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Com'è possibile che nel 2015 vadano in onda servizi come quello della Gabbia?

Nei giorni successivi agli attentati di Parigi, l'individuazione di potenziali sacche di jihadismo nelle città italiane è stato uno dei passatempi prediletti dai media. E questo servizio su Torpignattara ne è l'esempio più imbarazzante.
Leonardo Bianchi
Rome, IT
23.11.15

Grab dalla puntata della trasmissione

La Gabbia del 18 novembre 2015.

Nei giorni immediatamente successivi agli attentati di Parigi, l'individuazione di potenziali sacche di jihadismo nelle città italiane è stato uno dei passatempi prediletti dai media. E uno dei quartieri su cui ci si è concentrati di più in queste ore è Torpignattara, a Roma.

Di Torpignattara, quartiere popolare e multietnico non troppo distante dal centro, ne avevamo già parlato ai tempi della "rivolta delle periferie romane." Già allora—a causa di alcuni articoli apparsi sulla stampa e delle strumentalizzazioni di comitati di quartiere gravitanti nell'orbita della destra—la narrativa di Torpignattara come un avamposto islamico incuneato nel "cuore della cristianità" aveva preso piede.

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Il primo programma ad aver ripreso questo filone dopo il 13 novembre è stato Porta a Porta, che ha mandato le telecamere a Torpignattara con il tentativo—nemmeno troppo velato—di riprendere cittadini musulmani che non si dissociassero dagli attacchi.

Ma il servizio di Porta a Porta non è stato nulla in confronto a quello della La Gabbia—intitolato "A TORPIGNATTARA COMANDA L'ISLAM"—tramesso il 18 novembre e circolato ampiamente sui social network nelle ultime 24 ore.

Dato che a un occhio distratto potrebbe quasi sembrare una parodia, qui di seguito abbiamo deciso di riportarne i passi fondamentali. Il servizio si apre, su un sottofondo di musica epico-inquietante, con un carrellata di stranieri che parlano per strada, oscure scritte sui muri, marciapiedi brulicanti di musulmani che pregano e di negozi "tutti in mano ai musulmani."

Una zona sfuggita a qualsiasi tipo di controllo, insomma, a giudicare dall'immagine che ci viene proposta; e infatti, sin dai primi secondi, l'inviata avverte che si tratta di una zona ad alto rischio: "Siamo a Torpignattara, uno dei quartieri romani con la più alta presenza di musulmani. Qui la convivenza è davvero molto difficile."

A supporto di questa affermazione, il video mostra un vox populi tra gli abitanti italiani del quartiere, che si presentano come una minoranza assediata. "Vai nel paese loro con una croce e ti fanno un bucio di culo così!," dice animatamente un residente. "Qui è Africa, lo sa che è Africa qui?" sostiene un anziano, per poi chiosare "dovemo ammazzà tutti 'sti negri," mentre un altro ammette di essere razzista e alcune anziane dicono di non poter più uscire la sera.

È a questo punto che si entra nel vivo del servizio. Dice l'inviata: "A telecamere accese tutti i musulmani condannano l'attentato"— IMPENNATA DI ARCHI—"ma se facciamo qualche domanda a telecamera nascosta" le reazioni cambiano radicalmente. Come ha fatto Porta a Porta , anche in questo caso si cerca di cavare dagli intervistati una qualsiasi forma di giustificazione per l'ISIS—con domande come: "L'odio, è rimasto dentro l'odio, perché voi siete stati attaccati dall'occidente?"; "Tu lo capisci l'ISIS?"; " Cioè, se io ti ammazzo io sono già morta ?"; e così via.

Il servizio prosegue con l'inviata che insegue alcuni cittadini di colore che escono da un portone chiedendo "ma chi c'è qua? MA COSA C'È QUA DENTRO?," e si conclude con un'affermazione lapidaria—"E se già la convivenza prima era difficile, ora rischia di diventare impossibile."

Ora, l'intento del servizio non potrebbe essere più palese: quello di presentare Torpignattara come una specie di Molenbeek romana, se non direttamente un oscuro covo di adepti di Al Baghdadi pronti a colpire la Capitale.

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Peccato che per farlo, come hanno notato altre testate, siano stati riciclati interi pezzi di due servizi girati sempre a Torpignattara a gennaio e febbraio—video che già all'epoca avevano dato una visione distorta della realtà del quartiere, che naturalmente non è il paradiso in terra ma non è nemmeno una Raqqa su scala ridotta.

Tra l'altro—e questa è una circostanza accuratamente omessa in tutti e tre i servizi—nell'ultimo anno a Torpignattara l'unica vittima dell'odio è stata Shahzad Khan, un pakistano musulmano di 28 anni ucciso da un ragazzo italiano nel settembre del 2014.

Il copia-incolla ansiogeno non è andato giù a molti residenti di Torpignattara, che sui social hanno descritto il servizio come "immondizia" e definito i giornalisti della Gabbia "dilettanti e sciacalli con la macchina da presa." A fronte delle numerose critiche, l'inviata ha fatto "autocritica dura," parlando di "errore grave" e assumendosene la responsabilità.

Tuttavia, penso che sia chiaro a tutti che in un momento delicato come questo—e la psicosi di questi giorni non fa altro che confermarlo—reportage di questo tenore non solo hanno l'effetto di stravolgere la realtà, ma rischiano di eccitare ulteriormente gli animi. Come si è detto su queste pagine, infatti, l'informazione in Italia procede per emozioni, mentre i fatti vengono "analizzati svogliatamente e male," costruendoci intorno "cose che ben poco hanno a che vedere con essi."

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In tutto ciò, acquista particolare rilievo un'altra notizia: la proiezione di un documentario come Napolislam—che cerca di fornire una visione non stereotipata e pregiudizievole di certe realtà—è bloccata e rimandata a "un momento più sereno."

[Aggiornamento, ore 17.15: come comunicato dal regista Ernesto Pagano in quest'intervista, l'UCI ha deciso di tornare sui suoi passi e di non rinviare la proiezione].

Chissà se arriverà mai un momento del genere per servizi come quelli della Gabbia.

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