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La mia adolescenza da alcolizzato

Avevo questa falsa convinzione che un giorno avrei imparato a gestire l'alcol, ma questo solo perché non ero abbastanza coraggioso da affrontare il vero problema: bevevo perché non stavo bene con me stesso.

di Jakob Engberg Petersen, come raccontato a Lars Jell
03 maggio 2016, 5:00am

Jakob Engberg Petersen durante una serata alcolica nei primi anni Duemila. Tutte le immagini per gentile concessione di Jakob Engberg Petersen, se non diversamente specificato.

Quando avevo 25 anni, il mio lunedì mattina tipo consisteva nello starmene sdraiato per terra nel salotto di casa, a Nordvest, Copenhagen. Mi tremavano le mani, il cuore batteva all'impazzata, e in viso ero fradicio di sudore. Mi sentivo estremamente vuoto e mi vergognavo di me, ma l'unico modo a cui riuscivo a pensare per stare meglio erano sei lattine di birra del discount e una bottiglia di vino scadente. Adesso ho 34 anni, e posso ripercorrere quei quasi vent'anni di abuso di alcol che hanno completamente devastato la mia adolescenza e l'inizio dell'età adulta.

Ho provato per la prima volta l'alcol quando avevo 12 o 13 anni, e ho capito immediatamente che saremmo andati d'accordo. Il sapore non mi dispiaceva, ma erano gli effetti che aveva sul mio cervello a farmi capire che tra noi poteva funzionare. Ho scoperto che anche i miei amici la pensavano come me. A quel punto, mentre facevamo skate e imbrattavamo muri ci facevamo anche costantemente le canne e spesso i funghetti. Dalle mie parti passare l'adolescenza in un piccolo paesino vuol dire che o ti dai al calcio o ti metti a modificare i motorini. A noi non fregava niente né di calcio né di motorini.

Dai nove ai 17 anni ho vissuto solo con mio padre. Le dinamiche del nostro rapporto erano più quelle di compagni di sbronza che quelle di padre e figlio. Invece della classica figura paterna, avevo un amico che mi lasciava bere ciò che volevo e fare ciò che desideravo, il tutto mentre mi introduceva al fantastico mondo della cannabis. Quando mi sono trasferito in una nuova scuola, a 15 anni, mi ha preparato il pranzo e insieme ci ha messo un po' d'erba, come sorpresa.

Jakob (a sinistra) e due amici.

Due anni dopo mi sono sentito dire per la prima volta nella mia vita che avevo un problema con l'alcol. Avevo 18 o 19 anni, e la mia ragazza dell'epoca ha delicatamente suggerito che forse mi sarei dovuto far aiutare da qualcuno. Al tempo non credevo fosse necessario, anche se per me era completamente normale e obbligatorio cominciare la giornata facendo colazione con quattro Tuborg Premium. Ero stato espulso dalla scuola. Uno ad uno, i miei amici avevano cominciato a concentrarsi sulla scuola e sul lavoro. Sono spariti dalla mia vita, e così mi sono circondato di persone con la mia stessa attitudine, che non ci pensavano due volto a tracannarsi una bottiglia di Vodka sottomarca in un normale martedì sera. Ma io lo facevo molto volentieri anche da solo.

A 17 anni mi ero trasferito a Cophenaghen per iniziare da capo, ma ovviamente le cose erano andate in tutt'altro modo. A scuola passavo da un corso all'altro, ma i miei prestiti studenteschi finivano esclusivamente in alcol e droghe. Anche mia madre mi aiutava economicamente, e con lei mentivo sulla destinazione di quei soldi. Sapeva perfettamente cosa stava succedendo, ma era sopraffatta dal senso di colpa per avermi lasciato andare a vivere con mio padre quando ero piccolo e, per lei, darmi soldi senza fare troppe domande era un modo per compensare.

Adesso mio padre è morto, ma sono stato arrabbiato con lui per anni. Più cresco, più capisco quanto sia stata terribile la sua influenza sulla mia vita. Il mio senso di autocommiserazione si è sempre sposato incredibilmente bene con l'alcol.

A vent'anni, durante i fine settimana mi facevo dalle 50 alle 60 bevute—quantità che più o meno dimezzavo nei giorni infrasettimanali, per mantenere una qualche parvenza di funzionalità. A quel punto ero ufficialmente un alcolizzato, ed ero sotto Antabuse—un medicinale che punta a tenerti lontano dall'alcol aggiungendo al suo consumo degli odiosi effetti collaterali. Per compensare, ci davo dentro con il fumo e con le pasticche. Ma se vuoi veramente bere, puoi farlo anche quando sei sotto Anabuse—e io volevo veramente bere. Ti scoppia la testa, il cuore comincia ad andare all'impazzata, vieni invaso dal senso di nausea, hai difficoltà a respirare e la pelle ti pizzica e si riempie di chiazze rosse. Ma alla fine, l'alcol riesce a sopraffare il sistema nervoso a tal punto che la reazione allergica neanche la senti più.

Ho sempre pensato che mi sarebbero bastati un paio di mesi di cura, e che poi sarei stato pronto a bere responsabilmente. Ogni volta che finivo la cura, le cose peggioravano. Il passo più difficile era capirlo e ammettere a me stesso che stavo bevendo ben oltre il mio controllo. Avevo questa falsa convinzione che un giorno avrei imparato a gestire il consumo di alcol, ma solo perché non ero abbastanza coraggioso da affrontare il vero problema: bevevo perché non stavo bene con me stesso. Se la smetti una volta per tutte, sei costretto a confrontarti con i demoni che sono alle radici dei tuoi problemi—da sobrio.

Disintossicarmi non era in mio potere, anche se su un sacco di fronti stavo pagando caro il mio stile di vita. Avevo avuto tre relazioni durature, tutte finite per colpa dell'alcol. Quando stavo con la mia seconda ragazza, assumevo antidepressivi insieme all'alcol, e il risultato era un comportamento autolesionista che comprendeva il colpirmi alla testa con delle bottiglie e, in un'occasione, farmi un occhio nero di fronte a lei. Poi c'erano tutte quelle volte che veniva a casa e mi trovava sdraiato per terra in una pozza di vomito, urina e vodka.

Due volte sono quasi morto. Una volta ero a un festival techno, sono collassato e mi sono svegliato all'ospedale. L'altra durante un set di Jeff Mills in un locale di Copenhagen, dove sono andato in overdose di GHB unito a una quantità incredibile di alcol. Mi si è fermato il cuore, e sono resuscitato sotto la pioggia davanti alle persone che facevano la fila per entrare nel posto. Mi sono svegliato all'ospedale dell'università di Copenhagen il giorno dopo, ricoperto di elettrodi. Ricordo di aver visto una busta di plastica con dentro i mie pantaloni—che avevo annaffiato di pipì mentre i paramedici cercavano di rimettermi in vita là sul marciapiede. Il dottore mi ha avvertito, ma è stato del tutto inutile: quella notte mi sono di nuovo ubriacato. Nelle notti meno emozionanti, me ne stavo seduto a casa con le tende chiuse, a bere da solo, tra lacrime e muco.

A 31 anni, ho cominciato un corso di grafica. Avevo passato sei o sette anni sotto Antabuse, ma quando la mia ragazza del tempo mi aveva lasciato avevo avuto una ricaduta. E questo ha avuto conseguenze anche sul corso, perché non riuscivo a usare il pennello con precisione. Ma mi piaceva, ed è stato lì che ho capito che volevo vivere. Sapevo, in fondo in fondo, che c'era bisogno di una rottura netta e drastica con l'alcol. A agosto 2013, con l'aiuto di diversi gruppi di sostegno ho detto addio all'alcol, alle canne, e a tutte le droghe pesanti. Oggi, la sostanza più potente che uso è la caffeina.

Jacob oggi. Foto di Sarah Buthmann.

Definirla una svolta vorrebbe dire minimizzare. La maggior parte della gente mi vedeva come un'enorme testa di cazzo che veniva spesso trovata sdraiata per strada in un coma indotto dall'alcol e dalla droga, e certamente sento che chi è stato testimone di quella fase oggi mi rispetta almeno un po' per il fatto di essermi rialzato. Ovviamente sono quelle persone con cui non parlo più, ma da allora mi sono fatto nuovi amici che bevono e fanno uso di droghe in modo molto più moderato. Posso tranquillamente uscire con loro senza essere tentato dall'alcol. E mi diverto ugualmente quando esco, e spesso sono la persona più energica e felice tra i presenti. Ma ci ho messo un sacco di tempo a raggiungere quel punto. Anche un mio caro amico è riuscito a tornare sobrio, e mi è stato di grande aiuto per facilitare il mio rientro nella vita notturna.

Essere sbronzo non mi manca. Sto molto meglio—spiritualmente, fisicamente, e socialmente. Oggi, per me, la lucidità è senza dubbio il sentimento più appagante. Non posso promettere che non verrà un giorno—quando avrò messo al mondo dei figli e la mia barba sarà grigia—in cui segretamente mi accenderò una canna. Ma sono convinto del fatto che non toccherò mai più alcol.

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