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Come comportarti e cosa fare se ti prendono in ostaggio

L'abbiamo chiesto a un negoziatore professionista, che da anni insegna a diplomatici e uomini d'affari come evitare di essere presi in ostaggio, cosa fare in caso di rapimento e come convivere con i ricordi del sequestro.
18 ottobre 2016, 4:41am

Illustrazione di Cei Willis

Qualsiasi cosa parli di persone che si trovano incatenate in una cantina per lungo tempo attira subito l'attenzione del pubblico, al punto che film come Taken - Io vi troverò hanno avuto molteplici sequel, ognuno dei quali ha incassato centinaia di milioni di euro pur partendo inevitabilmente dalla stessa premessa: un sequestro. È un mondo di cui sappiamo molto grazie al cinema e alla televisione, ma poco nella vita vera.

Cosa succede lontano dai copioni pieni di frasi a effetto e minacce di morte? Com'è avere a che fare con i sequestratori? In questa intervista, un esperto dell'Athena Intelligence con anni di addestramento e un passato nell'esercito—uno che ha collaborato alla stesura del protocollo britannico in materia di ostaggi—ci ha raccontato com'è essere un negoziatore di professione. Per l'occasione, ci ha chiesto di rimanere anonimo.

VICE: Di cosa ti occupi di preciso?
Negoziatore: Insegno alle persone—diplomatici, uomini d'affari etc—come evitare di essere prese in ostaggio, cosa fare se vengono prese in ostaggio e come sopravvivere. E questa è una faccia della medaglia. L'altra faccia è che mi metto in moto quando va tutto a puttane, nei casi in cui le persone non siano preparate o addestrate perché volevano risparmiare o che, e le cose non vanno come pensavano. È allora che chiamano uno che fa il mio lavoro.

Quali sono i motivi più comuni per prendere in ostaggio o rapire una persona?
Oh, ce ne sono un sacco, da quelli ideologici a quelli religiosi, dai motivi economici a quelli puramente criminali, dall'estorsione alla malattia mentale, episodica o permanente. I motivi dietro un sequestro sono vari. I casi di cui di solito si sente parlare ai telegiornali hanno motivi politici o religiosi, perché sono quelli che interessano all'opinione pubblica. E poi si parla spesso degli squilibrati: magari un matrimonio fallito che si tramuta in un sequestro, o un impiegato infelice—ce ne sono un sacco. I giornali preferiscono quelli a sfondo religioso, ma più ci fai caso più capisci che la religione non c'entra. Magari c'entra a livello superficiale, ma i rapimenti fruttano soldi alle organizzazioni, perciò dietro ci sono propaganda o soldi.

E tu, quando entri in gioco? Lavori con la polizia o sei un'alternativa alla polizia?
Dipende da cosa è successo. Diciamo che se, in alcuni paesi, la polizia non è così capace o degna di fiducia come in altri, devi agire da solo. Dipende anche dalle richieste dei sequestratori, e non voglio dire che uno debba fare di tutto per accontentarli, ma nemmeno opporsi ciecamente a qualunque richiesta, se la situazione si fa spinosa. A volte i sequestratori chiedono esplicitamente che la polizia non sia chiamata in causa, e in quel caso le famiglie o le organizzazioni si rivolgono a me. Non lavoro per le compagnie di assicurazione, ma ci sono persone che lavorano esclusivamente per loro.

Esiste la situazione tipo del sequestro? Somiglia a quelle che si vedono sullo schermo, con le vittime legate a sedie in edifici abbandonati e video di richiesta di riscatto?
Sarai sorpreso di sapere che in una certa misura è proprio così. Di nuovo, dipende dai motivi del rapimento. Se sono motivi politici e religiosi, sì, gli ostaggi non vengono trattati benissimo, ed è per questo che per me è importante l'addestramento—che invece un sacco di organizzazioni ignorano. E non sai quanto sbagliano. Ma sì, li puoi trovare incatenati alle sedie. Sicuramente in condizioni poco piacevoli. In alcuni casi non sono soli, sono detenuti con altri ostaggi. Non per forza in stanze buie con porte blindate, ci sono stati anche casi di persone portate in una località sperduta e a cui è stato detto, "Non ci sono posti in cui scappare, rimanete qui perché se tenterete di scappare morirete nel tragitto." Essere imprigionati, in questo senso, non dipende da quanto sono strette le mura in cui sei chiuso—è solo una restrizione alla tua possibilità di movimento.

Perciò se ti rapiscono e fanno di te un ostaggio, cosa devi fare?
Se succede il peggio, sii compiacente. Sii passivo, ma non mostrarti sottomesso—c'è una grossa differenza. Immaginati il bulletto della scuola: se trova qualcuno che si sottomette al suo volere, si comporterà peggio che può. Allo stesso modo, se qualcuno si mostra estremamente aggressivo con lui lo vorrà fare a pezzi. Non fare il bastian contrario, ma non rimanere a piangere in un angolo perché presti il fianco a qualunque abuso. E poi, devi ricordarti che qualunque cosa tu faccia in quella situazione, continuerai a pensarci in futuro, per tutta la vita—dovrai convivere con il modo in cui ti sei comportato, con cos'hai detto. Giusto o sbagliato, ti accompagnerà per tutta la vita.

È per questo che molti devono essere seguiti nel reintegrarsi nella società, perché per loro è difficile. Hanno bisogno di consulenza psichiatrica adeguata per superare il trauma. Devi essere in grado di convivere con te stesso e tutto quello che hai fatto, per questo noi forniamo alle persone gli strumenti necessari per affrontare la situazione: come passare il tempo, come creare un rapporto con i sequestratori. Hai bisogno di ricordarti che sei un essere umano.

Come passi queste informazioni alle vittime, se sono state rapite e non sapevano come comportarsi?
A quel punto è troppo tardi. È per questo che serve essere pronti. Ma come negoziatore, chiedi sempre di parlare all'ostaggio—perché è il modo migliore per avere prova che sia in vita e che sia davvero lui o lei che hanno rapito. Perché questo è un altro problema: diciamo che John Smith viene rapito, un sacco di persone possono dirti che John Smith è con loro, e chi sa se dicono la verità? Hai bisogno di prove, e la prima prova è sentire la sua voce.

Ci sono persone che fingono di avere un ostaggio?
Oh, sì. Devi capire qual è l'organizzazione, qual è il legame tra gli individui e l'organizzazione, il tramite. Altrimenti potrebbe essere che stai perdendo tempo con le persone sbagliate.

C'è un determinato lasso di tempo oltre il quale, se l'ostaggio non è stato liberato, pensi il peggio**?** È variabile. Io mi prefisso sempre di risolvere la situazione il prima possibile, ma bisogna fare calcoli precisi—non puoi semplicemente dare soldi su soldi, perché non fai che incoraggiare i rapimenti. Davvero. Io cerco di mantenere un dialogo; se non mi rispondono, be', è un brutto segno. Devi sempre assicurarti, prima della fine di una conversazione, di sapere quando sarà la prossima. Lasci sempre una porta aperta.

Immagino che non sempre le persone rapite siano "pulite"—tu devi denunciarle poi, in questi casi?
No, non sono un poliziotto. Ma, allo stesso tempo, prima che io mi faccia carico di un caso ho bisogno di informarmi e capire di più sulla situazione, sulla persona coinvolta e i motivi del rapimento—e a volte non mi dicono tutto proprio com'è. Ma io opero da solo, e non mi va di lavorare con cose con cui non sono a mio agio, che non mi piacciono. Mi piace pensare che lavoro dalla parte dei buoni, non dei cattivi. Certo, anche i cattivi vengono rapiti. Però, diciamo che se la vittima è un figlio che non può essere ritenuto colpevole per i crimini del padre, allora non c'è un confine così netto—devi considerare il singolo.

I negoziati vanno quasi sempre a buon fine, o a volte la tragedia è inevitabile**?** Le statistiche dipendono dalla geografia. Se parliamo in termini di rosso, giallo e verde, allora il Sud e il Centro America sono decisamente rossi, insieme ad alcune parti del Medio Oriente—ma la maggior parte del mondo è verde o giallo. Nella quasi totalità dei casi le negoziazioni si chiudono in positivo, anche se a volte non velocemente come si vorrebbe. Ma se consideri il Sud o il Centro America, dove è nata una vera e propria industria dei rapimenti—anche in alcune parti dell'Africa Occidentale—ci sono anche sequestratori inesperti che pensano di organizzare un sequestro per fare soldi. Questo tipo di sequestratori vanno poi nel panico e non sanno cosa fare. A volte prendono i soldi, ma uccidono comunque l'ostaggio.

Ti sei mai trovato in pericolo?
È un rischio, ma dico sempre che sono uno che gestisce i rischi, non li corre. Considero una situazione e cerco di determinare che risorse sono necessarie per renderla il più sicura possibile per il bene di tutti. Ma sì, mi sono anche trovato in situazioni in cui non ero a mio agio e sono stato felice di uscirne intero.

Sei armato, in quei momenti?
Non sono mai armato. In alcuni casi, però, ho personale armato con me o nei dintorni, ma se bisogna cominciare a sparare significa che le cose stanno andando davvero male.

Mi dicevi prima che non vuoi finanziare l'industria dei rapimenti, ma dall'altra parte il tuo lavoro si basa su di essa—esiste un giusto mezzo? Cosa dobbiamo fare per assicurarci che la situazione non sfugga di mano?
Penso che i governi debbano partire dal presupposto di "Noi non negoziamo, non facciamo concessioni, non paghiamo." Devono mostrarsi decisi, ma poi la realtà è diversa. L'addestramento preventivo è essenziale, spesso non ce ne rendiamo conto, e anche l'addestramento fornito in certi casi è ridicolo. Mi fa arrabbiare quando vado a insegnare e sento cosa hanno fatto o detto gli istruttori prima di me.

Io insegno come evitare di essere rapiti e come sopravvivere; quello che non faccio è rapirli davvero e riempirli di botte per mezza giornata. Alcuni lo fanno. Io no. Sono cazzate e non fanno che creare una condizione psicologica di impotenza nella persona. C'è bisogno di più informazione, quello sì che aiuterebbe a ridurre i sequestri. Alla fine, sarei più felice se la gente non venisse rapita, perché potrei fare soldi in altri modi. Guadagno comunque abbastanza con la sicurezza e l'intelligence, sarei contento se non ci fossero più sequestri.

E per finire, ci sono organizzazioni—l'ISIS o i cartelli messicani—con cui non tratteresti?
Penso che bisogna prendere in considerazione ogni caso, individualmente: chi è la persona rapita? Perché l'hanno rapita? Cosa vogliono? E cercare di capire se puoi aiutare in qualche modo, e se non puoi, allora il tuo dovere è di non accettare il caso. Il mio lavoro è di liberare le persone, e se posso farlo non importa che siano state rapite in Medio Oriente o Centro America—è irrilevante; l'importante è essere certo che posso aiutare. In alcune parti del mondo, se c'è già la polizia coinvolta, lascio perdere perché non mi farebbero sentire il benvenuto, non mi aiuterebbero e anzi mi ostacolerebbero. Ogni caso è diverso.

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