Intervista a Frédéric Fleury

Seconda puntata della collaborazione con Reebok sull’argomento “le nostre persone preferite con la matita in mano”.

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18 febbraio 2012, 9:10pm

In occasione della nostra collaborazione con Reebok, dopo Benjamin Marra abbiamo intervistato un altro dei nostri creatori di fumetti preferiti, il francese Frédéric Fleury.

Quando la gente parla di fumetto e illustrazione contemporanea, tende sempre a parlare di tre cose, o, per dirla coma la dicono i giornalisti sui quotidiani, “tre scuole”: c’è quella americana, incentrata sul lavoro di Dan Nadel alla Picturebox e di quei mattachioni della Fantagraphix, quella giapponese, che non si capisce mai nulla ma è sempre piena di geni assurdi, e quella francese, incentrata su due collettivi: Nazi Knife e Frédéric Magazine. Frédéric Fleury è il fondatore di uno dei due. Indovinate quale? Esatto! Frédéric Magazine è prima di tutto un sito pieno di disegni, con una cinquantina di collaboratori ma, più che altro, FM è una piattaforma che ti aiuta a indagare il disegno non come strumento narrativo ma come strumento in quanto tale. Il disegno di-e-per-sé. È molto interessante. Personalmente, Fleury ha fatto una dozzina di libri e/o fanze, tra i quali il meraviglioso Ice Fuckers (che è esattamente quello che vi immaginate che sia), e ha curato almeno una decina di mostre. Gli ho fatto qualche domanda per la seconda puntata della nostra collaborazione con Reebok sull’argomento “le nostre persone preferite con la matita in mano”.

VICE: Ciao Freddy. Senti ma tu disegnavi, da bambino?
Frédéric Fleury: Ciao Timmy. Sì, disegnavo molto. Durante le vacanze, per esempio, mio cugino ed io ci incontravamo per creare dei personaggi, scrivevamo delle storie... Ci passavamo le giornate. A scuola non smettevo un attimo di disegnare. Facevo degli schizzi divertenti e li passavo ai miei compagni. Certo, la cosa ha un po’ influito sul mio andamento scolastico.

Quali erano i tuoi fumetti preferiti quando eri piccolo?
Non avevo delle preferenze. Andavo in biblioteca, sceglievo un autore e leggevo tutti i suoi libri. A volte, se mancava qualche titolo, chiedevo ai bibliotecari di metterlo in catalogo. Ricordo i grandi momenti in cui ho scoperto Crumb, Moebius, Macherot, Mattioli. Ma non mi dispiacevano neppure autori come Sempé e Franquin.

Ovviamente. Oggi chi sono i tuoi disegnatori preferiti?
Ultimamente sono rimasto colpito anche dai disegni di Saul Steinberg. Inoltre ho letto molto di Christopher Forgues, Jonny Negron, Benjamin Marra, Roope Eronen. Mettiamola così: ci sono disegnatori che hanno contribuito al miglioramento e all’evoluzione del mio stile, e altri dei quali mi piace semplicemente ammirare i disegni. Non leggo più molti fumetti—l’ultimo di Matthew Thurber, 1-800-Mice, è molto bello. Lo stesso vale per Prison Pit di Johnny Ryan.

Credi che quest’approccio più... personale al fumetto stia diventando sempre più comune?
Onestamente, non ne so molto al riguardo. Se lo sapessi significherebbe che ho un’idea di ciò che la gente legge o compra di più. Ma non ce l’ho. So che ci sono degli autori interessanti e delle cose innovative. Ho appena finito di leggere Explorations di Yokoyama, e posso dirti che raramente ci si imbatte in roba del genere, che proponga al lettore più di una semplice storia. Lo avvicino all’arte contemporanea: quando leggo i suoi libri ho come l’impressione di trovarmi di fronte a un’opera d’arte. Ma sinceramente non so come gli vadano le vendite, e se il lettori di fumetti (o dei manga) lo conoscano o meno.

C’è qualcosa che ti piace disegnare più di altro?
Non ho delle costanti nella mia produzione. Disegno volentieri personaggi, alberi, vegetali... Ma ciò che mi piace davvero è il momento in cui scopro qualcosa di nuovo nel tratto—qualche elemento diverso rispetto ai precedenti, un’idea che andrà a influenzare i miei disegni successivi. Cerco di rifuggire la sistematicità, anche se si tratta di una parte consistente del mio lavoro. Succede così, di solito: arrivo a un punto in cui non so come andare avanti, e poi all’improvviso trovo una scappatoia, una via d’uscita, più o meno buona, che mi permette di passare alla soluzione del problema successivo.

Quando hai deciso che il disegno sarebbe potuto diventare una professione?
Non l’ho deciso. Ho iniziato poco per volta, con delle piccole pubblicazioni. Continuando ho capito che i miei lavori avevano una legittimità, avevo voglia di andare avanti. Ma non è il mio unico lavoro: è difficile vivere unicamente di quello. Insegno in una scuola d’arte.

Come è nato il tuo collettivo Frédéric Magazine?
Eravamo un gruppetto di persone, e ci ritrovavamo su Internet, su Yahoo, per scambiarci disegni e opinioni sulle rispettive pubblicazioni... Era un contesto molto dinamico. Così per scherzare abbiamo pensato di pubblicare una rivista cartacea che mettesse insieme i nostri lavori, e siccome ci chiamavamo tutti Frédéric (Poincelet, Madre ed io), abbiamo optato per quel nome. Inizialmente la produzione su carta era troppo dispendiosa per le nostre tasche, così ho creato il sito.

Credi che il futuro dei disegni sia online?
Non credo, e non lo spero neanche. Vedere le cose su un computer non è male, ma un’immagine in JPEG o un file PDF non sono niente in confronto a un libro. Ad ogni modo, la Rete non sarà il mio futuro o quello di Frédéric Magazine. La possibilità di avere una presenza sulla scena artistica contemporanea e nel campo dell’editoria è un fatto indubbiamente positivo. Internet va bene, ma non è abbastanza, immagino. L’immediatezza è perfetta: disegni qualcosa, lo scannerizzi e lo carichi. Inoltre, permette di osservare da vicino il montaggio delle esposizioni, cose che hanno ragione di esistere soltanto online. Ci piacerebbe ampliare questo elemento, far sì che la gente possa osservare i disegni in uno spazio espositivo—oltre che su carta, ovviamente. Abbiamo un amore sconfinato per i libri, e in effetti tutti i nostri progetti cominciano con la stessa frase: “Allora, che facciamo? Un libro?”

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