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Cosa provi quando sviluppi una forma acuta di schizofrenia

L'inverno scorso ho iniziato a non riconoscermi più. Dormivo male, avevo le allucinazioni e sentivo le voci. Due mesi dopo sono stato ricoverato in ospedale e ho scoperto di avere la schizofrenia.
16.10.14

La corteccia cerebrale. Foto via Wellcome Images

L'inverno scorso ho iniziato a non riconoscermi più.

La prima cosa che è cambiata è stata il sonno. Pian piano, nel giro di una quindicina di giorni, ho cominciato a far fatica a dormire. Dato che ho 24 anni e l'hashish non mi manca mai, dormire non era mai stato un problema. Era molto strano. Di punto in bianco, la sera mi mettevo a letto e non riuscivo a spegnere il cervello. I miei pensieri crescevano e si intrecciavano gli uni con gli altri, aggrovigliandosi come a formare un muro d’edera. Certe volte mi coprivo completamente col piumone, mi prendevo la testa tra le mani e sussurravo, “Chiudi. Quella. Cazzo. Di. Bocca.”

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Alla fine riuscivo a prendere sonno, ma mi alzavo sempre con una sensazione strana, come se avessi dimenticato di fare o dire qualcosa. Non avevo più fame come al solito. Ogni mattina appena sveglio ero abituato a precipitarmi al piano di sotto per prepararmi una ciotola grande come una cupola geodetica di corn flakes. Ora, invece, mi svegliavo ogni mattina con la sensazione di essere malato. Eppure andavo avanti normalmente, pensando soltanto che avrei dovuto smettere per un po' di fumare. Probabilmente era per quello che mi sentivo così. Non ero spaventato.

Ho continuato ad andare a lavorare—in un’enoteca vicino casa—tentando di dimenticarmi quello che mi accadeva di notte. Riuscivo ad arrivare a fine giornata senza troppi problemi, se non per qualche annebbiamento. Ma ripensandoci adesso, noto come iniziassi a faticare a sostenere semplici conversazioni.

Se il mio capo mi chiedeva di controllare una consegna, mi serviva qualche secondo per capire la sua richiesta, come se due o tre persone mi stessero parlando tutte insieme e non riuscissi a ricevere le istruzioni in modo chiaro. La mattina guardavo le bolle di consegna e cercavo di dar loro un senso, ma era come cercare un ago in un pagliaio—possibile, ma estremamente difficile.

Tutto mi appariva annebbiato. Tutti gli oggetti che vedevo mi sembravano sul punto di cadere—guardavo uno scaffale di bottiglie e ne vedevo una o due in bilico, poi riguardavo e non lo erano più. Mi sembrava anche di sentire dei telefoni che squillavano, tutti con tonalità diverse, anche se in magazzino non c’erano telefoni. Non ero spaventato—non ancora. A chiunque mi chiedesse se stavo bene, raccontavo che non riuscivo a dormire e che pensavo fosse tutto lì. La privazione del sonno ha effetti strani sulle persone. Un mio collega mi ha dato dei sonniferi da provare, e per un po’ sembravano funzionare, anche se poi quando mi svegliavo sentivo la testa tutta ovattata. Non mi interessava più andare nei locali o giocare a calcio nei fine settimana. Volevo solo dormire. Sostenere una conversazione era troppo faticoso.

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Ci sono voluti più o meno due mesi, a partire da quell’iniziale insonnia, perché iniziassi a preoccuparmi. I pensieri ‘polpo’, come li chiamavo io, si facevano sempre più strani, notte dopo notte. Ho iniziato a lasciare la tv accesa e a non riuscire più a distinguere i rumori che provenivano dallo schermo da quelli che erano solo nella mia testa. Era terribile. Una notte, mentre guardavo Homeland, ho avuto quello che sul momento ho creduto fosse un attacco di panico. Sapevo cosa fosse un attacco di panico perché ne soffriva una mia ex—una volta, mentre eravamo al cinema, aveva dovuto sdraiarsi e respirare profondamente per placare i conati di vomito. Era stato orribile. Quella notte, a letto, ho iniziato a tremare come per il freddo—solo che la mia pelle scottava. Le gambe tremavano sotto le lenzuola e in testa avevo questa cacofonia, come se una folla di persone stesse chiacchierando accanto al mio cuscino. Nulla di drammatico, solo un rumore confuso e costante. Davanti alla luce tremolante del televisore, ho cominciato a impazzire.

Quella notte non ho chiuso occhio. Mi sentivo paralizzato. La porta di camera mia era diventata il confine del mio mondo, come la tappezzeria in cui si infila Jim Carrey nella scena finale di The Truman Show. Il rumore andava e veniva, a ondate, ma mi sentivo come se qualcuno, o qualcosa, avesse rimpiazzato il mio corpo e la mia mente. Non potevo essere io quello che era troppo spaventato per andare in bagno a pisciare, tanto da decidere di farla in un bicchiere, bagnando tutto il pavimento. Non potevo essere io quello che scalciava via le lenzuola e si sentiva a suo agio soltanto completamente nudo sul nudo materasso. Non posso essere stato io a premere la punta di un coltello sul tallone per tentare di uscir fuori da quella situazione. In quella stanza, mentre il sole sorgeva e la mia sveglia suonava e dovevo andare a lavorare, ho pensato, Voglio la mamma.

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Per fortuna, mia mamma era solo a un piano di distanza. Non ero ancora riuscito ad andarmene di casa—in realtà non potevo ancora permettermelo. L’ho chiamata col cellulare perché pensavo che se avessi lasciato la mia stanza le viscere mi sarebbero uscite dal corpo. Ero fermamente convinto che se avessi varcato la soglia di camera mia per spostarmi in corridoio il cranio si sarebbe aperto in due e le interiora sarebbero fuoriuscite come frattaglie animali. Mia mamma ha risposto al telefono, dicendo, “Per carità, Daniel*, smettila di fare casino.” Ho iniziato a piangere—a quanto pare con grandi, rumorosi singhiozzi, come un bambino—e l’ho sentita gettare il telefono sul pavimento del piano di sopra.

Quando ha aperto la porta di camera mia, è rimasta a bocca aperta. Non ricordo di averlo fatto, ma a quanto pare avevo smontato tutti i telecomandi (ne avevo quattro) e il mio materasso, sfatto, era coperto di circuiti, piscio e sangue proveniente dal mio tallone. Ero lì seduto in mutande, che piangevo. Le ho detto che qualcosa “aveva preso il sopravvento”. Ha subito chiamato un’ambulanza.

Di nuovo, non ricordo con precisione questa parte. A quanto pare, quando sono arrivati i paramedici ho pensato che volessero scattarmi delle foto. Mi sono arrabbiato e ho cercato di aggredirli. Ho urlato contro uno di loro, dicendogli che era contro la legge e che avevo i miei diritti, tutto questo mentre stavo seduto per terra indossando solo un paio di mutande bagnate di pipì e con la gamba coperta di sangue.

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Del viaggio verso l’ospedale ricordo solo mia madre che mi tiene giù le gambe, contro la barella. Mi ha detto che per tutto il tragitto ho urlato che non volevo che prendessero l’autostrada perché c’erano delle persone accucciate all’interno degli autovelox. I ricordi di quella notte all’ospedale sono dei flash incolori fatti di voci sommesse, aghi e lacci emostatici.

Un'immagine che mostra le aree attive durante un test di memoria in un cervello sano e in quello di un paziente affetto da schizofrenia. Foto via

Quello che ho appena raccontato è ciò che si definisce un episodio psicotico, uno dei sintomi della schizofrenia—la malattia che mi è stata diagnosticata. Una psicosi è definita come una perdita del contatto con la realtà. Può accadere all’improvviso, oppure—come avviene di solito in coloro che sviluppano la schizofrenia—può essere un processo lento, che si mette in moto all’improvviso. Questo è quello che è successo a me. Sono stato ricoverato per circa una settimana e mezzo e ho iniziato subito una terapia a base di farmaci antipsicotici. Non mi ricordo molto di questo periodo, solo che mi sentivo spesso male e mi veniva difficile parlare con qualcuno. Oh, e che il ragazzo nella stanza accanto a me si cagava addosso di proposito. L’odore era terribile e io me lo sentivo nel cervello.

Ricordo il giorno in cui ho cominciato a sentirmi come se tutto fosse tornato alla normalità, il giorno in cui i medicinali che prendevo hanno iniziato a fare effetto e ho smesso di volermi coprire la testa con le coperte e dormire. Mio fratello era venuto a trovarmi insieme a mia mamma (venivano ogni giorno, ma la maggior parte delle volte parlavano solo con i dottori e gli infermieri, perché io non ero in grado di sostenere una conversazione) e abbiamo guardato tre episodi di fila di Breaking Bad sull’iPad nella sala visite. Mia madre lo teneva sulle ginocchia con una mano, mentre con l’altra mi accarezzava di tanto in tanto il collo. Ho riso per qualcosa che ha detto Saul e ho sentito che stavo migliorando, come se il sipario che era calato sulla persona che ero stesse cominciando a riaprirsi. Quella sera ho persino mangiato un pasto completo. Non darò mai più per scontato il purè di patate.

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La strada verso la guarigione era piena di buche. E per buche intendo attacchi di panico tremendi e debilitanti ogni volta che mi riaffioravano alla mente i ricordi di quanto accaduto tre settimane prima. Ma i medici che ho incontrato nel reparto dove sono stato ricoverato sono stati straordinari—eccetto un paio di infermieri che mi trattavano come un bambino, cosa che odiavo. Poi mi è stato permesso di tornare a casa, dove un assistente sociale che veniva a trovarmi ogni settimana per controllare i farmaci, chiedermi come stesse andando e incoraggiarmi ad andare a fare delle passeggiate con mia madre e riprendere a vedere i miei amici. Non l’avevo ancora fatto perché mi sentivo in imbarazzo e perché pensavo che non avrebbero capito. O peggio ancora, che mi avrebbero preso per pazzo. Ma mi sbagliavo.

Il mio migliore amico, Sam, mi ha detto che era stato così preoccupato per me da aver perso il sonno. Stupido idiota. Uno per uno, hanno ricominciato a scrivermi—penso che avessero smesso solo per paura di dire la cosa sbagliata—e a dirmi che non vedevano l’ora di ricominciare a giocare a calcio, e che presto le mie gambe magre sarebbero tornate sul campo.

L’unità di salute mentale ha organizzato un corso per i pazienti esterni. Lo teneva un uomo senza peli sulla lingua di nome Gregg. Per un po’ di tempo, gli antipsicotici sono stati davvero sedativi, e spesso mi sentivo come se stessi camminando nella melassa, ma nel mio cervello c’era una strana calma, una calma che non provavo da mesi e mesi. Gregg mi ha aiutato a capire quanto mi era successo e mi ha insegnato delle tecniche da usare quando mi prende il panico a causa dei ricordi di quella notte in cui ho dato di matto (lui dice che è stupido usare l’espressione “perdere la testa”—la testa è ancora lì, è solo malata). Mi ha insegnato a non vivere nella paura che accada di nuovo. Mi ha incoraggiato a iniziare a rivedere i miei amici e mi ha detto che la mente non rimane sempre uguale, che può guarire e che i farmaci funzionavano e avrebbero continuato a funzionare, ma che dovevo anche essere realistico e accettare che mi ero ammalato. Mi serviva solo del tempo.

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Accettare questo aspetto, in realtà, era la cosa più difficile. La frustrazione, ho imparato, è molto vicina all’ansia. Quando andavo a passeggiare (mia madre mi faceva uscire ogni pomeriggio per almeno un’ora, lasciandomi da solo a metà strada e assegnandomi qualche compito, come comprare un cartone di latte o del burro) e cominciavo a pensare a ogni genere di cose, all’improvviso facevo pensieri tipo: “Perché non posso essere normale?” Dovevo fermarmi, fare dei respiri profondi e ricordare a me stesso ad alta voce, “Io sono normale. Mi sono soltanto ammalato e sto guarendo.”

Circa sei settimane dopo aver lasciato l’ospedale ho ricominciato ad andare a casa dei miei amici. Avvertivo sempre un po’ di fastidio quando il volume della televisione era troppo alto o quando parlavano tutti insieme, ma se mi sentivo strano mi bastava avvertirli. Nessuno mi prendeva in giro. Nessuno mi compativa, ed era fantastico. Sento che se uno di loro si fosse ammalato come mi ero ammalato io, mi sarei comportato come una madre iperprotettiva e gli avrei chiesto di continuo se stesse bene.

Nel giro di dieci settimane sono tornato a lavorare part-time. Il mio capo non avrebbe potuto essere più comprensivo. A quanto pare, quando ero finito in ospedale aveva chiamato mia madre per farmi sapere che il mio lavoro mi avrebbe aspettato e che potevo prendermela comoda, con i miei ritmi. All’inizio mi aveva fatto arrabbiare—non volevo tornare al lavoro come una specie di invalido. Avevo 25 anni (ho festeggiato il mio compleanno ottenebrato dai medicinali guardando episodi di Friends), non 60, e volevo che al mio rientro mi vedessero come la stessa persona che ero prima. Mi ci è voluto un po’ per accettare la compassione e l’attenzione degli altri per ciò che erano.

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Tornare al lavoro è stata la cosa migliore. Avere una routine, delle persone con cui parlare e delle attività pratiche da svolgere è stato terapeutico. C’erano giorni in cui mi svegliavo con la paura, giorni in cui mi ci volevano un paio d’ore per farmi la doccia e uscire di casa, ma nessuno mi faceva storie. Qualche volta mentre ero in magazzino ho chiamato Gregg—ritrovarmi nel posto dove la realtà aveva cominciato a scivolarmi via era, in qualche occasione, molto strano—e lui non era sempre a disposizione, ma dovevo solo lasciargli un messaggio. Alla fine, mi ha detto che non avevo più bisogno di vederlo: si fidava, ed ero pronto a lavorare da solo sui miei pensieri con le tecniche che mi aveva insegnato.

È passato un anno, ormai, e non ho avuto ricadute. Penso che dovrò prendere questi farmaci per molto tempo, ma va bene così. Inizio a sentire un piccolo, prezioso, desiderio sessuale (anche se non mi si rizza ancora) e ho messo su un po’ di chili, ma sono tutti dei piccoli prezzi da pagare in cambio della sanità mentale.

Ho voluto raccontare questa storia perché, finché non sono diventato schizofrenico, nella mia testa questa parola rappresentava una condanna a morte. Quando senti parlare di persone schizofreniche, le immagini chiuse a chiave in stanze con le pareti imbottite, che si dondolano avanti e indietro in un futuro bidimensionale fatto di conversazioni influenzate dai farmaci e cuscini ricoperti di bava. Ti immagini le voci nella testa le visioni. Ma se si interviene nel modo giusto, tutto questo non accade. Con un trattamento corretto, specie se adottato nel momento giusto, si può guarire dalla schizofrenia acuta, come si può guarire da altre malattie mentali.

Per quanto riguarda la mia prognosi, sono sincero con me stesso: in futuro potrei avere una ricaduta, e questo a volte mi deprime. Ma ora che so che posso guarire, fa meno paura. Sono tornato al lavoro, socializzo, mi mantengo in forma e gioco a calcio come un anno fa. Sono persino andato in vacanza. Non sono ancora pronto ad andare via di casa, ma quello può essere più un fatto legato alla pigrizia che ad altro.

Il mio più grande consiglio per chiunque cominci a provare qualsiasi sintomo psicologico insolito, è di dirlo a qualcuno. A chiunque. Parlatene con qualcuno piuttosto che tenervelo dentro. Le malattie mentali non sono diverse da quelle fisiche—riguardano solo un altro organo: il cervello. Non preoccupatevi di chiedere le ferie al lavoro o di dire al vostro capo che non vi sentite bene, come ho fatto io. Ripensandoci, quando avevo ancora presa sulla realtà e ho iniziato ad avere delle allucinazioni di telefoni che squillavano, avrei dovuto chiedere aiuto. I nostri sintomi mentali meritano la stessa attenzione che prestiamo a quelli fisici. Essere un maestro dell’inganno, come ero con la mia stessa madre, non è nulla di cui essere orgogliosi.

Se vi sentite strani, parlate con il vostro medico. Anche se pensate che possa sembrare stupido, parlare con qualcuno di come ci si sente è la cosa migliore che si possa fare. Io sono stato trattato come un caso di emergenza psichiatrica e gli ospedali sono specializzati nel trattare i casi di emergenza. Non so come possa andare per quelli che non si ricoverano come ho fatto io (ho letto un sacco di storie tremende su quanto sia scadente e intempestivo il trattamento via internet) ma so che non parlare di una malattia è la cosa peggiore che si possa fare. Le persone sono molto più comprensive di quanto immaginiamo.

Siamo nel 2014. Dobbiamo smetterla di trattare le malattie mentali come un tabù, come qualcosa che ci segnerà per sempre. E perché questo accada, dobbiamo essere noi stessi a dare il buon esempio.

*Questo e gli altri nomi citati nel racconto sono stati modificati.