultato più clamoroso, seppur ampiamente previsto, è senza dubbio quello del Front National in Francia (25 percento), che apre una questione di legittimità dell’UE nel “cuore politico” dell’Europa e sancisce la definitiva implosione—sia un punto di vista politico che economico—dell’asse franco-tedesco che aveva retto l’Eurozona nei momenti più duri della sua crisi.

Il voto francese del 25 maggio 2014 è sotto molti aspetti peggiore di quello del 21 aprile 2002, in cui Jean-Marie Le Pen era arrivato al ballottaggio presidenziale. All’epoca una larga parte della società francese era stata colta dallo sdegno e aveva reagito in maniera collettiva. In queste europee invece, come scrive Le Monde, “l’encefalogramma democratico è restato desolatamente piatto.”


Foto via Flickr/Blandinelc.

La stessa composizione del voto al Front National mostra come i francesi abbiano volutamente lasciato campo aperto a Marine Le Pen, che in questi anni è riuscita a ripulire l’immagine del partito dagli eccessi fascisti del padre ed ergersi a faro lumimonoso del populismo anti-europeo/anti-immigrazione continentale. Il Front National, infatti, ha raccolto il 30 percento dei voti nella fascia degli under 35, il 21 in quella degli over 60, il 38 presso gli impiegati e il 43 tra gli operai.

Il “terremoto” provocato dal FN, come l’ha definito il primo ministro Manuel Valls, ha evidenziato il tracollo dei partiti tradizionali (UMP e Partito Socialista), ormai completamenti scollegati dalla realtà, sempre più incapaci di riformarsi e di proporre ricette valide per uscire dal pantano economico e sociale in cui si trova il paese. In tutto ciò il presidente socialista François Hollande, già ampiamente impopolare, è piombato nel pozzo nero dell’Irrilevanza Totale e si avvicina al capolinea politico.

Un altro risultato sconvolgente arriva dall’Inghilterra, dove i populisti dell’UKIP di Nigel Farage sono arrivati primi con il 28 percento dei voti scardinando il tradizionale bipartitismo britannico.


Foto di Cian Oba Smith.

L’UKIP è un esperimento politico al tempo stesso interessante e agghiacciante, perché fondamentalmente è una rivolta contro il mondo moderno. Le posizioni del partito sono le più disparate: si parte dal rifiuto netto e radicale dell’Europa (dice Farage: “Non è l’Inghilterra a dover uscire dall’Europa, è l’Europa a dover uscire dall’Inghilterra”) e si arriva alla negazione del riscaldamento globale, passando per alluvioni causate dai matrimoni gay, la strenua difesa di una società bianca e maschile che è vista come sinonimo di “Inghilterra” e feroci tirate euroscettiche direttamente all’interno del Parlamento Europeo.

La creatura di Nigel Farage è talmente caotica e disorganica che paradossalmente è in grado di incunearsi alla perfezione negli spazi lasciati liberi da laburisti e conservatori e rastrellare agevolmente il Voto Indignato & Trasversale—ad esempio quello della working class delusa dal Labour, dei conservatori delusi dai Tory, dei residenti dei quartieri popolari, di quelli che vivono nelle aree rurali, di chi pensa che i flussi migratori siano l’Apocalisse, di chi capisce la politica e di chi non ci capisce nulla.

L’UKIP, tuttavia, non è uscito dal nulla: è la conseguenza di un ambiente politico altamente tossico. Per anni la classe politica inglese, nel tentativo di risolvere la crisi, ha perseguito politiche che hanno gettato nell’insicurezza milioni e milioni di cittadini britannici. Invece di assumersi la responsabilità, i politici di quasi tutti gli schieramenti (Labour compreso) hanno preferito addossare tutta la colpa agli immigrati—e la vittoria di Nigel Farage ne è il risultato più estremo, insieme alla deriva populista di tutta la politica mainstream.

Passando alla Grecia, invece, ci sono almeno tre considerazioni da fare. La prima è che Syriza ha vinto—ed è una delle pochissime formazioni di sinistra, insieme alla sorpresa Podemos in Spagna (8 percento al debutto elettorale), a potersi dire soddisfatta dal voto—ma non ha stravinto come ci si aspettava. Il partito di Tsipras, come spiega il giornalista greco Nick Malkoutzis, ha ancora molto lavoro da fare sulle sue politiche e sull’assetto interno, e potrebbe dunque adottare un atteggiamento attendista, riservandosi di sfruttare la dissoluzione dei partiti tradizionali greci in futuro prossimo.

E qui arriviamo alla seconda considerazione: la debolezza dei conservatori di Nea Dimokratia (attualmente al governo) e la scomparsa dei socialisti del Pasok. Lo si può vedere alla perfezione in questa mappa, che confronta il voto del 2009—prima dei Memorandum e dell’arrivo della Troika—con quello del 2014.

La terza considerazione è la continua ascesa di Alba Dorata, che ha raccolto più del 9 percento del voto confermandosi come la terza forza politica del paese. Che i neonazisti—nonostante gli omicidi, i pestaggi, gli scandali e gli arresti—potessero fare bene alle Europee lo si era capito nel voto amministrativo di due settimane fa, quando ad Atene il candidato sindaco di Alba Dorata, il deputato Ilias Kasidiaris, era arrivato al 16 percento.


Spot elettorale di Alba Dorata: “Il tuo voto è la nostra arma”. Letteralmente.

L’ennesimo risultato elettorale positivo di Alba Dorata è stato reso possibile, similmente a quanto accaduto nelle elezioni del 2012, anche e soprattutto dal fatto che il partito di governo ha perseguito un’agenda politica di estrema destra su immigrazione e temi affini, con il risultato di rafforzare ancora di più gli estremismi.

Le Europee in Grecia, insomma, sottolineano come i partiti tradizionali non riescano minimamente a offrire una visione del paese post-Memorandum, mentre le alternative sono probabilmente ancora troppo immature per governare. Il rischio è che più a lungo durerà questa transizione politica, più l'elettorato deciderà di rivolgersi a forze “antisistemiche” come Alba Dorata.

I partiti euroscettici non hanno sfondato solo nei paesi in crisi, tuttavia. In Danimarca, ad esempio, hanno vinto con il 26.7 percento dei voti i populisti del Danske Folkeparti (Partito Popolare Danese), che da sempre si battono per reintrodurre i controlli alle frontiere e rendere la vita degli immigrati un inferno.

In Austria il FPÖ non è arrivato primo, ma ha comunque raggiunto il 20 percento. Analogamente a quanto fatto da Marine Le Pen, il leader Heinz-Christian Strache (che dice di non essere razzista perché “mangia kebab”) ha avviato da tempo la ripulitura del partito, ordinando ai suoi di “evitare ogni eccesso nazionalistico” e congedando “gli esponenti più radicali del suo partito o più coinvolti con gli ambienti neonazisti.”

Sul piano programmatico, invece, il FPO ha puntato tutto su antieuropeismo, uscita dall’euro e ritorno dello scellino e lotta senza quartiere all’immigrazione. Il tutto, però, è avvenuto in una delle economie più sane dell’Eurozona, con un tasso di disoccupazione del 4,9 percento. Questa apparente contraddizione dimostra in realtà come l’appeal di questi movimenti populisti possa andare ben al di là della contingenza della crisi, e sia qualcosa di molto più strutturato.

Se da un lato euroscettici ed estremisti hanno aumentato i loro voti, dall’altro questo queste elezioni europee hanno evidenziato come in certi paesi i partiti socialdemocratici siano in grandissimo affanno. Il Pasok in Grecia e il Partito Socialista in Francia sono prossimi al collasso, e anche in Spagna il Psoe ha perso milioni di voti, nonostante il Partido Popular al governo non stia facendo esattamente dei miracoli.

Le ragioni politiche, scrive il giornalista inglese Paul Mason, sono piuttosto chiare: “nessun partito socialdemocratico è riuscito a distaccarsi dalla vecchia agenda della globalizzazione—anzi, sono stati costretti ad approvare misure di austerità e non sono più stati in grado di garantire, e nemmeno promettere, un miglior sistema di welfare o salari più alti per mitigare gli effetti della globalizzazione.” In poche parole, questi partiti hanno tradito i loro principi e il loro elettorato, ricevendone in cambio una sonora punizione.

Probabilmente è ancora troppo presto per dire che “le cose non saranno mai più come prima,” come ha sostenuto Nigel Farage, oppure che l’Unione abbia subito un colpo fatale e sia ora nelle sue fasi terminali. Di certo, però, avere un Parlamento pieno di fascisti, populisti ed euroscettici non credo fosse esattamente uno degli obiettivi finali del progetto europeo.


Thumbnail via Flickr. Segui Leonardo su Twitter: @captblicero